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      Mučeniška Pot


La Destra Triestina si racconta.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “TRIESTE A DESTRA” DI COMELLI E VEZZÀ (EDITO DA IL MURICE DI TRIESTE).

Io sono una persona che i tuffi nel passato li fa sempre volentieri, e quando ho visto sul più piccolo quotidiano locale che presentavano un libro sulla storia dei fascisti nostrani, corredato dalle foto degli aspiranti squadristi dei miei anni verdi, nonché di piombo, non ho potuto resistere, e sono andata a sentire. La prima cosa che mi ha colpito è stata vedere la quantità di persone intervenute, superiore evidentemente alle aspettative degli stessi organizzatori, dato che ad un certo punto per fare spazio al pubblico hanno dovuto far aprire anche la seconda parte della sala della Stazione Marittima; ma oltre alla quantità degna di nota anche la qualità degli interessati, dato che nel pubblico si intravedevano neo e post-fascisti di tutti i tipi, dai reduci del MSI e del Fronte della Gioventù a quelli di Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo, agli attuali esponenti di Fratelli d’Italia, del Polo non più polo, di Un’altra Trieste, per non parlare dei giovani che entusiasticamente parlavano dei propri genitori ritratti nelle foto pubblicate nel libro e che venivano proiettate su maxischermo in attesa dell’inizio della conferenza. E non ho potuto fare a meno di chiedermi quante persone verrebbero domani a sentire la presentazione di un libro sulla storia della sinistra, nuova o storica che sia, locale.
Gli autori però mi hanno piuttosto delusa nella loro esposizione, perché i loro discorsi mi sono parsi tronchi, incompleti: nel senso che, dopo un inizio interessante non si concludevano. Ad esempio, quando uno dei due ha detto che “il MSI nasceva dalla sconfitta di coloro che ebbero il solo torto di non voler rinnegare le proprie convinzioni e rimasero coerenti fino in fondo”, non ha aggiunto il resto e cioè che la sconfitta di questi coerenti era stata determinata anche dal fatto che era stata la storia a sconfiggere il fascismo, o la coalizione alleata, insomma, e che se la loro coerenza era quella dei campi di sterminio e delle guerre imperialiste e della dittatura, non è una comunque una coerenza compatibile con la nostra carta costituzionale.
Molto interessante il discorso sulle donne, che nel MSI trovavano spazio, non come negli altri partiti dove “al massimo attaccavano francobolli” (infatti anche nella Resistenza le donne non facevano altro), pertanto Ida De Vecchi era stata votata dagli elettori e mandata in consiglio comunale, “poi ricusata”, ha aggiunto il relatore, il che mette in dubbio la disponibilità del partito nei confronti delle donne, anche perché se la sezione femminile era coordinata da Enrico (non Enrica) Tagliaferro, ciò fa sospettare che forse i dirigenti (non le dirigenti) non reputavano le donne capaci di organizzarsi da sole. Anche se poi il relatore, parlando delle ragazze del Fronte della Gioventù che si riconoscevano nel gruppo Eowyn (quello fondato dalla giovane Isabella Rauti, figlia di Pino e futura moglie di Alemanno), ha detto che pur “consapevoli della differenza tra uomo e donna non si tiravano indietro” e stavano in prima fila anche negli scontri, difatti quando, dopo “lancio di pietre e rottura di vetri” contro la sede Rai nel 1977 la polizia ha sparato, ad essere ferite dagli spari della polizia furono proprio due ragazze (fortunatamente molto di striscio, dato che una delle due, mia compagna di scuola, il giorno dopo era in classe).

Qui entra in ballo un altro argomento interessante trattato nella serata: la visione degli scontri di piazza da parte destra. Cioè, se mi capite, uno scontro, un pestaggio, una carica, un assalto, sono sempre atti di violenza, sono reati, sono deprecabili anche da un punto di vista etico. Invece qui, assieme all’orgoglio di avere dato una posizione egemonica alla sede del Fronte della Gioventù (“usando belle e brutte maniere”), si sono sentite anche le apologie degli scontri di piazza, così quando c’erano le manifestazioni per l’italianità di Trieste, 1953, “tutti” andavano a manifestare, ma quelli che cadevano (uccisi, feriti), e venivano arrestati “avevano tutti la tessera del MSI in tasca”; per non parlare di quella volta (1965) in cui l’assalto alla sede della DC era stato causato dal “grave atto” di avere nominato assessore comunale uno sloveno socialista “che era stato titoista”. Dunque per queste persone (non gli squadristi dell’epoca ma per gli autori del libro oggi pubblicato), nominare assessore un ex “titoista” costituisce un atto talmente grave da giustificare addirittura l’assalto ad una sede politica (azione che peraltro non è stata minimamente condannata).
Così pure è stata descritta come al limite dell’eroismo la difesa della sede del Fronte quando la manifestazione di protesta per la strage di Brescia (1974) si è portata fino a via Paduina, dove in ogni caso sarebbero stati i presidianti la sede a tirare bottiglie sui manifestanti, che sotto erano obiettivamente incazzati (in fin dei conti i fascisti avevano fatto 8 morti il giorno prima) però disarmati. E così hanno chiosato gli autori. “le stragi senza nomi hanno portato destre e sinistre a picchiarsi, in una strategia della tensione che si capirà solo se il governo aprirà gli schedari”.
Mi permetto di dissentire: la strategia della tensione si può iniziare a capire anche con la confessione dei responsabili. Se c’è a destra tanto desiderio di chiarezza, inizi col venire fuori chi ha messo la bomba a Brescia e dica perché l’ha messa, chi gli ha dato l’esplosivo, chi erano i suoi complici. O può parlare anche chi non è stato un protagonista diretto, ma sa qualcosa: sarebbe comunque un buon inizio, da prima che il governo apra gli schedari (dei quali in ogni caso si auspica l’apertura). Anche per capire come mai la destra si è prestata a questa strategia della tensione, convinta di lottare contro il comunismo e per i propri ideali, come ha fatto l’ordinovista Vincenzo Vinciguerra che ha rivendicato la responsabilità dell’attentato di Peteano in cui trovarono la morte tre carabinieri, per poi rendersi conto di essere stato una pedina usata dagli stessi poteri contro cui era convinto di fare la guerra.
Tornando alla storia della destra locale, sono state indicate come date importanti la manifestazione dell’8 dicembre 1970 (quella indetta ufficialmente contro la visita di Tito in Italia, ma che sarebbe collegata con il tentativo di golpe di Borghese – argomento sul quale, per loro stessa ammissione, gli autori del libro hanno glissato, come se Borghese non avesse avuto collegamenti piuttosto stretti con la nostra città), definita “ultima manifestazione di forza della destra”, conclusasi con “incidenti anche gravi”. È interessante come gli autori abbiano più volte parlato di “incidenti” più o meno gravi nello stesso tono con cui descrivevano normali volantinaggi o comizi, ad esempio dei “fatti” (tout court) in seguito ai quali Grilz e Morelli furono espulsi dall’Ateneo non è stato detto che si trattò di un’aggressione a lanci di bottiglie avvenuta il 25/2/76 nell’atrio dell’Università, in seguito alla quale lo studente di sinistra Fabrizio Ramaciotti finì all’ospedale con la testa rotta.
Ma sembra che vada bene così, che oggi si possa “parlare con serenità” di bombe e pestaggi (soprattutto considerando che chi ne parla con “serenità” sarebbe la parte attiva e non passiva dei suddetti), che gli scontri tra rossi e neri, come i “comizi carsici del 1983” non erano solo saluti romani, scontri di piazza, nazionalismo… ed ecco di nuovo mancare la conclusione del discorso. Gli scontri ai “comizi carsici” (comizi che in realtà erano organizzati come spedizioni punitive dei neofascisti nazionali contro le comunità del Carso che non avevano la minima intenzione di votare MSI, quindi non andavano tanto a raccogliere voti, quanto a rinverdire la memoria di quegli anni neri nei quali “non si parlava che italiano”) non erano scontri ad armi pari, perché c’era chi andava a cercare la rissa, armato di spranghe e bastoni, se non altro, e chi si trovava lì a difendersi.
Tornando alla relazione degli autori, apprendiamo che nello stesso periodo in cui a livello nazionale il MSI cercava un accordo ed un dialogo in funzione governativa (fine anni 70), a Trieste la leadership del Fronte era finita in mano ad un fuoriuscito da Avanguardia Nazionale come Grilz, che assieme a Morelli fece in modo di “riprendersi il territorio”, anno dopo anno, dopo essere stati “emarginati” nella zona del Viale e di via Paduina. Altra inesattezza: in realtà i “neri” avevano l’agibilità di tutta la città, erano i “rossi” che non potevano passare nelle strade controllate dalla destra, e diversi furono i compagni a finire in ospedale per le sprangate di chi riteneva il Viale e zone limitrofe off-limits per le persone di sinistra (non che fuori da quelle zone le aggressioni non avvenissero… consiglio i lettori di dare un’occhiata alla cronologia del libro curato da Claudio Tonel, “Dossier sul neofascismo a Trieste”, edito nel 1991 dalla Dedolibri).
Peccato il relatore non abbia fatto cenno agli accattivanti fumetti disegnati da Grilz (una carriera sprecata come cartoonist che avrebbe potuto lasciare una traccia nella cultura locale invece di dedicarsi alla militanza di destra) con le storie che si potrebbero definire di fantasy neofascista che si svolgevano tra il Viale della Foresta Nera e la Contea di San Giovanni, rione nel quale abitavano vari squadristi di destra.
Ed a proposito del cosiddetto “spontaneismo armato” (terrorismo fascista, in parole povere) gli autori ritengono che la decisione di tanti giovani di destra di prendere le armi sarebbe stata determinata dai fatti di Acca Larentia (due missini uccisi) e perché vi erano scontri quotidiani (provocati da chi, non se lo è chiesto nessuno?); nonché per il fatto che dopo la strage di Bologna vi fu una repressione totale negli ambienti di destra. Quindi anche a Trieste vi fu chi decise di prendere le armi: altro discorso che appare incompleto, perché negli ambienti di destra le armi erano di casa da decenni, non si contano le perquisizioni ed i sequestri di armi ed esplosivi nei soli anni 70 a carico di neofascisti, e non solo a Trieste. Le bombe di Brescia e quelle sui treni, gli attentati alla locale scuola slovena di San Giovanni, l’attentato di Peteano, erano già storia quando esplose la bomba alla stazione di Bologna; e né Nico Azzi (ferito nel 1973 dal proprio stesso esplosivo col quale voleva minare un treno), né Mario Tuti (che nel 1975 uccise a bruciapelo i poliziotti che erano venuti a perquisirgli la casa), né Sandro Saccucci (che nel 1976 sparò durante un comizio ammazzando una persona), aspettarono che partisse una “repressione totale” per prendere le armi.
Così fa una certe specie sentire che il leader del FdG Paolo Morelli era in un certo momento “ingiustamente rinchiuso”, dato che forse nel momento specifico la reclusione poteva essere “ingiusta”, ma successivamente Morelli fu condannato a diversi anni di carcere per banda armata, come altri suoi camerati nostrani, dai fratelli Livio e Ciro Lai a Gilberto Falcioni, per citare solo i condannati alle pene più pesanti.
Infine gli autori hanno parlato della nuova egemonia della destra dagli anni 80, dopo l’occupazione delle scuole contro il bilinguismo, quando diventò “di moda” essere di destra e soprattutto dopo la scomparsa nel 1989 del “nemico storico” ed il crollo della Jugoslavia, la caduta delle ideologie, il nuovo modo di fare politica subentrato dopo Tangentopoli e la scomparsa del PCI. Ed alla fine, quando l’MSI in seguito alla “svolta di Fiuggi” si è inserito nell’area di governo, ha vinto alcune battaglie importanti come il riconoscimento dei torti subiti dalla popolazione dell’Adriatico orientale, dalle foibe all’esodo, arrivando all’istituzione del Giorno del ricordo, e proprio a Trieste si è svolto l’incontro per la pacificazione nazionale tra Violante e Fini: ma in cambio è venuta meno l’ideologia, il partito si è spezzettato e le bagarre di partito hanno privato la destra triestina di punti di riferimento, cosa che non era mai avvenuta prima, neppure ai tempi delle battaglie per mettere fuori leggi l’MSI.
Ultima riflessione: i relatori hanno ribadito che è la prima volta che la destra sociale è fuori dal Consiglio regionale; ciò vale anche per i comunisti, che per la prima volta sono fuori dal Consiglio regionale. La differenza è che la destra sociale richiama, alla presentazione di un libro sulla sua storia (anche eversiva), centinaia di persone, mentre i comunisti…
… meglio chiudere qui.

Agosto 2013

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