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      Mučeniška Pot


L'Ispettore De Marco E La Pubblica Sicurezza Sul Confine Orientale

A PROPOSITO DELLA PUBBLICA SICUREZZA SUL CONFINE ORIENTALE.

In seguito alla pubblicazione, avvenuta nel marzo del 2006, degli elenchi di persone arrestate nell’immediato dopoguerra nel territorio di Gorizia dalle autorità jugoslave (e che vengono sbrigativamente ed incongruamente definite “infoibate”, nonostante risulti chiaramente da questa documentazione che nessuna delle persone comprese in questi elenchi è stata uccisa e gettata in qualche foiba), abbiamo avuto modo di leggere, sul “Piccolo” del 13/3/06, una presa di posizione del “segretario provinciale della Confederazione sindacale autonoma di Polizia” (Consap), l’ispettore goriziano Mario De Marco (che dalle note di copertina di un suo libro di cui parleremo più avanti risulta essere stato già segretario provinciale del LI.SI.PO., il Libero Sindacato di Polizia), il quale lamenta che “nell’elenco risultano numerosi errori e mancanze per lo meno riguardo ai poliziotti scomparsi da Gorizia”. Nella fattispecie, egli segnala i nomi di Guido Antonelli, Marino Bosdaves, Placido Candido, Benvenuto D’Agostina, Antonio Gobbo, Ermes Passoni, Giovanni Puglisi e l’allora questore di Gorizia (di nomina nazifascista) Vito Genchi.
Duole a questo punto dover constatare che vi sia così scarsa attenzione nella lettura di documenti, obiettivamente importanti, da parte di un funzionario dello Stato, ispettore di PS, dato che nell’elenco reso pubblico dalla stampa noi abbiamo trovato quantomeno i nominativi di Gobbo e Passoni. Dobbiamo però aggiungere che, tranne Bosdaves, Genchi e Puglisi, gli altri nomi indicati da De Marco non si trovano neppure nel testo curato dall’Istituto Friulano per la storia del movimento di liberazione “Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della regione Friuli-Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale”, (Udine 1991) riguardante la provincia di Gorizia. Se poi consultiamo altri elenchi, troviamo che nella lista del Ministero degli Interni riguardante il “personale di PS infoibato ed ucciso da elementi partigiani slavo-comunisti”, non c’e nessuno di questi nomi; mentre nell’elenco del personale di PS “irreperibile” dopo l’1/5/45 troviamo Gobbo, Puglisi e Bosdaves (ambedue questi elenchi sono stati pubblicati in copia anastatica nel testo di Marco Pirina ed Annamaria D’Antonio, “Adria Storia 1”, ed. Silentes loquimur, 1993). Bisogna qui precisare che non sempre la dicitura “irreperibile” significa che la persona è stata arrestata ad opera delle autorità jugoslave e poi giustiziata, od uccisa per vendette personali: molti agenti di PS, soprattutto quelli che si erano macchiati di crimini collaborando con i nazisti, preferirono rimanere nascosti e non presentarsi più sul posto di lavoro, neanche dopo la fine dell’amministrazione jugoslava a Trieste e Gorizia. Una prova di questo si riscontra nel caso di Giovanni Codeglia, torturatore dell’Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia (la famigerata “banda Collotti), che risulta “irreperibile” negli elenchi di cui sopra ed il cui nome era addirittura inserito sulla lapide nell’atrio della Questura di Trieste tra i poliziotti caduti in servizio. Dopo la caduta del nazifascismo, infatti, Codeglia rimase nascosto e non rientrò in polizia neanche al ritorno dell’Italia; morì negli anni ‘80 in un incidente stradale in Istria. Va qui dato atto al questore di Trieste nel 1996, dottor Cernetig, di essersi operato, dopo essere stato notiziato del caso, per togliere il nominativo di Codeglia dalla lapide, nominativo che infatti oggi non c’è più.
Passiamo allo studio curato dall’ispettore De Marco, intitolato “La Pubblica Sicurezza sul confine orientale 1943-1945. Inediti di una tragedia annunciata”. Non possiamo essere più precisi sulla reperibilità di questo testo (da noi acquistato in una grossa libreria di Trieste), perché non riporta indicazione né dello stampatore né dell’editore, né il luogo e la data di stampa. Riteniamo che un ispettore di PS dovrebbe essere edotto delle norme che disciplinano le pubblicazioni, e quindi anche del fatto che, per non incorrere nel reato di stampa clandestina, ogni pubblicazione deve portare le indicazioni che abbiamo specificato più sopra.
Il testo si apre con alcune citazioni del “duce”, al secolo Mussolini Benito: “Coloro che spesso con rischio della vita, applicano le leggi contro gli elementi antisociali, parlo dei Reali Carabinieri, delle Camicie Nere, degli Agenti di PS, meritano gran considerazione e rispetto”. E, sempre dello stesso “autore”: “in ogni momento ricordatevi che rappresentate la legge e che avete il dovere di difendere il Re, il Regime e la Patria”.
Senza voler mancare di rispetto a chi, spesso con rischio della vita, fa applicare le leggi, vorremmo però osservare che in democrazia le leggi non dovrebbero più venire applicate contro gli elementi “antisociali” (brutto termine, che veniva usato sotto il Reich di Hitler per indicare chi doveva essere internato nei campi di sterminio, ebrei, omosessuali, zingari, oppositori politici, testimoni di Geova…); vorremmo poi ricordare che le Camicie Nere (cioè la Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), oltre a reprimere gli antifascisti italiani, si sono macchiate di orrendi crimini nel corso dell’occupazione della Jugoslavia; ma soprattutto rileviamo che nessuno di noi oggi ha “il dovere di difendere il Re ed il Regime”, tanto meno gli operatori di PS che hanno giurato di rispettare e far applicare le leggi della Repubblica italiana nata dalla Resistenza, prima di tutte la Costituzione, che vieta, tra l’altro, la ricostituzione del partito fascista e l’apologia del medesimo.
La ricerca è peraltro interessante, avendoci dato modo di sapere che il primo dirigente dell’Ispettorato Speciale di PS nel 1942, Fortunato Lo Castro, che guidava la repressione antipartigiana e che (citiamo De Marco) “compare nella lista di collaboratori dell’OVRA stilata nel dopoguerra dal Ministero dell’Interno come: Lo Castro rag. Fortunato, commissario capo di PS dal 29/9/39 OVRA Milano in servizio a Campobasso”, ciononostante fu poi, tra il 1950 ed il 1954, questore di Gorizia, così come fu questore di Gorizia anche il dottor Marcello Guida, che sotto il fascismo aveva diretto il confino di Ventotene e che era questore di Milano quando avvenne la strage di piazza Fontana e l’anarchico Pinelli precipitò dal quarto piano dove aveva sede la squadra politica.
Non analizzeremo tutto il libro, ci limiteremo ad evidenziare alcuni passi, lasciando da parte tutte le citazioni del “duce” (che De Marco scrive senza virgolette e con la maiuscola) sparse nella pubblicazione. Alla fine del testo ci sono elenchi di poliziotti che sarebbero caduti in servizio: usiamo il condizionale perché, come detto prima, spesso viene considerata la dichiarazione di “irreperibilità” come dichiarazione di scomparsa, mentre dobbiamo constatare che, ad esempio, Ciro Ferri, membro dell’Ispettorato Speciale di PS, che De Marco (citando l’Albo d’Oro di Luigi Papo) dà come ucciso dai partigiani a Carbonera di Treviso assieme al dirigente l’Ispettorato, il commissario Collotti il 28/4/45, ci risulta invece essere stato ancora vivo nel 1947, dato che fu sentito come testimone nel corso dell’inchiesta per gli “infoibamenti” della Plutone.
Leggendo questi elenchi dobbiamo purtroppo nuovamente constatare la scarsa attenzione posta dall’ispettore De Marco nella loro compilazione; ad esempio, trovandosi a poche righe di distanza “Mangeri Luigi di Angelo, nato ad Enna il 25/9/03, guardia di PS in servizio a Trieste, irreperibile dal 1/5/45” (n. 97), e “Maugeri Luigi di Angelo (…) nato ad Aidone (EN) il 25/9/03, residente a Trieste (…) prelevato in data 1/5/45, deportato e disperso” (n. 105), a noi il dubbio che si tratti della stessa persona salta all’occhio, mentre non sembra che all’ispettore questo dubbio sia venuto. Così come successivamente De Marco nomina Runce Giuseppe, deportato e disperso che “secondo Papo” sarebbe riportato anche Runge e Runer” (n. 173), il che non gli impedirà di mettere al n. 174 della lista Runer Giuseppe.
Ma lasciando da parte questi particolari che hanno un’importanza relativa nell’ambito dell’intero studio, ciò che secondo noi è grave è l’impostazione generale dell’autore (funzionario della Polizia di Stato del nostro Paese, ricordiamolo) che sta alla base di questo suo lavoro. Quando egli scrive che i poliziotti goriziani compirono il loro dovere restando al loro posto a “proteggere la popolazione civile” invece di “andare nei boschi esponendo i propri familiari alle rappresaglie”, mentre i “vincitori” uccisero “a guerra finita”, e fra questi vi era “una larga rappresentanza di chi, per ragioni ideologiche, voleva annettere la nostra regione ad un paese straniero (…) e che lottava per un’ideologia non certo di libertà e democrazia”, ci chiediamo perché mai l’ideologia fascista, che aveva preso il potere in Italia con un colpo di mano, e che successivamente aveva permesso che la nostra regione fosse di fatto annessa ad un paese straniero, com’era la Germania di Hitler, abbia l’approvazione di De Marco per essere difesa dalla polizia italiana, anche a prezzo di efferate violenze contro gli oppositori politici, mentre nessuna giustificazione egli trova in chi lottava per il comunismo, ed alla fine della guerra ha inteso, forse erroneamente, di fare giustizia di coloro che riteneva criminali di guerra per l’operato da essi svolto.
A pag 54 leggiamo che “i poliziotti goriziani furono impiegati per far rispettare le leggi dell’epoca, per cui anche quelle razziali del 1938, e pare che in seguito, durante la guerra, avessero collaborato con i tedeschi agli arresti avvenuti nel locale ghetto (…)”. Giova qui ricordare che la comunità ebraica di Gorizia fu completamente sterminata dai nazifascisti, e gli ebrei goriziani che sopravvissero alla Shoah furono meno di dieci.
Ma è anche scandaloso come De Marco tratta (pag. 48 e seguenti) la questione dell’Ispettorato Speciale di PS, diretto da Gueli, soffermandosi soltanto a descriverne la composizione, la dislocazione dei vari Nuclei mobili in cui esso si divideva, elogiando la capacità di coordinazione di Gueli ed anche riportando il fatto che “nel corso di un’operazione antipartigiana si guadagnò la medaglia di bronzo al valor militare il vice commissario Gaetano Collotti”. Non una parola, da parte di De Marco, sul modo di Collotti di interrogare le persone sospette di attività partigiana che gli capitavano tra le mani, sulle violenze cui sottoponeva uomini e donne, anche incinte, anziani e ragazzini; o sul fatto che in epoca nazifascista la maggior parte degli arrestati dall’Ispettorato di Gueli e Collotti, se non morivano a causa delle torture, venivano poi consegnati ai nazisti ed internati nei lager (dove trovavano la morte) oppure venivano direttamente uccisi nella Risiera di San Sabba. Un modo curioso di “proteggere la popolazione civile”, quello di rastrellare, torturare e far deportare in Germania, oppure uccidere i civili sospettati di collaborazione coi partigiani.
Anche questa era la Pubblica Sicurezza al confine orientale, in epoca fascista e poi nazifascista, e non possiamo accettare che certi comportamenti vengano giustificati con il fatto che “chiunque indossa una divisa deve eseguire gli ordini del proprio superiore gerarchico, rispettare e far rispettare le leggi vigenti, al di là della propria opinione personale”. Al di là del fatto che chi “indossa una divisa” può rifiutarsi di obbedire ad un ordine che considera illegittimo (e dovrebbe essere considerato illegittimo l’ordine di fare violenza sugli arrestati), ricordiamo che stiamo parlando di leggi fasciste (come quelle razziali) che dovrebbero essere state cancellate nel dopoguerra; ma soprattutto ricordiamo per far rispettare queste leggi taluni agenti e funzionari di PS si macchiarono di orrendi delitti, condannati oggi dalle convenzioni internazionali che vietano l’uso della tortura. Ed infine ricordiamo che da un certo momento le leggi erano amministrate non dal legittimo governo italiano, quello di Roma, ma dal golpista governo di Salò, che oltretutto (a Gorizia come a Trieste) aveva lasciato l’amministrazione dell’Adriatisches Küstenland ai nazisti, che avevano annesso il territorio al Reich di Hitler. Era al Reich di Hitler che obbedivano le forze dell’ordine al confine orientale dopo l’8/9/43, non al governo legittimo italiano. Fu per questo motivo che ad un certo punto l’amministrazione germanica decise di sciogliere nella Venezia Giulia l’Arma dei Carabinieri, proprio perché i Carabinieri, avendo giurato fedeltà al Regno d’Italia, si rifiutavano di obbedire totalmente agli ordini del Reich, e di conseguenza molti carabinieri furono deportati nei lager nazisti dove spesso trovarono la morte. Altri scelsero la Resistenza, come scelsero la Resistenza anche alcuni (non molti, purtroppo) poliziotti, tra i quali vogliamo ricordare la figura di Adriano Tamisari, nominato anche da De Marco perché aveva svolto per un periodo servizio a Gorizia. Tamisari collaborò a Trieste con i GAP, fu arrestato da suoi colleghi poliziotti dell’Ispettorato Speciale ed ucciso nella Risiera di San Sabba nel settembre 1944.
Successivamente De Marco sostiene che: “con un’attenta valutazione e lettura della storia (…) si potrebbero cambiare molte cose, basti pensare a quanto succede oggi in Kossovo (sic). Quella pulizia etnica sembra ricordare molto da vicino quella di 50 anni fa in Istria ai danni degli italiani (…)” e giunge a queste agghiaccianti conclusioni: “Molte volte mi sono chiesto se fosse ugualmente ciò che sta succedendo nel Kossovo, se invece di perseguire solo i criminali nazisti si fosse perseguito anche chi uccise e torturò in Jugoslavia (…) quale migliore esempio se non l’impunità degli infoibatori poteva essere sprone per nuove fosse comuni (…)”.
Quindi l’ispettore si basa su un dato storico falso (una “pulizia etnica” che, ricordiamo, non fu messa in atto dalla Jugoslavia), per avallare un altro dato storico falso, la “pulizia etnica” che mai è esistita in Kosovo (noi lo scriviamo con la grafia corretta), quantomeno non ai danni dell’etnia albanese e non operata dal governo jugoslavo. Tutto il testo di De Marco sembra, da questo punto di vista, redatto non tanto per raccontare la storia di un corpo di polizia, quanto allo scopo di criminalizzare il movimento partigiano, soprattutto jugoslavo, basandosi, per questa criminalizzazione, sulle falsità storiche che sono state diffuse negli anni a proposito delle “foibe”, dove De Marco fa riferimento non tanto a pubblicazioni storiche serie (che vengono citate solo di sfuggita), ma a quelle propagandistiche di Marco Pirina, di Luigi Papo, delle associazioni irredentiste come il Centro Studi Adriatici. E dato che lo studio si basa su un periodo storico preciso, quello del fascismo e della seconda guerra mondiale, quando la PS fu al servizio di due regimi totalitari (fascismo prima e nazifascismo poi), e sul cui comportamento nell’ambito della repressione degli oppositori politici De Marco non trova nulla da ridire, ribadendo il concetto che si trattava di “eseguire gli ordini”; e per il fatto che il testo sia infarcito di così tante citazioni del “duce”, alla fine della lettura un dubbio c’è venuto: sarà mica stato a Genova nel luglio 2001, l’ispettore De Marco?

Maggio 2006

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