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L'insurrezione di Trieste

Il ricercatore Vincenzo Cerceo, che sta analizzando i “diari” del professor Diego De Henriquez, ci ha inviato i seguenti testi che si riferiscono a quanto scritto dallo studioso in merito all’attività del CLN italiano al momento dell’insurrezione a Trieste.

APRILE 1945:
LA TESTIMONIANZA DI ERCOLE MIANI.

Di particolare importanza è, per l’esatta decifrazione di quanto realmente accadde a Trieste negli ultimi giorni di aprile 1945, il “Diario” n. 28 di Diego De Henriquez (pagine 6.281-6.579). In esso, infatti, il “professore” riporta, con la solita precisione ed accuratezza e senza commenti, le notizie riferitegli, in proposito, da un testimone e protagonista d’eccezione: il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN triestino.
Verso la metà di aprile, avrebbe detto il Miani, c’era stata, esattamente nella chiesa di San Giovanni in Guardiella, una riunione tra partigiani italiani e jugoslavi, tra i quali il triestino Franc Štoka (in realtà quello che è passato alla storia come il “convegno di Guardiella” si tenne in una villa nei pressi della chiesa di San Giovanni, n.d.r.).
Quest’ultimo avrebbe comunicato che il 1° maggio le componenti della Resistenza presenti a Trieste che facevano loro riferimento (praticamente i facenti riferimento alla Osvobodilna Fronta – Fronte di Liberazione, cioè i battaglioni di Unità Operaia – Delavska Enotnost e la GAP triestina, n.d.r.), sarebbero insorte in sostegno all’azione che andava conducendo sull’altipiano l’Armata jugoslava. Štoka comunicò anche che gli insorti avrebbero esposto due bandiere: quella italiana con la stella rossa e quella jugoslava. Fu per questo motivo che i partigiani del Corpo Volontari della Libertà (CVL) di Miani, Don Edoardo Marzari ed il colonnello Antonio Fonda Savio decisero di anticipare, come mossa politica e non dettata da esigenze militari, i partigiani del Fronte di Liberazione, e di indire, pur nella massima disorganizzazione ed impreparazione dei propri reparti, l’insurrezione per il 30 aprile.
Così Miani afferma, esprimendosi con estrema lealtà: “Avendo notato che le forze armate tedesche andavano negli ultimi giorni di aprile ritirandosi da Trieste e che ben pochi ne erano rimasti, fu deciso di far scoppiare la rivolta il 30 anticipando gli jugoslavi”.
Non si riuscì nemmeno ad avvertire tutte le componenti che avrebbero dovuto essere coinvolte e si decise, dopo aver collocato, nella massima segretezza, il comando dell’insurrezione nei locali di una ditta sita in via della Geppa (nello stabile all’angolo con piazza Dalmazia, in cui aveva sede la ditta di cui era titolare il colonnello Fonda Savio, n.d.r.), di trasferirlo in Prefettura per timore che i pochi tedeschi rimasti in piazza Oberdan e piazza Dalmazia e presso il Palazzo di Giustizia potessero individuarlo. In Prefettura c’era, però, la vecchia amministrazione, che non fu estromessa. Fu accettata, invece, la collaborazione della Guardia civica del podestà Pagnini, che pure, fino al giorno 29 aprile aveva fornito il personale per il servizio di piantone nella caserma della SS di via Nizza.
All’inizio delle sparatorie due ufficiali tedeschi si recarono in Prefettura senza essere arrestati, e chiesero se quel Comitato avesse contatti con gli alleati angloamericani, perché in tal caso i tedeschi avevano l’ordine di arrendersi a loro.
Non avendo ricevuto tale conferma, i tedeschi lasciarono la Prefettura e tornarono, indisturbati, al Comando presso il Palazzo di Giustizia. Ciò mise in allarme i rivoltosi, che temettero un attacco alla Prefettura stessa, per cui decisero in tutta fretta di spostarsi nella sede dell’ACEGAT, sul Canal grande. Poiché però nella zona giravano troppe pattuglie tedesche, fu alla fine deciso di nascondersi in uno stabile defilato di via Ginnastica, che divenne la sede definitiva.
I reparti su cui poteva contare il CLN erano: la Guardia di Finanza di Udine, che aveva il compito di occuparsi della Stazione radio; gli altri reparti della Guardia di Finanza agirono da soli in maniera autonoma in sintonia con i colleghi di via Udine, ma senza coordinamento preventivo. Vi erano poi la brigata “Garibaldi” che occupò la caserma di Rozzol (dove era stanziata la Guardia civica, n.d.r.), e la “Frausin”, che occupò la caserma di San Giacomo (dove aveva sede la Brigata Nera “Tullio Cividino”, n.d.r.). In questa caserma giunsero molti operai chiedendo armi, ma, dopo averle ottenute, rifiutarono il bracciale del CVL dichiarando che avrebbero obbedito al comando di Stoka.
I Vigili del Fuoco furono invitati ad aderire per inscenare un attacco al caporalato tedesco di San Giusto, ma rifiutarono dicendo che anche loro erano già agli ordini di Štoka.
Miani aveva dato un ordine: non provocare vittime tedesche ma solo controllare che non abbandonassero le loro piazzeforti nelle quali, in città, attenevano gli alleati per arrendersi a loro e disarmare e poi rilasciare i militari isolati.
“Il criterio del CVL era liberare la città ma senza fare vittime”, evidentemente per evitare reazioni da parte dei pochi tedeschi rimasti. Sempre Miani afferma che al momento dell’insurrezione i reparti armati della SS avevano già lasciato la città.
Il I maggio l’arrivo del IX Korpus mise fine a questa paradossale ed improbabile “insurrezione”.

LA PRESA DELLA STAZIONE RADIO.

Sempre nel diario n. 29 ma dalla pagina 6.580, De Henriquez rivela altri aspetti, addirittura paradossali dell’insurrezione di Trieste voluta dal CLN.
In primo luogo il “professore” afferma che mai, in quella fase, a città di Trieste corse il rischio di difesa ad oltranza ad opera dei tedeschi e di distruzione delle sue strutture civili; anzi: il Deutsche Berater di Trieste, il dottor Hinteregger , aveva concordato assieme al Kampfkommandant della città, che la stessa doveva essere lasciata intatta. In conseguenza di ciò il CLN aveva promesso che non avrebbe ostacolato la ritirata dei funzionari civili.
Per questo motivo, anche l’importante impianto di trasmissione di Monte Radio non fu sabotato. Quello che, però accade nel palazzo dell’EIAR (la futura RAI) è davvero particolare. Nella mattinata del 29 aprile, infatti, si presentarono al Corpo di guardia, alcuni civili, senza apparenti armi addosso, e chiesero ai militari tedeschi di vigilanza di consentire loro l’occupazione del palazzo, essendo ormai la guerra praticamente persa per loro. I militari avvisarono il direttore, dottor Jaksche, il quale li raggiunse subito dal suo ufficio, ma al suo arrivo i civili erano già spariti.
Che cosa era accaduto? Semplicemente che era entrato uno dei militari di guardia, armato, ed i civili, alla vista di quelle armi, si erano dileguati.
Nel pomeriggio, però, l’impresa fu ritentata con metodi diversi. Al Corpo di guardia si presentarono nuovamente tre civili che chiesero di parlare con il direttore. Quando furono da lui ricevuti, il capo del gruppo, dottor Visintini, chiese allo stesso di consentirgli, a nome della rivoluzione, di prendere possesso del palazzo. Il direttore Jaksche li fece accomodare, offrì loro un liquore e rispose che aveva ordine di consegnare la sede solo agli alleati o al CLN. Si misero allora d’accordo: i civili sarebbero rimasti, assieme ai tedeschi, in attesa degli eventi.
A quel punto però irruppe nell’ufficio una pattuglia di SS che arrestò Visintini e gli altri due, li portò nella vicina sede di piazza Oberdan dove iniziarono ad interrogarli. Li tolse, poco dopo, dall’imbarazzo lo stesso dottor Jaksche, il quale dichiarò alle SS che i tre erano andati lì su suo invito e non come intrusi. Quindi furono rilasciati.
Tornato alla sede, Jaksche fu avvicinato da un suo funzionario, tale Amadi, il quale, in tutta segretezza, gli confidò di fare parte del CLN e di conseguenza era pronto, al momento opportuno, a prendere le consegne.
Offrì anche un nascondiglio a Jaksche, ma questi lo rifiutò preferendo raggiungere Tarvisio come da ordini ricevuti. In cambio fece una confidenza ad Amadi: egli aveva ricevuto l’ordine di distruggere tutti i microfoni per rendere inutilizzabile l’impianto, ma li aveva, invece, nascosti in uno scantinato Quindi si accordarono sul fatto che Jaksche avrebbe detto ad Amadi dove si trovavano i microfoni a patto che questi li avrebbe presi solo il giorno dopo la sua partenza, per evitare ritorsioni contro lo stesso Jaksche.
Finalmente, alla sera del 29 aprile giunse il tanto sospirato ordine di partenza: Jaksche passò tutto ad Amadi, montò in automobile e raggiunse, senza troppe difficoltà, Tarvisio.
Ecco come ha raccontato il professor De Henriquez uno dei vari aspetti della cosiddetta “insurrezione” del CLN.

IL SALVATAGGIO DEL PORTO.

Tornando alla questione del salvataggio del porto per merito del CLN, dobbiamo tenere conto inoltre anche di altre affermazioni di De Henriquez, raccolte in un “diario” successivo a quelli finora esaminati, il n. 30.
Nel gennaio 1945 il comandante tedesco della Marina, Loyke, aveva scritto a Dönitz chiedendo di poter soprassedere alla distruzione dle porto in quanto atto non essenziale ai fini bellici. De Henriquez riporta nel suo diario proprio questa nota, in lingua tedesca. Dopo pochi giorni arrivò la risposta di Dönitz: “Nicht zu vernichten”, cioè “non distruggere niente”.
Nello stesso periodo, il vescovo Santin riceveva da Kesserling assicurazione che neanche gli acquedotti e gli altri impianti sarebbero stati distrutti.
Stando a quanto scritto in queste pagine dal “professore”, dunque, non è assolutamente notizia confermata (e non andrebbe quindi accolta acriticamente come invece fanno i giornali) che sia stata la “insurrezione” del CLN ad evitare la distruzione del porto e delle infrastrutture civili.

A PROPOSITO DELL’INSURREZIONE…

Lo storico Raoul Pupo, nel corso del convegno indetto in occasione del 60° anniversario della Liberazione, “Il percorso della Libertà, Italia 1943-1945”, svoltosi a Trieste nella mattina del 19 marzo scorso, ha così sintetizzato le motivazioni che spinsero il CLN italiano ad indire l’insurrezione per il giorno prima del previsto arrivo a Trieste dell’Esercito di Liberazione jugoslavo. Da una parte le componenti collaborazioniste con i nazifascisti avevano chiesto al CLN di Miani e Fonda Savio di unirsi a loro contro il Fronte di Liberazione – Osvobodilna Fronta (OF) di Trieste; dall’altra lo stesso OF aveva proposto al CLN di unirsi a loro e, una volta liberata la città, di entrare nel governo unitario che si sarebbe costituito.
Ma il CLN decise di non accettare nessuna delle due proposte, perché vedeva sullo stesso piano l’antifascismo e la lotta all’“annessionismo jugoslavo”, su questa decisione di insorgere autonomamente, ha detto Pupo, si innestò poi la decisione di lottare per il ritorno all’Italia e sarebbero stati gli stessi insorti del 30 aprile che poi avrebbero lottato negli anni successivi per una Trieste italiana. Quindi, ha concluso lo storico, l’Italia democratica di oggi si rende conto che la scelta di allora del CLN era la scelta giusta, quindi “noi” (cioè il relatore e chi con lui concorda, nd.r.) siamo gli eredi di questo CLN e delle sue idee ed azioni.
A questo punto, noi avremmo qualcosa da dire su questo concetto. Innanzitutto è storicamente vero quanto ha detto Pupo: furono membri del CLN italiano di Trieste (quello che continuò la resistenza anche durante l’amministrazione jugoslava, mettendo bombe e operando sequestri di persona a scopo intimidatorio e che, secondo le parole di uno dei loro esponenti, rimase in clandestinità) a fare da tramite per l’invio di armi dall’Italia nella città all’epoca amministrata dagli angloamericani, a scopo di creare un movimento armato per ottenere la cancellazione del Territorio Libero di Trieste (uno stato la cui esistenza era stata sancita da un trattato internazionale tra stati). A causa di questi maneggi, politici e armati, vi furono scontri violenti in città che causarono diversi morti; e dietro tutto questo troviamo la struttura della Gladio, di cui fu membro (stando a quanto pubblicato dalla stampa e mai smentito) anche quel Vasco Guardiani che fu il dirigente di una brigata del CVL, fu arrestato nell’estate del ‘44 dalla squadra politica di Mazzuccato dopo che in una perquisizione a casa sua, furono rinvenute “armi, carte topografiche, manifestini”, ma quasi subito rilasciato “grazie ad un pronto alibi” , ed oggi uno dei sostenitori della necessità di ricordare come giorno della liberazione di Trieste il 30 aprile, mentre il 1° maggio deve essere ricordato come l’inizio del “terrore titino”.
Ora, ciascuno, secondo noi, ha il pieno diritto di identificarsi con le idee che preferisce, e sentirsi erede politico e spirituale di chicchessia. Però se qualcuno ritiene che sia sinonimo di democrazia per uno stato finanziare movimenti armati a scopo destabilizzatore ed eversivo in un altro stato che si desidera annettere, invece di limitarsi a discutere della questione per vie diplomatiche e così facendo provocare morti e feriti, padrone di pensarlo. Per noi la democrazia è ben altra cosa, e non ci sentiamo eredi della Gladio, né di chi l’ha foraggiata ed usata per gli scopi che bene conosciamo.

(aprile 2005)

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