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      Mučeniška Pot


Intervento per il Convegno 'Partigiani', Roma 7-5-05

È in atto ormai da diversi anni un’operazione di riscrittura della storia delle vicende della seconda guerra mondiale, operazione non solo italiana ma europea, il cui scopo finale è l’equiparazione delle due cosiddette “ideologie” del Ventesimo secolo, fascismo e comunismo (gli artefici di questa rilettura storica evidentemente non considerano che esistono anche altre “ideologie” né che non è possibile semplificare così categoricamente i due fenomeni), classificate ambedue come “totalitarismi” che hanno causato lutti e sofferenze in eguale maniera e per questo devono venire condannate e rimosse dalla società cosiddetta “democratica”, all’interno della quale dovrebbe avere quindi diritto di cittadinanza soltanto quella “ideologia” (che però, chissà perché, non viene mai considerata tale), cioè il liberismo capitalista, che governa ormai quasi uniformemente tutti i paesi del cosiddetto blocco occidentale.
Per la riuscita di questo obiettivo di condanna del “comunismo” è fondamentale l’operazione alla quale stiamo assistendo da tempo, e che ha avuto una recrudescenza a livello nazionale negli ultimi mesi, l’operazione di criminalizzazione della Resistenza di classe, cioè quella che si ispirava a valori di sinistra e non accettava il riciclaggio nei Comitati di Liberazione di “vecchi arnesi” del fascismo o di militari che comunque avevano operato perfettamente inquadrati sotto il regime fascista. In questo contesto di criminalizzazione della Resistenza si inserisce anche la riabilitazione dei combattenti repubblichini di Salò, dove il risultato finale è la parificazione delle due componenti in una logica di “opposti estremismi”.
Rientra in questa logica di equiparazione anche l’istituzione della “Giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo”, da celebrare il 10 febbraio, richiesta a gran voce dalle organizzazioni della destra nostalgica e nazionalista (ma poi approvata acriticamente da quasi tutto il centrosinistra) subito dopo l’istituzione della “Giornata della memoria” del 27 gennaio, dedicata questa alle vittime del genocidio nazista.
Quest’anno, nell’ambito delle celebrazioni della “Giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo”, si è scatenata a livello politico e mediatico una potente campagna di denigrazione della Resistenza, soprattutto di quella jugoslava per i presunti “crimini delle foibe” (ricordiamo l’orribile fiction falsificatrice della storia prodotta dalla televisione di stato su suggerimento del ministro Gasparri, nella quale i partigiani “slavi” sono rappresentati come barbari animati unicamente da feroce livore antiitaliano), ma che si è poi allargata anche alla Resistenza italiana, con la ripresa della propaganda sul cosiddetto “triangolo rosso” e delle altre esecuzioni sommarie che sono avvenute alla fine del conflitto, senza considerare che, pur deprecabili a livello morale, tali avvenimenti non rappresentano altro che una fatale conseguenza del comportamento criminale dei regimi nazifascisti che gettarono l’Europa in un baratro di violenza e devastazione.
Nel mio intervento vorrei stigmatizzare la cosiddetta “questione delle foibe”, che è stata un po’ il punto di partenza di questa campagna di denigrazione della Resistenza nel suo insieme. Mentre a Trieste ed in genere nelle regioni del Nordest la destra nazionalfascista ha sempre tirato fuori le “foibe” come uno dei propri cavalli di battaglia per propagandare l’anticomunisno e l’odio etnico e politico contro la Jugoslavia, è solo negli ultimi anni che il fenomeno è esploso a livello nazionale, coinvolgendo nella non comprensione del fenomeno, anche esponenti della sinistra, arrivando addirittura alle posizioni estreme della dirigenza di Rifondazione comunista, che, pur non conoscendo assolutamente l’entità dei fatti, si è arrogata il diritto di condannare senza appello la Resistenza jugoslava ed i partigiani italiani che con essa hanno collaborato, per dei presunti “crimini” dei quali non solo non vi è prova, ma che dalle risultanze storiche risultano addirittura non avvenuti.
Il problema è che di “foibe” si è parlato finora molto, ma a livello di mera propaganda. Per decenni si è parlato di “migliaia di infoibati sol perché italiani”, senza che i propagandisti esibissero le prove di questo loro dire. Per decenni i propagandisti hanno scritto e riscritto sempre le stesse cose, citandosi l’un l’altro e non producendo alcun documento ad avvalorare quanto da loro asserito: e si è giunti, nel corso degli ultimi cinque anni, al fatto che questo “si dice” senza alcun valore storico sia stato avvalorato anche da storici considerati “seri” e “professionali”, in quanto facenti parte degli Istituti storici della Resistenza.
Qui vorrei aprire una parentesi per citare i triestini Raoul Pupo e Roberto Spazzali, che hanno dato alle stampe nel 2003 un libretto dal titolo “Foibe” edito da Bruno Mondadori, redatto, stando a quanto sostenuto dagli stessi autori, in previsione di un suo uso negli istituti scolastici, nel quale vengono riproposte acriticamente le stesse affermazioni che per decenni erano state patrimonio della propaganda nazionalfascista, avallando testimonianze che non hanno fondamento di verità e dando addirittura interpretazioni del tutto personali e fuorvianti a documenti d’archivio che in realtà asseriscono l’esatto contrario di quanto sostengono i due storici. Ma su questo particolare tornerò più avanti.
In seguito a questa escalation mediatica, abbiamo deciso di riproporre, in forma ampliata e corretta delle precedenti imprecisioni, lo studio che avevo pubblicato nel 1997, “Operazione foibe a Trieste”, che metteva in luce gli aspetti più eclatanti della propaganda sulle foibe nel dopoguerra, rispetto agli avvenimenti triestini del maggio 1945: innanzitutto in merito alla quantificazione dei presunti “infoibati” (che a Trieste non furono “migliaia”, ma cinquecento e per la maggior parte non furono uccisi nelle “foibe”, ma morirono in campi di prigionia per militari oppure furono condannati a morte dopo essere stati processati per crimini di guerra), ma anche sulle “qualifiche” di questi, stante che le vittime delle esecuzioni sommarie e gli arrestati e giustiziati erano in gran parte appartenenti a forze armate collaborazioniste oppure collaborazionisti “civili”. Un capitolo a parte era stato dedicato al monumento nazionale noto come “foiba di Basovizza” (un vecchio pozzo di miniera abbandonato), dove sia la propaganda, sia la motivazione ufficiale per dichiararlo monumento asseriscono che vi siano state gettate “migliaia” o “centinaia” di vittime. In realtà, stando ai documenti che avevo pubblicato già all’epoca e che sono poi stati integrati con altri nella nuova edizione del libro, appare chiaramente che non solo non vi sono testimoni oculari delle presunte esecuzioni sul posto, ma che il pozzo era stato esplorato e svuotato più volte nel dopoguerra, dopo essere stato usato spesso come discarica, e che nel corso di tutte queste esplorazioni erano stati recuperati pochi corpi, presumibilmente di militari germanici e quindi non di “infoibati sol perché italiani”.
Per comprendere a quale punto sia arrivato il livello di disinformazione sull’argomento, va detto che, per quanto concerne le testimonianze su questi mai avvenuti “infoibamenti”, viene spesso citato un rapporto redatto da un anonimo “informatore” angloamericano che si firma “Source”, il quale avrebbe intervistato due sacerdoti che avrebbero “assistito” alle esecuzioni. Il commento introduttivo a questo documento che appare nel libro “Foibe” di Pupo e Spazzali è il seguente:
< Va sottolineato che dal testo si può evincere sia che alcuni degli infoibati erano ancora vivi quando vennero gettati nel pozzo, sia che a Basovizza vennero fucilati anche coloro che non erano stati condannati a morte >.
Però se leggiamo il rapporto, non comprendiamo assolutamente come i due storici arrivino ad “evincere” un tanto:
< Il 2 maggio egli (don Scek, n.d.a.) andò a Basovizza (...) mentre era lì aveva visto in un campo nelle vicinanze circa 150 civili “che erano riconoscibili dalle loro facce quali membri della Questura”. La gente del luogo voleva far giustizia in modo sommario ma gli ufficiali della IV Armata erano contrari. Queste persone furono interrogate e processate alla presenza di tutta la popolazione che le accusò (...) Quasi tutti furono condannati a morte. (...) Tutti i 150 civili furono fucilati in massa da un gruppo di partigiani, e poi, poiché non c’erano bare, i corpi furono gettati nella foiba di Basovizza >. A questo punto vogliamo evidenziare una successiva affermazione attribuita al sacerdote, che viene invece regolarmente omessa da coloro (storici e no) che citano il rapporto: < quando Source chiese a don Scek se era stato presente all’esecuzione o aveva sentito gli spari questi rispose che non era stato presente né aveva sentito gli spari >.
Quindi secondo il rapporto di “Source” don Scek fu testimone oculare sì, ma dei processi e non degli infoibamenti. Inoltre, nonostante questo rapporto venga costantemente presentato come la prova degli infoibamenti a Basovizza, se andiamo a verificare quanti “membri della Questura” sono scomparsi nel corso dei “quaranta giorni” di amministrazione jugoslava, arriviamo ad un totale di circa 150 nomi, della maggior parte dei quali si sa come e dove sono morti (fucilati a Lubiana, recuperati da altre foibe, morti in prigionia).
Questo è un chiaro esempio di come i documenti storici possono venire manipolati a seconda della teoria che si vuole dimostrare: quello che a mio parere risulta inaccettabile in questo caso, è che questa operazione sia fatta non tanto da propagandisti quanto da due storici considerati “seri” e preparati e che vengono spesso intervistati ed invitati a tenere conferenze sull’argomento.
Nella seconda edizione del libro, che si intitola “Operazione foibe tra storia e mito”, ho ampliato lo studio anche agli avvenimenti dell’Istria del settembre ’43, dove la vulgata parla di “migliaia di infoibati sol perché italiani”. Nel periodo, dopo che l’armistizio dell’8 settembre aveva lasciato allo sbando l’esercito italiano e le sue stesse istituzioni, in alcune zone dell’Istria, nel corso di una rivolta popolare furono uccise sommariamente circa quattrocento persone, per lo più dirigenti ed esponenti del Fascio, squadristi, possidenti, alcuni carabinieri e poliziotti. La cifra risulta sia dai recuperi effettuati alcuni mesi dopo (dopo che l’esercito nazifascista ebbe ripreso il controllo dell’intera zona, al prezzo del massacro di tredicimila – dicono le cronache dell’epoca, che forse riportano cifre esagerate – istriani: ma forse, visto che questi erano per lo più di etnia slovena e croata, non hanno diritto di cittadinanza tra le vittime dell’Istria, secondo propagandisti e storici di regime?), sia dai diversi necrologi apparsi sui giornali dell’epoca, nei quali vengono inoltre evidenziati i ruoli rivestiti dalle varie vittime di questa jacquerie.
Quanto agli “infoibati” del 1945, bisogna dire che anche qui le cifre sono sempre state esagerate: da Trieste scomparvero, nel corso dei quaranta giorni di amministrazione jugoslava, meno di cinquecento persone; da Gorizia circa 550, considerando in questo contesto tutti coloro che furono arrestati da forze armate jugoslave (quindi militari, che essendo prigionieri di guerra dovevano venire internati in campi lontani dal posto dove erano stati catturati, ma anche collaborazionisti che furono poi inviati per lo più a Lubiana per essere processati) e non fecero ritorno, sia perché morti nei campi, sia perché processati e condannati a morte; ma anche le vittime di vendette personali e di esecuzioni sommarie, per le quali furono celebrati diversi processi nel dopoguerra. E dei recuperi dalle “foibe” triestine e goriziane effettuati tra il 1945 ed il 1948 risultano riesumati circa 450 corpi, la maggior parte dei quali erano militari (per lo più germanici, ma anche partigiani) morti nel corso della guerra, e soltanto per cinque di queste “foibe”, per un totale di una quarantina di vittime, si può parlare di esecuzioni sommarie, compiute nel maggio 1945 o da singoli per vendetta personale, oppure, nel caso della “foiba Plutone”, da un gruppo di criminali comuni che si erano infiltrati nelle formazioni partigiane e che derubarono ed uccisero 18 persone.
Come si può in questo contesto parlare di un unico “fenomeno foibe”, come pretendono oggi i propagandisti anche di sinistra? Come abbiamo potuto vedere, si trattò di una serie di “fenomeni”, il cui minimo comune denominatore può essere soltanto la guerra: perché queste esecuzioni si svolsero durante o subito dopo la guerra, una guerra che non era stata iniziata certamente dai partigiani, né dal popolo jugoslavo, e che era stata preceduta, nella Venezia Giulia, da vent’anni di fascismo che aveva negato ogni diritto ai popoli sloveno e croato, che pure vivevano in quelle zone da sempre, persino il diritto di parlare e pregare e nella propria lingua, e che aveva ferocemente represso gli oppositori politici ed aveva commesso crimini orribili nel corso dell’occupazione della “provincia di Lubiana”, aggredita senza alcuna dichiarazione di guerra.
Però accomunare le vendette dei singoli o le condanne a morte eseguite in Jugoslavia dopo la fine della guerra a tutti i crimini commessi dall’esercito fascista occupante non è assolutamente accettabile, né da un punto di vista storiografico né da un punto di vista politico: né è accettabile, a mio parere, trinciare giudizi di tipo moralistico, perché se è vero che oggidì è giusto essere contrari alla guerra ed alla violenza e condannare tutti questi fenomeni di violenza, tale giudizio nostro dovrebbe essere sospeso per quanto riguarda i combattenti del movimento di liberazione dell’epoca, perché noi siamo vissuti in un’epoca di relativa pace e non abbiamo mai dovuto patire quello che hanno patito i resistenti, i morti come i sopravvissuti. Non possiamo noi oggi ergerci a giudici del comportamento di questi combattenti: avranno anche sbagliato coloro che alla fine si sono fatta giustizia da soli, però non sta a noi giudicarli.
Né è possibile liquidare come “violenza di stato” e quindi condannare per questo l’allora costituendo stato jugoslavo, il fatto che delle persone siano state arrestate, giudicate e condannate a morte, senza entrare nel merito dei processi che furono celebrati e del ruolo che avevano svolto questi condannati, perché ricordiamo che nel dopoguerra la pena di morte non esisté soltanto in Jugoslavia.
Ed in ogni caso non è accettabile che carnefici e vittime vengano giudicati con gli stessi pesi e misure, per cui oggi si vogliono parificare i combattenti di Salò ai combattenti partigiani ed erigere monumenti alle vittime di tutti i totalitarismi.
È inoltre inaccettabile la manovra che si sta svolgendo a Trieste che vuole delegittimare tutti coloro che combatterono con l’Esercito di Liberazione Jugoslavo, compresi i partigiani triestini (italiani e sloveni) che facevano riferimento alla Osvobodilna Fronta – Fronte di Liberazione ed ai nuclei di Unità Operaia – Delavska Enotnost ed ai GAP, asserendo che il 1° maggio 1945, quando l’Esercito di Liberazione arrivò a Trieste coadiuvato dallo sforzo insurrezionale delle altre forze collegate presenti in città, questa non fu una vera liberazione, perché portò alla “occupazione titina” della città, mentre la “vera” insurrezione sarebbe stata quella (subito rientrata per carenza di forze) del CLN triestino collegato alla Osoppo e non aderente al CLNAI, che aveva cercato all’ultimo momento di riciclare formazioni collaborazioniste per scongiurare l’annessione di Trieste alla Jugoslavia ed in previsione dell’arrivo degli angloamericani. Quel CLN che, secondo le parole di uno dei suoi attuali esponenti, sarebbe rimasto in clandestinità fino al 1954 per lottare per l’italianità di Trieste (ricordiamo che Trieste fu amministrata dagli angloamericani fino al 1954); e che avrebbe lottato con le armi che venivano segretamente passate dall’Italia tramite la struttura Gladio (questo almeno è quanto risulta da incartamenti dell’inchiesta di Carlo Mastelloni su Argo 16): ed è questo lo stesso CLN nel quale operato si identifica uno storico come Raoul Pupo.
Questi sono fatti molto gravi, forse ancora più gravi dell’equiparazione tra fascisti e comunisti, tra repubblichini e partigiani, tra carnefici e vittime. Sono più gravi perché legittimano un sistema che si dice democratico ma ha basato la propria continuità su strutture occulte armate che al momento giusto hanno operato violentemente, senza voltarsi indietro se rimanevano sul terreno delle vittime innocenti. E sono questi i fatti che bisogna mettere in evidenza ed ai quali opporci, se vogliamo che democrazia sia una cosa concreta e non solo una parola che legittima il capitalismo e non la libertà di opinione.

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