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La Quercia. Un racconto invernale sul Carso.

LA QUERCIA (UN RACCONTO INVERNALE SUL CARSO). (di Claudia CERNIGOI)

Il mio compagno ed io ci eravamo addentrati lungo il sentiero. Da una parte e dall’altra di esso, divisi dalla strada da muretti a secco o da siepi di arbusti, si susseguivano gli “anonimi prati”, come erano stati definiti da un uomo politico triestino nel rispondere agli ambientalisti che si opponevano al progetto di costruzione del sincrotrone sul Carso. Ma non c’era nulla di anonimo in quei prati, il loro nome era Carso, quello era il Carso dei muretti di pietra calcarea bianca, dei prati da pascolo, delle doline circondate da querce, delle macchie di alberi e arbusti.
- D’estate è stupendo, ci sono fiori di tutti i tipi, e poi ti riesce sempre di vedere i caprioli, sai – mi spiegava il mio compagno mentre camminavamo.
Eravamo immersi nel Carso, il Carso delle poesie di Kosovel, della bora e dei pini, del ginepro e della brinjevka, la cesena che svolazza bassa tra gli arbusti spinosi. Il Carso, quello che vogliono distruggere perché non è omologato alla cultura dominante.
Il sentiero alla fine confluì in una vasta radura di brughiera carsica: era la gmajna, l’uso civico, il terreno collettivo. Più avanti si innalzava una pineta; di fronte a noi un fondo cintato dai muretti di pietra bianca e chiuso da un cancello di legno, oltre al quale si intravedeva un vasto prato disseminato di vari alberi. Un altro cancello di legno chiudeva un altro prato alla nostra destra, mentre alla nostra sinistra c’era un terreno fiancheggiato da querce.
Tre strade si intersecavano sulla gmajna formando una sorta di triangolo al centro di essa.
- È qua che dovrebbero costruire la macchina di luce – mi spiegò il mio amico – Proprio qua, sul triangolo massonico. Guarda come si incrociano le strade sulla gmajna – e mi indicò il centro della radura – c’è qualcosa di esoterico in quello che vogliono fare con questa macchina, ma io non me ne intendo di certe cose, quello che vedo è solo che stanno per distruggere questo posto stupendo.
La bora faceva sibilare i rami degli alberi e muoveva l’erba secca come fossero onde marine. Il mio amico mi passò un braccio attorno alle spalle.
- E poi c’è la quercia – mi disse.
- La quercia?
- Vale la pena di vederla, vieni.
Mi prese per mano e mi condusse verso il muretto che cintava il terreno di fronte a noi. Lo scavalcammo ed attraversammo il prato e dopo alcuni metri ci trovammo al bordo di una dolina.
L’erba gelata dell’inverno sembrava un tappeto a pelo lungo che modellava i bordi degradati di quello che una volta doveva essere stato un inghiottitoio. In mezzo alla dolina, sul fondo, si ergeva la quercia più imponente che avessi mai visto. Doveva essere alta almeno una ventina di metri ed i suoi rami più bassi si allungavano per diversi metri attorno, fino quasi a toccare i bordi della dolina; ai fianchi del suo tronco possente, largo più di un metro, si ergevano, come due guardiani armati, due arbusti di ginepro.
Scendemmo sul fondo della dolina, badando a non scivolare, e ci avvicinammo all’albero. Allungai una mano a toccare con reverenza la corteccia coperta di morbido muschio e pensai che quella quercia doveva avere almeno duecento anni. Era già lì quando Maria Teresa aveva deciso di far fiorire il porto di Trieste, quando Napoleone era arrivato e passato; mentre la quercia cresceva si erano susseguiti imperatori e guerre mondiali e nel frattempo generazioni di carsolini avevano allevato bestiame e coltivato campi tutto attorno; poi si erano avvicendati fascismo, resistenza, liberazione e dopoguerra; e mentre la quercia cresceva, anno dopo anno ed anello dopo anello, gli amministratori della città avevano deciso che bisognava fare spazio al progresso. E per il progresso la quercia avrebbe dovuto morire.
- E vogliono distruggere tutto questo per la loro stupida macchina? – sbottai – vogliono cancellare quest’albero e con esso tutta la storia che ha visto trascorrere? E vogliono farlo solo per la gloria della Scienza e per il capriccio di un premio Nobel che non vuole accettare di spostare il progetto a pochi chilometri più in là dove non farebbe alcun danno?
Sedetti sull’erba seccata dal gelo. M’aveva presa una forte rabbia, mista ad una profonda tristezza, perché, se pure mi ero abituata all’idea che il potere non si fermasse di fronte a nulla pur di mantenersi in piedi, ugualmente l’idea che esistessero persone che per mero interesse economico o semplice brama di gloria potessero permettersi di decretare la fine di un capolavoro irripetibile della natura, questa consapevolezza mi sconvolgeva.
- Che mondo di merda – mormorai, guardando in su tra i rami nudi dove d’estate trovavano rifugio le piccole creature del Carso.
Il mio compagno mi sedette vicino, seguì il mio sguardo: vista dal basso, la quercia sembrava ancora più imponente.
- Capisci –disse piano, senza guardarmi – io credo che chi non rispetta le cose sacre della Natura, quelle che come questa quercia ci hanno messo secoli per diventare così come sono, non è degno di stare al mondo. Invece chi questa sensibilità ce l’ha, di solito non ha la possibilità di fare valere i propri sentimenti ed i propri diritti, così il potere rimane nelle mani di coloro che non rispettano la Natura, così come non rispettano i diritti degli esseri umani, e possono permettersi di distruggere tutte le cose che noi vorremmo difendere ma secondo loro non hanno alcun valore.
- Il che non significa che dobbiamo smettere di lottare per difenderle – dissi a quel punto, mi voltai verso il mio compagno che mi sorrise, mi tese una mano per aiutarmi ad alzarmi e proseguimmo il cammino assieme, mano nella mano per darci forza.

Questa riflessione, che risale al 1991, è stata rielaborata nel dicembre del 1997, in morte di Liliana Manzoni, in ricordo delle sue lotte difendere il Carso. La quercia non è stata distrutta nel corso della costruzione del sincrotrone, ma negli anni successivi al funzionamento di esso, i campi magnetici creati dalla presenza della macchina hanno attirato i fulmini nella zona circostante e la quercia, dopo essere stata ripetutamente colpita e bruciata dalle scariche elettriche nel corso di una decina di anni, è stata infine abbattuta perché era ormai secca e pericolante.
Il non aver potuto salvare la quercia ed il terreno che la circondava, non ci ha comunque fatto smettere le nostre battaglie ambientali, che oggi per noi sono soprattutto la questione della TAV, dei rigassificatori, della baia di Sistiana.

gennaio 2007

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