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      Mučeniška Pot


La Crisi Della Sinistra

LA CRISI DELLA SINISTRA.

Tema d’attualità la crisi della sinistra che sembra non riscuotere molte simpatie soprattutto tra le giovani generazioni, cioè coloro che dovranno, nel corso degli anni a venire, pensare a come gestire il mondo, giovani che preferiscono il disimpegno o lo schierarsi a destra. Vorrei a questo punto fare delle riflessioni di tipo personale.
La mia generazione per motivi anagrafici ha vissuto di riflesso gli anni ‘60 ed il loro movimento rinnovatore, pacifista, colorato, ed ha invece vissuto in pieno gli anni ‘70, dei quali oggi si vorrebbe ricordare solo gli episodi di violenza che li costellarono, invece di ricordarne in positivo le conquiste sociali che si ottennero dopo tutte le lotte degli anni precedenti, e che diedero all’Italia una serie di normative tra le più avanzate del “mondo occidentale”. Si pensi solo al nuovo diritto di famiglia, la legge sull’aborto, lo statuto dei lavoratori, l’equo canone, la sanità uguale per tutti. Guarda caso, si tratta proprio di cose che, o sono già state di fatto abrogate nel corso degli ultimi anni, oppure sono in fase di discussione (per non dire di eliminazione), e di cui si preferisce non parlare.
Degli anni ‘70 dunque si ricordano solo le violenze dei gruppi politici (di destra e di sinistra, ma stranamente le violenze operate dalle istituzioni statali tendono a venire accantonate in questa memorialistica revisionista), che pure ci furono ma non erano la regola quotidiana della lotta politica, che ha invece significato (io parlo per la sinistra, ovviamente, avendo militato in essa e non nei gruppi di destra) moltissimo per la formazione civile di coloro che vi presero parte. Militare in un gruppo significava discutere e confrontarsi con le idee degli altri, imparare a fare dei sacrifici più o meno piccoli per la “causa”, come tirare tardi a ciclostilare volantini o alzarsi due ore prima del solito per andare a distribuirli, organizzare presidi e cortei, lavorare per l’autofinanziamento. Significava avere rapporti umani e politici non solo con i propri coetanei ma anche con persone più anziane con le quali si potevano condividere esperienze e memorie di altri periodi; portava a quella solidarietà dell’accompagnarsi a casa l’uno con l’altro quando c’erano periodi di tensione e si temevano aggressioni di stampo fascista. In poche parole il nostro impegno era una scuola di vita collettiva, dove si imparava a rispettare le idee e a tenere conto e delle necessità degli altri.
Tutto idilliaco, dunque? No, certamente: c’erano anche le rivalità, le meschinità, le piccolezze morali, come è umano. E del resto penso anch’io che gli anni ‘70 hanno portato alla morte della politica di sinistra, però non per i motivi che vengono di solito addotti. La grossa responsabilità che ha avuto il movimento del ‘77 nella fine dell’impegno politico, nell’ingresso negli anni ‘80 del disimpegno e poi negli anni ‘90 del “nuovo ordine mondiale”, passato quasi senza colpo ferire in nome dell’eliminazione di “tutte le ideologie”, è stata l’avere voluto dissacrare e “sputtanare” ad ogni costo tutti quelli che erano stati fino allora i valori che avevano mosso i giovani a fare militanza politica a sinistra. Questo rifiuto di avere “padri spirituali”, “modelli guida”, o semplicemente esempi da seguire (magari criticamente, ma da seguire) ci ha portato, oggi nel Duemila, ad avere fatto un mito del rifiuto di tutti i miti. In questo percorso una parte della sinistra ha praticamente ripudiato la Resistenza, perché non bisogna “santificarla” dato che si deve essere contro la violenza; i Paesi del “socialismo reale”, ormai crollati, facevano comunque schifo, per cui non si può rimpiangere nulla di quello che prima esisteva ed ora non esiste più (che la speranza di vita in Russia sia diminuita rispetto a quella dell’Urss sembra non colpire più che tanto i detrattori del comunismo); a forza di criminalizzare la Jugoslavia per le “foibe” e per Goli Otok (come se orrori nelle carceri non fossero stati commessi in nessun altro paese…) si finisce a non riconoscerne neppure i lati positivi dell’esperienza autogestionaria ed il ruolo internazionale di paese leader per i paesi non allineati (del resto, rifiutando tutte le guide va da sé che anche i paesi guida sono una cosa negativa, no?); col risultato che mentre prima i Paesi in via di sviluppo potevano contare sulla solidarietà internazionale di altri Paesi più sviluppati che operavano con essi progetti di formazione scolastica e lavorativa, oggi l’unica risorsa che hanno i Paesi più poveri è quella di mandare allo sbaraglio verso il “ricco” Occidente i propri cittadini (quelli che già sono dei privilegiati in senso economico perché hanno i soldi da spendere per pagare le varie mafie dell’immigrazione clandestina).
Ancora oggi, non contenta di tutto questo, la sinistra insiste nella distruzione ideologica di qualsiasi cosa che possa significare un modello per un miglioramento politico e sociale. A che pro gli articoli su giornali (borghesi sì ma “illuminati”) come “Repubblica”, e sulla stessa “Liberazione”, che sparano a zero non solo su Cuba (ormai è un classico condannare Cuba anche a sinistra, visto che bisogna per forza distruggere tutto ciò che può ricollegare ad un passato di lotta e di conquiste sociali… come una rivoluzione, scusate se è poco) ma anche sul presidente del Venezuela Chavez, tacciato di essere un caudillo oppressore, nonostante abbia ridato dignità ai poveri del suo Paese. Dove le critiche a Chavez, guarda caso, provengono da quella borghesia, magari “illuminata”, che vede minacciati i propri privilegi dai diritti sociali dati alla maggioranza della popolazione.
Perché i giovani non vanno “a sinistra”, oggi, forse dipende da cosa propone la “sinistra” ai giovani. Quando eravamo giovani noi eravamo di sinistra perché avevamo dei sogni, pensavamo di realizzare qualcosa di diverso, di migliore. Sognavamo la rivoluzione (ebbene sì, quella volta non era considerata una parolaccia), avevamo come modelli i partigiani che avevano lottato contro il nazifascismo, i rivoluzionari come Che Guevara ed i movimenti di liberazione dei popoli del mondo che lottavano per la libertà e la giustizia sociale; e ci eravamo entusiasmati all’idea che Unidad Popular in Cile aveva conquistato il potere con una pacifica rivoluzione elettorale (e quanto dolore quando questa rivoluzione pacifica fu soffocata nel sangue da coloro – i detentori stranieri dei mezzi di produzione, le multinazionali aiutate dai servizi statunitensi – che non potevano permettere che un popolo decidesse di riprendersi ciò che sarebbe stato suo di diritto).
Ci sarebbero, è vero, tante cose da dire sulle lotte per la liberazione e per il comunismo, su ciò che fecero i rivoluzionari una volta giunti al potere, sul fatto che il potere spesso sbaglia: ma questo non vuol dire distruggere l’idea in nome degli errori commessi dai singoli. L’errore più grosso che ha fatto e continua a fare la sinistra è di avere, come dice quell’orribile proverbio, “gettato via il bambino con l’acqua sporca”, cioè, per banalizzare, rifiutato l’ideale socialista assieme allo stalinismo.
Eppure non sarebbe difficile fare come ha fatto il cantautore rivoluzionario Pete Seeger, che ha rifiutato lo stalinismo ma non l’ideale comunista. Perché non potremmo farlo anche noi, invece di continuare a farci del male e farne agli altri, perseverando nel dipingere così negativamente tutti i modelli di sinistra da renderli inaccettabili, col risultato di non proporre alcun modello positivo a sinistra e gettare i giovani tra le braccia dei movimenti di destra, che almeno permettono loro di avere dei miti, magari sbagliati, ma almeno permessi, sui quali loro non sono critici come la sinistra coi propri valori?

Claudia Cernigoi
luglio 2007

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