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La Foiba di Basovizza Secondo Daniel Agami.

DANIEL AGAMI SUL \'GIUDIZIO UNIVERSALE\'
Ma, dico io, una povera donna si fa il mazzo per dieci anni a studiare documenti, visitare archivi, leggere libri e intervistare testimoni per scrivere uno studio il più possibile attinente al vero sulla questione “delle foibe”, quando, di punto in bianco, una rivista (che si presenta bene, tra l’altro, patinata ma dal taglio intellettuale e che costa 5 euro alla copia, mica cosa per pezzenti, ovvìa!) dal pretenzioso titolo “Il giudizio universale” e che sostiene di essere una rivista che “recensisce tutto”, pubblica un articolo che, secondo le intenzioni dell’autore, dovrebbe “recensire” il mancato funzionamento del museo della foiba di Basovizza.
L’autore, che si firma Daniel Agami (da ricerca in rete, salvo errore, dovrebbe essere attore o regista), non è evidentemente un esperto della materia, ciononostante ritiene di doverne parlare (comportamento questo che si sta purtroppo diffondendo in vari campi della vita culturale). L’esordio dovrebbe essere volutamente melodrammatico:
“Foibe: dal lessico speleologico al lessico necroforo, dalla geologia alla morte”. Un bel coup de scéne, niente da dire: ma leggiamo avanti (in corsivo in parentesi troverete i nostri commenti).
“Settembre-ottobre 1943, Istria. In un’Italia anormalmente allargata a Nordest (fino Pola, Fiume e Lubiana) (notiamo che, oltre a considerare i punti cardinali un’opinione, l’autore non distingue tra territori acquisiti in seguito a trattato di pace, cioè Pola, in seguito a colpo di mano, cioè Fiume o in seguito ad invasione senza dichiarazione di guerra, cioè la “provincia di Lubiana”, ma che volete che sia, siamo artisti, non storici), la destituzione di Mussolini e la fine del fascismo come potere istituzionale disorienta le milizie italiane di confine che, piuttosto che aspettare i nazisti per spiegargli che sì, è stato tutto molto bello ma non sono più amici, se ne vanno (notiamo che oltre alla consecutio storica qua lascia a desiderare anche la sintassi, ma che volete, siamo artisti, non letterati). Si lasciano indietro il ricordo delle persecuzioni squadristiche verso le minoranze slovene e croate, dal 1920 in poi, e quello della deportazione, dal 1940 in 202 campi di concentramento italiani per slavi (…). I partigiani slavi giungono (e qui l’autore cita il Rapporto della Commissione Storica italo-slovena) “all’equivalenza Italia-fascismo e al rifiuto di tutto ciò che appariva italiano”. (Citare solo questa frase dal Rapporto, che consta di varie altre pagine, è quantomeno riduttivo, ma se lo scopo da conseguire è solo quello di rappresentare gli “slavi” come fanatici persecutori degli “italiani”, bisogna dire che è perfettamente raggiunto: ebbene, siamo artisti, non necessariamente votati alla diffusione della verità storica).
“Approfittando del vuoto di potere, prima dell’occupazione nazista, i contadini slavi s’impossessano di armi e caserme abbandonate (non sembra che l’autore sia a conoscenza che ci fosse un movimento partigiano armato ed organizzato in Istria nel 1943, ma del resto, è notorio che i contadini, soprattutto se “slavi”, appaiono all’immaginario collettivo come barbari primitivi e sanguinari, così con queste definizioni si raggiunge perfettamente lo scopo di preparare il lettore alla prossima frase) e seviziano, violentano 700 italiani, fino alla necrofilia (qui però ci sorge un dubbio: l’autore si è forse ispirato ai vecchi fumetti stile Jacula piuttosto che ai libri di storia che cita alla fine?): denudano integralmente le vittime, legate con il fil di ferro, le portano in collina, e ammazzano il più vicino alle foibe – pozzi naturali dell’altipiano carsico – che, cadendo esangue, trascina le altre in foiba, vive (non vorremmo insistere sulla sintassi, che ci fa tralasciare le bufalate in ambito storico, ma da quanto scritto non riusciamo a capire chi trascini chi “vivo” in foiba: la collina? la foiba?). Saranno trovate in decomposizione tra carogne di cani neri, donne mutilate delle mammelle e con rami nei genitali, uomini evirati ed altri con i testicoli in bocca. (È qui notevole l’abilità con cui l’autore è riuscito a moltiplicare i “casi singoli” citati dalla vulgata delle “foibe”, vulgata che del resto non fa riferimento a documenti reali ma si limita a diffondere “leggende metropolitane” senza alcun fondamento storico: del resto se, invece di analizzare le fonti, l’artista si lascia prendere la mano dalla necrofilia, non possiamo pretendere temperanza e verità storica, perché un minimo di horror porta sicuramente più audience che non dire che all’epoca era difficile determinare su una salma riesumata in avanzato stato di decomposizione se la vittima era stata mutilata e tantomeno violentata. Per la cronaca, diciamo che il rapporto Harzarich sui recuperi riferisce di un solo cane nero recuperato da una foiba e di una sola donna mutilata, mentre il sacerdote che altrove viene descritto come evirato e con i testicoli in bocca, in questo rapporto non risulta così ridotto: ma si capisce, tutte queste spiegazioni alle quali io mi abbandono appesantiscono il testo e, soprattutto, non creano il pathos necessario a fare un pezzo artistico, quindi continuiamo con l’opera d’arte).
Maggio-giugno 1945, Basovizza. In Italia è avvenuta la Liberazione, a Trieste il 1 maggio ’45 arrivano i partigiani slavi di Tito (notiamo qui come l’autore si adegui all’uso comune di non considerare l’Esercito jugoslavo come uno degli eserciti alleati, fattore necessario per criminalizzarne l’operato, qualunque esso sia), un giorno prima dei neozelandesi, occupano la regione, lotto di contesa non solo tra l’Italia e la futura Jugoslavia, ma tra l’URSS e l’Occidente (l’Occidente con la O maiuscola! unico baluardo alla barbarie orientale?). Ci sono tutti. (Tutti chi? e tutti dove? A Basovizza, si presume, ma il periodo che segue trascende tutta la nostra comprensione.) Soldati nazisti. E poi avvocati, farmacisti, medici, bidelli, preti. Sono fascisti, liberali, partigiani cattolici, comunisti, azionisti: italiani. Duemila e cinquecento. (Apriamo parentesi per notificare al melodrammatico ma poco preparato autore che da tutta Trieste nel maggio-giugno 1945 scomparvero meno di 500 persone, 400 delle quali si sa come e dove persero la vita, non certo a Basovizza. Né del resto ci è chiara l’identificazione di arti e mestieri che l’autore annovera tra gli “infoibati”, ma presumiamo che si sia ispirato alle cronache istriane del 1943 che indicavano tra i “notabili” dei paesi le vittime preferite dagli “slavi”, dato che erano stati “infoibati” un farmacista, una bidella, un prete… avvocati però sinceramente non ci risultano, mah!). Condotti a 377 metri d’altitudine, poi giù, caduti nell’oscuro, oscurati dall’umano (…). (La prosa, pur poetica, non chiarisce che secondo la credenza generale gli infoibati di Basovizza sarebbero stati gettati nel Pozzo della miniera, che si trova sì sull’altipiano carsico a 300 metri d’altitudine, ma è poi una voragine che si apre a livello del suolo. Quindi, giunti a questo punto non ci aspettiamo minimamente che l’autore riporti che da documenti ufficiali non risultano esecuzioni né recuperi di cadaveri da Basovizza, dato che questo fatto, pure dimostrato, viene costantemente trascurato anche dalla storiografia “seria”.) Per disperderne i resti, i soldati di Tito lanciano bombe sopra le foibe, fino al 12 giugno ’45, quando la zona passa all’amministrazione anglo-americana. (La visione che ci si offre a questo punto della lettura è la seguente: i soldati di Tito, probabilmente tutti quelli presenti in città, stante come è scritta la frase, hanno passato i quaranta giorni della loro permanenza a tirare bombe sopra le foibe per disperdere i resti degli “infoibati”, come se non avessero avuto altro da fare.)
Sospendiamo qui la lettura dell’articolo perché la cosa da capire l’abbiamo capita: il motivo per cui un artista, ancorché del tutto impreparato sull’argomento, può pubblicare un articolo del genere, mentre una povera diavola (che invece l’argomento lo ha studiato) non trova spazio sulla stampa “intellettual/divulgativa” è semplice. Per diffondere boiate a 360 gradi, stile parole in libertà, ad Agami sono bastate poche righe: ma avete visto quante ne ho dovute scrivere io per smentirlo (e senza approfondirli, oltretutto). E nell’epoca dell’apprendimento veloce, della scrittura da essemmesse, degli spot e del meno sai meglio è, basta che parli per slogan e siamo a posto, chi mai si metterebbe a leggere un articolo “pesante”, con citazioni e riferimenti, quando invece fa tanto “cultura” un articolo ad effetto, ancorché privo di fondamento?
Chiudo proponendo al fantasioso Agami di andare pure a Basovizza “senza guidare” (come consiglia in altra parte dell’articolo) ed usufruendo del tram che, dice lui è “senza numero perché, in linea da più di un secolo, è l’unico tram rimasto”. Anche qui abbiamo toppato, caro autore, il tram ce l’ha il numero, è la linea 2 e prendilo pure (ammesso che funzioni, dato che da quando l’hanno “ristrutturata” la linea risulta più interrotta che attiva), parti dal capolinea di piazza Oberdan a Trieste e vai fino al capolinea di Opicina, è un bel percorso panoramico. Poi vai tranquillamente a piedi fino alla foiba di Basovizza: chissà se percorrendo i quattro allegri chilometri che separano le due località magari ti metti a riflettere sul fatto che forse è meglio informarsi prima di scrivere di qualcosa.

gennaio 2008

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