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      Mučeniška Pot


La Stampa Contro Chavez.

(gli Europei) sono dogmatici al punto che quando criticano il dogmatismo lo fanno ricorrendo a dogmi. Non capiscono l’America Latina, non hanno la più pallida idea di quello che sta succedendo qui. Cercano di interpretarci attraverso schemi europei che invece da noi non funzionano (…) sono completamente diversi. (…)l’unica maniera per esserci utili è di essere solidali
lasciandoci fare, senza tentare di imporci modelli,lasciandoci scegliere il nostro destino.
Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura.

VIVA CHÁVEZ!
Perché dire “viva Chávez”? Perché, oltre al fatto che il suo governo in questi anni ha decisamente migliorato le condizioni di vita dei venezuelani dei ceti inferiori, anche perché il presidente “bolivariano” ha annunciato una riforma epocale: a partire del primo maggio 2010 la giornata lavorativa in Venezuela passerà dalle otto ore attuali a sei ore. Questo in un paese che viene considerato “arretrato”, secondo i nostri canoni occidentali, e da un governo che, a volte anche da sinistra (quella che segue i canoni occidentali, ovviamente), è spesso accusato di essere “liberticida”, “egemonico” e via di seguito. Figuriamoci se da noi qualcuno proponesse una cosa del genere (a proposito: che fine ha fatto quella vecchia proposta di Rifondazione per le 36 ore… desaparecida in nome delle normative europee che intendono aumentare e non diminuire l’orario di lavoro?), insorgerebbe Montezemolo, Prodi assumerebbe una faccia addolorata di circostanza, i sindacati confederali direbbero che non si può chiedere la luna e via di questo passo.
Del resto, come vedremo nel corso di questo breve studio, è pratica regolare, anche all’interno della sinistra cosiddetta “radicale”, considerare che ciò che va bene per l’Europa non va bene per il Sudamerica e viceversa. Ma il tema della nostra analisi sarà la (neanche tanto) strisciante e continua attività di demonizzazione del governo del Venezuela (governo legittimo, va ribadito, dato che Hugo Chávez è andato al potere in seguito a libere elezioni ed è stato confermato da un referendum dopo che un tentativo di golpe contro di lui era – fortunatamente – fallito) cui assistiamo da alcuni mesi a questa parte. Campagna che in Italia si avvale di svariati giornalisti della carta stampata, compresa quella Angela Nocioni, inviata di Liberazione (organo di Rifondazione comunista), che si è distinta per il tono spocchioso e accusatorio nei confronti sia del governo cubano, sia di quello venezuelano: un tipo di articoli che non ci stupiamo di trovare su quotidiani come Repubblica o il Corriere della Sera, ma che a leggerli su Liberazione ci ha fatto un certo effetto, anche perché il direttore Sansonetti ha difeso a spada tratta l’autrice e gli articoli.
Noi non abbiamo né il tempo né i mezzi per mandare un inviato in Venezuela come possono invece fare altri organi di stampa, però sappiamo in quali siti andare a cercare notizie da fonti attendibili sulle cose che ci interessano. Sullo stato di cose in Venezuela scrivono molti analisti e commentatori, in genere più preparati che non i vari Stella, Nocioni, Ciai: useremo i loro articoli per dare modo anche ai nostri lettori di avere una visione della situazione latinoamericana un po’ più articolata delle banalità che ci propinano invece altre testate giornalistiche.

IL CASO DI RCTV.
È interessante rilevare che la propaganda anti-Chávez non si basa tanto sulle critiche alle riforme sociali ed economiche introdotte dal governo (cose di non poco conto, dato che tra queste riforme c’è anche la nazionalizzazione del petrolio): con quale faccia attaccare un governo che ha quasi eliminato l’analfabetismo, che sta garantendo anche ai ceti inferiori una serie non indifferente di garanzie sociali? Quindi è molto più produttivo gettare discredito sul governo di Chávez utilizzando altri argomenti, come quello dei “diritti civili” violati, ed uno dei cavalli di battaglia per questa propaganda è lo “scandalo” della cosiddetta “chiusura” di un’emittente televisiva privata, Radio Caracas Television (RCTV). L’argomento è stato spiegato in modo talmente chiaro da Valerio Evangelisti (che non è solo uno dei migliori scrittori italiani ma anche un lucido analista di problemi internazionali) che lasciamo direttamente a lui la parola.

Il 31 maggio scade la concessione dello Stato venezuelano al canale televisivo RCTV. Il governo del Venezuela decide di non rinnovarla, e di cedere le frequenze a una nuova tv non commerciale (“di strada” o “di quartiere”, la definiremmo in Italia).
Immediatamente, i corifei del neoliberalismo iniziano a starnazzare come galline. Si accusa il governo venezuelano, e in particolare il suo presidente Hugo Chávez, di avere chiuso un canale televisivo vicino all’opposizione, per motivi solo politici. Sarebbe la conferma che in Venezuela regna una dittatura.
Certo che i motivi erano politici. Nel corso del tentato colpo di Stato del 2002 RCTV aveva apertamente appoggiato i golpisti, ospitato nei propri studi loro riunioni, mandato propri tecnici a chiudere il canale 8, allora l’unica fonte di comunicazione televisiva in mano al governo.
Mettiamo che in Italia, al tempo dell’assassinio di Moro, una delle nostre tv private avesse detto che avevano fatto bene ad ammazzarlo. Per quanto tempo sarebbe rimasta nell’etere? Ma il Venezuela ha il torto di ribellarsi al Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale, agli schemi del neoliberalismo. Fomenta, invece delle tanto lodate privatizzazioni, la ri-nazionalizzazione (dietro risarcimento, invero fin troppo generoso) delle industrie strategiche, prima di tutte di quella petrolifera, un tempo completamente in mano ai cartelli stranieri. I criteri di valutazione del grado di democrazia del Venezuela sono dunque differenti. Poco importa che vi si svolgano elezioni completamente libere, che vedono Chávez ogni volta riconfermato (per forza, dicono gli oppositori: ha fatto iscrivere nelle liste elettorali indios, poveri e altra gentaglia che, prima di lui, non risultavano nemmeno all’anagrafe). Sottraendosi alle leggi del mercato ipercapitalista, costui è per definizione un dittatore spietato. Ciò che non erano i suoi predecessori di destra, corrottissimi, macchiati del sangue di centinaia di dimostranti, pronti a cedere ai gringos le ricchezze del paese. Brava gente, per definizione.
La campagna pro RCTV è guidata, in Europa, dal quotidiano El País, ritenuto “di sinistra”. La Spagna è stata tra i paesi più colpiti dalla nazionalizzazione del petrolio venezuelano, che ha arricchito il Venezuela e tolto entrate quasi gratuite agli spagnoli. El País lo trova scandaloso. Visti i precedenti della Spagna in America Latina, viene alla mente il proverbio “Un bel tacer non fu mai scritto”. Traduzione: abbiate almeno il pudore di starvene zitti, vecchi genocidi. Sputare giudizi su un continente che avete saccheggiato non fa per voi.
Il buffo è che RCTV, di cui tutti denunciano la chiusura, non è mai stata “chiusa”. Non rinnovata la concessione della frequenza in analogico, è stata lasciata libera di trasmettere via cavo, via satellite o per Internet. Il gruppo che la controlla possiede molti altri media, da compagnie telefoniche a quotidiani. In pratica, RCTV ha avuto la stessa sorte che il centrosinistra italiano auspicava, in un programma disatteso (nessuno lo ricorda più), per Rete 4 e, quale par condicio, per Rai Tre. Ciò che in Italia è ammissibile, “normale”, in America Latina diventa un attentato alla democrazia
(V. Evangelisti, “Venezuela: chi manovra l’opposizione studentesca democratica? Ovvero, un autosputtanamento che rimarrà storico”, www.Carmillaonline.com. 10/6/07).

GIORNALISTI ANTI-CHÁVEZ.
Nel sito www.italiachiamaitalia.com (dovrebbe essere politicamente schierato sulle posizioni di Forza Italia) destinato agli italiani nel mondo, si trovano diversi articoli anti-Chávez, tra i quali spicca uno dedicato alla chiusura di RCTV, firmato da Gualtier Maldè, dall’eloquente titolo:

SE BERLUSCONI FOSSE CHAVEZ - Il Venezuela sta diventando la nuova Cuba. E nessuno dice niente.

Non lo riportiamo perché si tratta della solita propaganda vittimistica di chi non vuole accettare le regole della legge, però rileviamo che questo tipo di polemiche viene accolto e diffuso a volte anche a sinistra. Ci piacerebbe che chi si prende la briga di citare gli articoli di questo sito dedicasse un po’ del proprio tempo a navigarvi, così si renderebbe conto, ad esempio, che in esso vengono ripresi alcuni articoli tratti dal sito Aaargh (Associazione degli Anziani Amatori di Racconti di Guerra e di (H)Olocausto, che sotto questa facciata di “libertà” dà ampio spazio ai vari negazionisti della Shoah, come i nostrani Fabbri e Mattogno). In Italiachiamaitalia troviamo, tratto da questo sito, un articolo dell’austriaco naturalizzato svedese Ditlieb Felderer pubblicato nel 1979, che, dissertando su una fantomatica “piscina di Auschwitz”, conclude con queste parole che la dicono lunga sul suo modo di interpretare la storia:

Il revisionismo nasce per affermare, per quanto scandaloso possa sembrare, che la responsabilità primaria per la mortalità spaventosa nei campi, durante l’ultima fase della guerra, non è attribuibile tanto ai nazisti (pur tutt\'altro che innocenti) quanto ai membri dei “comitati di resistenza antifascista” formatisi all\'interno dei lager, dal momento in cui (grosso modo all’inizio del 1944) i detenuti politici (comunisti di osservanza staliniana) riescono a soppiantare sistematicamente i detenuti comuni nella gerarchia dei kapò.

Tornando al Venezuela, della vicenda di RCTV parla anche, pur senza grande cognizione di causa, un articolo pubblicato su Liberazione a fine maggio 2007, firmato da Angela Nocioni, che già alcuni anni or sono aveva intervistato il presidente Chávez (il direttore di Liberazione, Sansonetti, sostiene che è stata la prima giornalista italiana ad intervistarlo) e già allora il tono dell’intervista non ci era piaciuto. Lo stile di Nocioni richiama vagamente la Oriana Fallaci di “Intervista con la storia”: una “borghese illuminata” che, volendo applicare i canoni occidentali anche a politici e popoli del resto del mondo, si accostava agli intervistati, fossero essi esponenti politici di rilievo, alti prelati o rivoluzionari, con l’atteggiamento intenzionalmente ironico tipico di chi vuole dimostrare di essere al di sopra delle parti, ma che nei fatti sa tanto di spocchia da convinzione di superiorità.
Quando Nocioni descrive il suo incontro con il ministro degli esteri di Caracas, Nicolas Maduro, e lo definisce “il Bruce Willis della rivoluzione”, il “rottweiler del presidente”, ci chiediamo quali sarebbero le reazioni della parte politica e dell’opinione pubblica italiane se qualche giornalista straniero appellasse un ministro della nostra repubblica in questi termini, ma non è questa la cosa più importante. Oltre al (falso) problema della presunta “chiusura” di RCTV (sul quale Nocioni si allinea alla vulgata generale e non va al di là di quanto sostiene la propaganda), ci ha fatto una certa impressione che la giornalista dia una valenza negativa al fatto che Chávez intenda riunire tutti i partiti della sinistra in un unico partito. Eppure il progetto della “Sinistra europea” è uno dei cavalli di battaglia di Rifondazione e di conseguenza del suo organo di partito: citando Evangelisti, perché ciò che va bene in Italia in Venezuela diventa un “attentato alla democrazia”? Ed altrettanto interessante è che Nocioni ad un certo punto appelli “caudillo” il presidente Chávez, affermazione che potrebbe apparire solo come una caduta di stile se non fosse che questa terminologia è usata anche da Gian Antonio Stella del Corriere della Sera, in un articolo così stigmatizzato dal sempre puntuale Evangelisti:

Del Venezuela, e della vicenda specifica, non sa una mazza, è chiaro. Tuttavia reputa opportuno occuparsi di RCTV, denunciarne in tono iracondo la “chiusura” (inesistente), chiamare Chávez “caudillo rosso” e “dittatore”. Copre di contumelie, senza la minima documentazione, un presidente legittimo accusandolo di crimini mai commessi, tipo una repressione “spietata” degli studenti oppositori di cui non c’è traccia negli archivi
(“Venezuela…” cit., www.Carmillaonline.com. 10/6/07).

Evangelisti cita anche altri attacchi (sempre sullo stesso tono) al Venezuela bolivariano, prodotti dalla giornalista della Rai Giovanna Botteri, ai quali possiamo aggiungere anche quelli di Omero Ciai su Repubblica. In effetti, leggendo questi articoli abbiamo a volte l’impressione di trovarci di fronte ad un format giornalistico (sul tipo di quelli per i reality o le fiction, per intenderci): le critiche sono sempre le stesse, i toni praticamente uguali, le valutazioni si equivalgono, non importa per quale testata scriva il/la giornalista.
Che si tratti di una manovra organizzata e non di “coincidenze” lo possiamo sospettare leggendo quanto riportato, ancora da Evangelisti, a proposito delle manifestazioni “spontanee” contro il governo di Chávez.

Il 7 giugno si verifica un fatto insolito, per una “dittatura”. L’Assemblea Nazionale venezuelana invita a esprimersi al suo cospetto tanto gli studenti oppositori che quelli pro-governativi. Parleranno alternandosi ed esponendo le ragioni sia di consenso che di dissenso. Il tutto sarà ripreso dalle tv nazionali, sia pubbliche che private. (Sono pubblicati su YouTube nota).
Ricordo a chi non l’abbia vista la puntata di Report andata in onda su Rai Tre domenica scorsa (3/6/07, n.d.r), e in particolare il segmento Revolution.com. Vi si parlava delle agenzie statunitensi che mobilitano masse studentesche in paesi ostili agli Usa, dotandole di finanziamenti, volantini, gadgets vari, manuali di istruzioni, persino logos, fino a innescare un colpo di Stato “pacifico”. Tecnica già sperimentata con successo in Serbia, nella Georgia, in Ucraina, nel Kirghizistan, e in corso di sperimentazione in altri paesi dell’Est europeo.
Torno ai video venezuelani. Nel primo vediamo uno studente oppositore di Chávez, tale Douglas Barrios, venire accolto alla tribuna da un applauso amichevole e leggere un discorso piuttosto efficace. Le frasi, martellanti, sono di quelle che si imprimono nella memoria. Reclama la libertà dei telespettatori di vedere ciò che preferiscono, fosse anche una merda come RCTV. Si dichiara estraneo alla politica. Accusa Chávez di stare instaurando una dittatura. Con un gesto plateale si sfila la maglietta rossa che indossava (il simbolo degli chavisti), dicendo che non vuole uniformi. Afferma che lui e i suoi compagni si ritirano por ahora (una sottigliezza dialettica: por ahora era stato il motto di Chávez, dopo il fallito tentativo insurrezionale del 1992). Esce dall’aula imitato dagli altri contestatori.
A quel punto, la parola è agli studenti “bolivariani”, mentre gli assenti cui dovevano alternarsi sono chiamati inutilmente. Il tono è tutto diverso: parlano per lo più senza leggere, con impeto ed emotività. Bellissime le parole di Osly Hérnandez. Lei, che ha la pelle scura, e per di più il seno piccolo, non sarebbe mai potuta apparire su RCTV. Altrettanto efficace l’intervento di un’altra studentessa, Libertad Velasco. Conferma la confluenza, nel discorso chavista, di temi femministi, sociali ed ecologici. Si merita un abbraccio da parte di Iris Varela, la bellissima e leggendaria “pasionaria” di Chávez (…) Gli interventi si susseguono, fino a quello, conclusivo, del leader studentesco Héctor Rodríguez. Ed è qui che si produce il colpo di scena. L’oppositore “democratico” Douglas Barrios aveva dimenticato sul tavolo l’ultima pagina del suo intervento scritto. Rodríguez la legge ai deputati. Si tratta di una vera e propria sceneggiatura, in cui sono indicati persino i gesti (“togliere la maglietta”). C’è anche la firma di chi ha scritto il copione: la società pubblicitaria Arts Publicidad, vincolata agli Stati Uniti. Scoppiano risate e applausi.
Ma c’è di più. Rodríguez mostra la pagina web dell’opposizione studentesca “democratica”. Vi figura un logo, che rappresenta un pugno chiuso. È lo stesso logo, disegnato negli Stati Uniti, già visto in Serbia perché adottato dall’organizzazione Otpor, poi riapparso nel Kosovo, in Georgia, in Ucraina, nel Kirghizistan ecc. Un logo ormai ben noto a chi abbia visto la puntata di Report che sopra ho indicato. Formidabile il commento di Rodríguez. Hanno abbattuto Milosevič. “La differenza è che Chávez non è Milosevič”
(“Venezuela…” cit., www.Carmillaonline.com. 10/6/07).

L’OPPOSIZIONE ANTI-BOLIVARIANA.
Che ci sia un’opposizione al governo di Chávez è cosa del tutto ovvia e naturale (il che comprova che in Venezuela non c’è una dittatura). Interessante è però vedere quale rappresentante di questa opposizione sia stato recentemente “accreditato” da politici e giornalisti nel nostro Paese. Il giornalista Gennaro Carotenuto, che da anni si occupa di analizzare la situazione politica dell’America latina ha denunciato il fatto che in Italia si è accolto a braccia aperte, come rappresentante della democrazia minacciata dal legittimo governo di Chávez, il suo più accanito oppositore, Alejandro Peña Esclusa (che, peraltro, rappresenta una insignificante parte dell’elettorato del Venezuela). Ecco cosa ha scritto Carotenuto:

La trasmissione di Radio1 Rai, Zapping, condotta da Aldo Forbice, il direttore del quotidiano il Tempo Gaetano Pedullà e il suo redattore Fabrizio dell\'Orefice, Radio Radicale con la firma Dimitri Buffa, hanno dato un enorme spazio al signor Alejandro Peña Esclusa. Lo hanno presentato come il “capo dell’opposizione democratica”, oppure come il “capo dell’opposizione moderata venezuelana”, e quello che afferma è stato pubblicato come oro colato senza alcuna verifica. Lo hanno presentato come il Mahatma Gandhi venezuelano
(“I media italiani usano anche i nazisti per disinformarci sul Venezuela”, in www.nntp.it/newsgroups-media).

Carotenuto ci descrive questo leader politico che è stato promosso come “capo dell’opposizione moderata”, nonostante alle ultime elezioni abbia raccolto appena 2.424 voti (pari allo 0,04%). Dagli anni ‘80 Alejandro Peña Esclusa è membro della setta “Tradizione, Famiglia e Proprietà”, “posta a metà tra il tradizionalismo lefebvriano e l’ultradestra antisemita, fondata dal leader storico del fascismo brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira”.
Anche l’ex giudice Carlo Palermo aveva parlato di questa setta inserendola in quell’ambito di massoneria cattolica che fa riferimento al culto di Fatima e che, a parer suo, sarebbe responsabile dei vari attentati subiti da Papa Woytila. Le origini dell’associazione “Tradizione Famiglia e Proprietà”, secondo Palermo, sarebbero da ricercare nella società Thule, fondata nel 1918 dal Barone von Sebottendorf assieme ai discendenti di vecchie famiglie feudali: “secondo le loro teorie tutto il mondo doveva essere spartito tra i discendenti stessi in una suddivisione di potere sovrapposta e diversa da quella degli Stati contemporanei”. Il fondatore di uno dei nuclei di questa società segreta era Rudolf Hess, il cosiddetto “delfino di Hitler”, morto suicida nel carcere di Spandau a Berlino nel 1987, diventato un tema di culto per i nazisti ed i naziskin di tutto il mondo. La “loggia cultista Tradizione Famiglia e Proprietà” era, scrive ancora Palermo, una “setta medievalista con presenze in tutto il mondo e il suo centro principale si trovava a San Paolo del Brasile”; il “capo carismatico” Plinio Corrêa de Oliveira definiva i militanti “Crociati della controrivoluzione”, dove la rivoluzione da loro esecrata era quella del Rinascimento che “con la sua difesa della scienza e della tecnologia aveva contrassegnato l’inizio degli “errori e iniquità” della specie umana”
(“Il Quarto Livello” di C. Palermo, Ed. Riuniti 1996).

Lasciamo Palermo e proseguiamo la lettura dell’articolo di Carotenuto:
Dal 1984 in avanti Peña Esclusa passa per tutte le trame nere possibili e l’11 aprile 2002 è tra i partecipanti al colpo di stato contro il governo di Hugo Chávez. Fallito anche quello, agisce attraverso una serie di sigle delle quali il gruppuscolo fascista “Fuerza Solidaria”, definito in diretta Rai da Gaetano Pedullà come “la principale forza dell’opposizione democratica venezuelana” e da Radio Radicale addirittura come “una ONG in difesa dei diritti umani”(…) Prima c’era “Desobediencia Civil” e poi “Bloque democrático”, tutte scatole cinesi quanto vuote con le quali ottenere “solidarietà” in giro per il mondo. Inoltre il nostro è portavoce dell’organizzazione antisemita “Solidaridad Iberoamericana”. (…)
Definire l’ideologia dell’uomo che per Radio Radicale è “una promettente figura di politico latinoamericano che unisce l’esperienza politica alla solidità morale” è semplice, visto che è lui stesso a dichiararla. Peña Esclusa sostiene che “i colpi di stato militari sono soluzioni legittime e auspicabili” e da 30 anni lavora in questo senso. Per il \"moderato\" Alejandro Peña Esclusa, \"solo i militari sono capaci di garantire la democrazia\" e tutte le opposizioni ai governi di sinistra latinoamericani tradiscono il loro elettorato impedendo ai militari di riprendere il controllo del continente. Lo fanno perché “infiltrate dai marxisti” (…)
(“I media italiani usano…” cit., in www.nntp.it/newsgroups-media).

Nonostante questo curriculum Peña Esclusa è stato ricevuto a Roma dal segretario politico dell’UDC, Lorenzo Cesa e dal Cardinale Renato Martino. Successivamente Cesa dichiarò a Carotenuto:

“Non conoscevo il signor Peña Esclusa; nessuno mi aveva avvertito che fosse dichiaratamente antisemita e golpista e noi non appoggeremo un colpo di stato in Venezuela. Tuttavia ci è stato presentato da altissime personalità d\'Oltretevere e pertanto non avevamo motivo di dubitare della sua credibilità”. “Con Peña Esclusa -mi racconta Cesa in una cortese conversazione durante il secondo tempo di Napoli-Vicenza- ho fatto una semplice chiacchierata”. Dalla quale è scaturita però una dichiarazione congiunta tra il neofascista e il democristiano. È la stessa dichiarazione che nel sito di Fuerza Solidaria viene millantata addirittura come “la firma di un accordo di collaborazione” tra l’UDC e l’organizzazione neofascista nella quale “il parlamento italiano si è impegnato con Peña Esclusa per un’indagine sulle elezioni venezuelane”

Naturalmente si tratta di millanterie, che però sembrano avere avuto una certa eco anche sulla stampa cosiddetta “progressista”. Ma forse bisognerebbe fare qualche riflessione sul ruolo del Partito radicale “transnazionale” sempre presente sulla scena nei momenti di destabilizzazione di vari Paesi, sulle posizioni sfacciatamente filo-USA, anticastriste ed antibolivariane del Partito radicale, su quanto scrive in proposito il giornalista radicale Dimitri Buffa, sul fatto che i radicali abbiano mostrato di apprezzare molto gli articoli di Nocioni contro Cuba e Venezuela…

L’avere pubblicamente denunciato lo scandalo della presenza di Peña Esclusa in Italia è costato a Carotenuto un pesante attacco da parte dell’organizzazione Fuerza Solidaria, che ha diffuso “un farneticante comunicato stampa” (come leggiamo nel sito di Informazione antifascista) nel quale il giornalista viene denigrato e diffamato:

In particolare, utilizzando conosciute tecniche mediatiche di denigrazione del nemico, l’organizzazione neofascista ha scovato in Internet la foto di un ragazzo, apparentemente addormentato o sotto l’effetto di alcool o droga, vestito con una maglietta con l’immagine di Ernesto Guevara (un crimine indossarla), spacciandola, in maniera palesemente falsa, come essere la foto del giornalista. La foto in questione ritrae un’altra persona e NON E’ di Gennaro Carotenuto, che sta in queste ore preparando una denuncia alla magistratura italiana e venezuelana contro i gestori del sito di Fuerza Solidaria. Questo risulta essere stato registrato nella città di Key Biscane, Florida, Stati Uniti (…) Il comunicato, pubblicato in italiano e in spagnolo, denuncia che Carotenuto (definito nel titolo genericamente come “il chavismo”) avrebbe partecipato addirittura (sic!) ai Fori sociali di Genova e Porto Alegre e sia membro dell’Incontro mondiale di intellettuali e artisti in difesa dell’umanità
(In www.ecn.org/antifa/article/1369/).

Nel precedente articolo di Evangelisti abbiamo letto che paladino della crociata anti-Chávez è, in Spagna, il quotidiano El Paìs: ma anche l’ex premier spagnolo José Maria Aznar si è dato recentemente da fare nel corso di una visita in Messico, come apprendiamo da un articolo apparso sul quotidiano francese Le Monde, a firma della loro inviata in Messico Joëlle Stolz. Lo pubblichiamo in traduzione.

Messico: José Maria Aznar e Vicente Fox
lanciano una crociata anti-Chávez.
Decisamente non passano inosservate le visite in Messico di José Maria Aznar, già presidente del governo spagnolo e conservatore d’assalto. Nel 2006 era venuto a sostenere il candidato di destra nelle elezioni presidenziali, Felipe Calderon, con gran scandalo della sinistra, poiché la legge messicana proibisce qualsiasi intervento di uno straniero nella vita politica messicana. Oggi è venuto per difendere un “programma di libertà nell’America latina” contro la minaccia del “populismo totalitario” – incarnata a suo parere dal presidente venezuelano Hugo Chávez – che Aznar ha accolto l’invito del Partito d’azione nazionale (PAN), al potere in Messico. Il presidente del PAN, Manuel Espino, che è pure dirigente dell’Organizzazione democristiana dell’America, l’OCDA, è un convinto partigiano della lotta contro il governo di Caracas, mentre l’amministrazione Calderon spera di normalizzare le relazioni con il Venezuela. Queste ultime si sono chiaramente deteriorate sotto la presidenza di Vicente Fox (2000-2006): nel novembre 2005, all’epoca del Summit delle Americhe Fox aveva accusato Chávez di condurre una politica “retrograda”, facendosi con ciò trattare, quale rappresaglia, di “tutelato” degli Stati Uniti.
Nella sede dell’OCDA a Mexico city, Aznar ha presentato, martedì 19 giugno, un libro redatto dalla sua fondazione per l’analisi e gli studi sociali (FAES), intitolato “America latina: un programma di libertà”. La serata ha assunto l’aspetto di un “summit anti Chávez”, constata il quotidiano liberale “Reforma”, anche per la presenza di Marcel Granier, direttore di Radio Caracas Television (RCTV) cui il governo ha ritirato la licenza a fine maggio. Granier ha evocato la possibilità che RCTV ricominci parzialmente a trasmettere dal Messico con l’aiuto di catene private del luogo.
“Oggi la nostra libertà passa anche per il Venezuela” ha sottolineato Aznar paragonando il populismo al terrorismo islamico e denunciando come “autoritari e corrotti” i governi di Cuba, della Cina e dell’Iran.
Dopo essere stato ricevuto dal presidente Calderon, Aznar ha incontrato martedì anche il predecessore, Vicente Fox, che mira alla presidenza dell’internazionale democristiana. Grazie al discreto appoggio della Fondazione Konrad Adenauer, legata alla CDU tedesca, sta per fondare un centro studi politici finanziato da un grande industriale messicano. Fox e Aznar hanno comunicato martedì che le loro due fondazioni avrebbero coordinato i loro sforzi
(Le Monde 22/6/07).

A PROPOSITO DEL FALLITO GOLPE DEL 2002.
Dunque abbiamo visto che a cercare un po’ sulla stampa internazionale si può anche trovare qualcosa sul Venezuela che vada al di là del gossip. Uno degli organi di stampa in rete più interessanti per chi vuole approfondire questi argomenti è il francese Reseau Voltaire diretto da Thierry Meyssan, giornalista investigativo che ha al suo attivo anche uno studio approfondito sulle menzogne dette dal governo USA sull’attentato alle Torri Gemelle (www.voltairenet.org/. Segnaliamo qui gli articoli di Salim Lamrani, sul Venezuela, tra i quali uno sul ruolo assunto da Reporters sans frontières nella vicenda di RCTV). Meyssan ha pubblicato un lungo articolo di analisi della situazione in Venezuela dopo il fallito golpe anti-Chávez dell’11/4/02, del quale riportiamo in traduzione la parte strettamente relativa al golpe (tra parentesi note e riferimenti di articoli indicati dall’Autore).

Oggi sappiamo che la decisione di rovesciare Hugo Chávez era compresa nella “Matrice per l’attacco mondiale” elaborata da George Tenet (direttore della CIA) ed avallata dal presidente George Bush il 15 settembre 2001. Le modalità di queste operazioni erano state fissate solo in seguito.
La CIA aveva previsto sia un colpo di stato che un omicidio politico. Comunque il passaggio all’azione era improvvisamente divenuto urgente dopo che Iran e Iraq avevano chiamato l’OPEP a imporre un embargo petrolifero a tutti i governi che sostenessero l’operato del governo Sharon nei territori occupati (…). Organizzando un colpo di stato a Caracas gli USA prendevano due piccioni con una fava: liquidavano Hugo Chávez e paralizzavano l’OPEP, di cui il Venezuela era il segretariato generale.
La pianificazione delle operazioni è stata supervisionata al Consiglio nazionale di sicurezza della Casa Bianca da Elliot Abrams (Venezuela Coup Linked to Bush Team, di Ed Vulliamy, in The Observer 21/4/02). Vicino a Henry Kissinger e già sottosegretario di stato nelle amministrazioni Nixon e Reagan, al sig. Abrams era stato proibito l’accesso al Congresso degli Stati Uniti, nel 1987, per aver mentito davanti ad una commissione d’inchiesta parlamentare per mascherare il proprio ruolo nell’Irangate e nei massacri avvenuti in El Salvador (United States Versus Elliott Abrams, in Final Report of the Independent Consel for Iran/Contras Matters (Walsh Report), United States Court of Appeals for District of Columbia, 4/8/93 http://www.fas.org/irp/offdocs/wals...). Elliott Abrams è stato anche coinvolto nei traffici di droga organizzati dallo stato americano per finanziare i Contras nicaraguensi (National Security Archives de l’université de Washington: http://www.hfni.gsehd.gwu.edu/~nsar...). Nel corso degli ultimi anni, come presidente del “Centro di etica e politica pubblica” (sic) (Sito ufficiale di Ethics and Public Policy Center: http://www.eppc.org) Elliott Abrams era stato posto alla presidenza della Commissione per le libertà religiose nel mondo (USCIRF) (Sito ufficiale dell’US Commision on International Religious Freedom: http://www.uscirf.gov/index.php3?sc...) dove aveva coordinato gli attacchi nelle istituzioni internazionali contro la laicità francese (Les États-Unis contre la liberté de conscience, in Note d’information du Réseau Voltaire n° 204-205 1/10/99). Contemporaneamente ha animato il Media Center Research (Sito ufficiale: http://www.mrc.org) il cui obiettivo è ripulire tutti i media da ciò che offende il suo concetto dei “valori americani”. Questo specialista in “colpi a freddo” è stato discretamente riciclato nella nuova amministrazione con il titolo di direttore per la Democrazia e i Diritti umani e le Operazioni internazionali (sic) al Consiglio nazionale di sicurezza (Elliott Abrams: It’s Back di David Corn, in The Nation 2/7/01: http://www.thenation.com/doc.mhtml?...).
Elliott Abrams è appoggiato da Otto Reich, sottosegretario di stato per l’emisfero occidentale (Anti-Castro Figure Named to State Department di Karen De Young, Washington Post 15/4/01: http://www.washingtonpost.com/ac2/...). Personaggio molto controverso (Otto Reich’s Dirty Laundry di Alec Dubro, in Foreign Policy in Focus http://www.foreignpolicy-infocus.or...) Otto Reich è stato il lobbista lautamente retribuito dalla famiglia Bacardi (Rhum Bacardi, CIA, Cuba et mondialisation di Hernando Calvo Ospina EPO éd., 2000), ispiratore permanente della politica anti castrista degli USA e artefice della legge Helms-Burton che decretava l’embargo contro Cuba. Implicato come Elliott Abrams e Collin Powell nell’Irangate, Otto Reich era all’epoca responsabile del servizio di propaganda del dipartimento di stato e obbediva, pure lui, direttamente al colonnello Oliver North. In dispregio delle leggi statunitensi utilizzò i fondi destinati alla propaganda USA all’estero per corrompere giornalisti statunitensi e subornare i suoi concittadini (National Security Archives de l’université de Washington: http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB...). Reich è stato anche ambasciatore nel Venezuela, poi esperto in un “circolo di pensiero” conservatore, il “Centro di studi internazionali strategici” (CSIS) (Sito ufficiale del CSIS: http://www.csis.org).
Per finanziare i movimenti di protesta Abrams e Reich hanno fatto ricorso a numerosi centri copertura della CIA, soprattutto il National Endowment for Democracy (NED) (Sito ufficiale del National Endowment for Democracy: http://www.ned.org/ ; per una critica del NED, cf. Reforming the NED di Kristofer J. Doucette, Council of Hemipheric Affairs http://www.coha.org/opeds/ned.kris.htm; a favore del NED, cf. The NED, A Prudent Investment in the Future di James Philip, Heritage Foundation, 13/9/96: http://www.heritage.org/library/cat...). Creato nel 1983 da Ronald Reagan il NED era allora amministrato da Henry Kissinger e dal presidente del sindacato AFL-CIO Lane Kirkland. Esso è oggi presieduto da Carl Gersham e notoriamente amministrato dal generale Wesley Clark ex comandante in capo della NATO durante la guerra del Kosovo, e dal solito Frank Carlucci (già direttore aggiunto della CIA, attuale presidente di Carlyle Group e gestore di un portafoglio della famiglia Bin Laden) (A qui profite le crime? Les liens financiers occultes des Bush et des Ben Laden, in Notes d’information du Réseau Voltaire n°237, 16/1/01).
Per portare a termine questa operazione il NED ha speso quasi due milioni di dollari in Venezuela (US Agency, IRI, Boasts We Were the Bridge in Venezuela Coup di Jared Israel, in Emperor Clothes 18/4/02 http://emperors-clothes.com/analysi...). Ha mobilitato le sue quattro filiali, International Republican Institute (IRI, Sito ufficiale: http://www.iri.org), il National Democratic Institute for International Affairs (NDIIA), un terzo organismo creato con la Camera di commercio USA il Center for international Private Enterprise (CIPE, Sito ufficiale: http://www.cipe.org) ed un quarto organismo, creato assieme al sindacato statunitense AFL-CIO, l’American Center for international labor solidarity (ACILS precedentemente denominato American Institute for Free Labor Development -AIFLD) chiamato “Solidarity Center” (The CIO without the CIA di Simon Rodberg, in American Prospect Magazine, est. 2001: http://www.prospect.org/print/V12/1...).
Abrams e Reich hanno incontrato assieme molte personalità venezuelane a Washington nelle settimane precedenti al colpo di stato, in particolare Elias Santana (Queremos eligir) e il sindacalista Carlos Ortega (CTV). I viaggi sono stati pagati dall’IRI. Alcuni fondi sono stati versati dall’ACILS-Solidarity Center al sindacato operaio venezuelano (CTV), mentre il CIPE finanziava il sindacato padronale e le Federcamaras.
La scelta di Pedro Carmona come presidente del governo di transizione fu operata in accordo con la famiglia dell’ex presidente Rafael Caldera (Opus Dei) (Venezuela: Rumored US Involvment Could Hurt Bush Administration, in Stratfor 14/4/02 http://www.stratfor.com) ed il magnate latinoamericano Gustavo Cisneros (56° patrimonio del mondo, secondo la classifica Forbes 2002, con 5 miliardi di dollari). Quest’ultimo è un amico personale di Felipe Gonzales (già primo ministro socialista spagnolo) e di George Bush padre (già dirigente CIA e poi presidente USA), che usa invitare a partite di pesca. Cisneros è inoltre concessionario della Coca-Cola in Sudamerica, una copertura spesso utilizzata dagli agenti dello stay-behind. La figura di poco spessore di Carmona doveva permettere a Cisneros di governare pur restando nell’ombra
Una operazione di manipolazione dei media è stata messa in piedi da Abrams e Reich e facilitata da Cisneros che possiede AOL-Latin America, Direct TV Latin America (300 catene televisive e radiofoniche in 28 paesi) e Univision (la catena ispanofona degli USA). Durante il colpo di stato i mezzi d’informazione hanno diffuso notizie false secondo le quali Chávez aveva dato ordine di sparare sugli oppositori. In realtà le vittime sono state assassinate da poliziotti della città di Caracas, addestrati negli Stati Uniti da una unità dell’FBI. Otto Reich ha ammesso di aver mantenuto frequenti contatti con Gustavo Cisneros durante gli avvenimenti (Hugo’s Close Call di Joseph Contreras e Michael Isikoff, in Newsweek 29/4/02).
La scelta degli ufficiali golpisti è stata fatta da Otto Reich (The Coup Master: Otto Reich Named to Board for US Army’s School of the Americas, in Counter Punch Wire 3/5/02 http://www.counterpunch.com/reich05...) che è amministratore del Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (WHISC, sito ufficiale http://www.benning.army.mil/whisc) di Fort Benning, precedentemente noto col nome di Scuola delle Americhe (Cosa si insegnasse nella “Escola de las Americas” ce lo racconta anche il film di Costa Gavras “L’amerikano”, che ricostruisce la vicenda dell’istruttore Dan Mitrione, rapito e giustiziato dai Tupamaros nel 1970. A Mitrione è attribuita la frase: “Io vi insegno a torturare per ottenere informazioni, non per farvi divertire”, n.d.r.). Questa scuola offre una formazione a militari latino-americani e serve al reclutamento degli agenti stay behind (Venezuelan Generals Backing Interim President are SOA Grads, SOAW 12/4/02 http://www.soaw.org/Articles/curren...) in questa regione. È stata parzialmente riformata dal presidente Clinton, ben dopo che l’opinione pubblica aveva preso coscienza del fatto che essa aveva formato per decenni le giunte latino-americane e prodigato corsi di tortura (Campagna per la chiusura della Scuola delle Americhe http://www.soaw.org)
(T. Meyssan, “Stay-Behind, Opération manquée au Venezuela”, in Reseau Voltaire, 18/5/02).

ANALISI DI UN’ANALISI INCOMPLETA.
Al contrario di vari/e giornalisti/e che scrivono di politica internazionale, noi ci rendiamo conto di essere piuttosto impreparati in geopolitica e così, quando dobbiamo trattare certi argomenti ci appoggiamo a chi ne sa più di noi e produce delle analisi lucide e chiare della situazione, preferendo citare buone analisi altrui piuttosto che scrivere cavolate in prima persona.
Perciò torniamo a “saccheggiare” l’opera di Gennaro Carotenuto, citando ampi stralci di una sua analisi dedicata al numero di febbraio 2007 della “Rivista italiana di geopolitica” Limes, diretta da Lucio Caracciolo, che trattava proprio dell’America latina. Dove buona parte delle critiche mosse ai redattori di Limes possono adattarsi anche a tutti quei giornalisti che scrivono di America Latina senza cognizione di causa.

La novità più importante è che la “Rivista italiana di geopolitica”, parla ben poco di geopolitica e molto di altre cose. Parla pochissimo di economia. Per esempio ignora un evento capitale come la chiusura dei rapporti con il FMI da parte di mezzo continente latinoamericano. Non c’è un solo pezzo che contestualizzi l’attuale fase storica dopo il crollo dell’ortodossia neoliberale. Dovendosi occupare di Venezuela non c’è un solo articolo sull’ingresso del paese nel Mercosur né sul Mercosur in generale. Non c’è un solo articolo che si occupi di spiegare come si sia trasformato l’import-export della regione negli ultimi anni. Non ce n’è uno che provi a spiegare che diavolo sia l’ALBA, istituzione forse fumosa, ma di un qualche interesse. Si accenna appena a Mar del Plata, quando soprattutto la cosiddetta “borghesia nazionale” brasiliana, fece saltare il tavolo dell’ALCA, il mercato unico delle Americhe voluto da George Bush.
Invece il lettore si ritrova con un sacco di spiegazioni sul perché Chávez non sarebbe popolare, sul perché non vada d’accordo con Lula (non va d’accordo?), sul fatto che i candidati che si presume siano stati appoggiati da Hugo Chávez non passano negli altri paesi. In realtà l’unico caso concreto è quello del peruviano Ollanta Humala, ed è senz’altro un tema interessante, ma come mai non c’è una riga sul fatto che, dopo 20 anni di rigidissimo “Washington Consensus”, da anni moltissimi candidati con l’imprimatur della Casa Bianca vengano respinti con perdite? Come mai gli Stati Uniti non riescono più a imporre i loro uomini nel loro “cortile di casa”? Dall’interno del Venezuela si parla moltissimo della figura e della personalità del presidente, sempre in negativo, ma non si parla MAI del Partito, e del cruciale rapporto tra movimento e partito, una chiave di lettura fondamentale degli eventi. Non interessava? O non avevate la persona capace di scrivere un saggio in merito? E visto il ruolo dei movimenti sociali nella nuova politica continentale, dai Sem terra agli indigeni agli zapatisti, sopravvalutati o meno, è possibile che ci sia il silenzio totale? Eppure se vi interessa così tanto Chávez come potete trascurare il rapporto tra Chávez e movimenti sociali come oggetto di studio? (…)
Insomma, si tergiversa, si parla d’altro e fin dall’inizio si ha la sensazione che non si voglia capire quello che sta accadendo in America Latina e in Venezuela in particolare, ma si voglia lanciare un anatema, condannare, stendere un cordone sanitario perché l’infezione di un qualcosa che non si apprezza e che anzi si teme, non si estenda ulteriormente. La maggior parte è costruita su articoli riciclati dalle memorie di castristi pentiti, sempre i soliti nomi, sulla scarsa credibilità etica e scientifica dei quali ha scritto benissimo Maurizio Chierici lunedì 16 sulle pagine de “L’Unità”. Sono articoli che possono essere stati scritti 20 o 40 anni fa e riusati oggi. Parlano delle passioni giovanili di Fidel Castro, delle sue letture o delle sue relazioni con Nikita Krusciov o Leonid Breznev. È materiale di risulta che anche senza entrare nel merito non fa onore a Limes e -soprattutto- nulla aggiunge e forse qualcosa leva alla comprensione della Cuba attuale e del perché a 18 anni dalla caduta del muro di Berlino la stampa mainstream non abbia scritto una riga per provare a capire perché Cuba è sempre lì. Strano che si sia trovato spazio per tali articoli ma neanche una riga per spiegare come Cuba sia uscita dall’isolamento e come a Cuba nel 2006 si siano recati rappresentanti dei governi di tutto il mondo, a cominciare dall’indiano Singh.
Significativo in questo è il pezzo di Omero Ciai, il latinoamericanista de “La Repubblica”, sulla bancarotta economica dello stato cubano. È lo stesso articolo che Ciai ha scritto almeno una decina di volte negli ultimi anni. In genere quando uno stato va in bancarotta a questa segue la fame e poi la sollevazione, la rivolta della popolazione e il bagno di sangue oppure la caduta di un regime. Sarebbe interessante spiegare se, visto che ciò non è successo, nonostante da 18 anni venga paventato, è davvero quella descritta da Ciai la situazione di Cuba. “Limes” sicuramente non si perita di spiegarlo. Pura repressione? Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nelle carceri cubane ci sarebbero 280 dissidenti, meno della metà delle persone detenute nella base di Guantanamo. (…)
“Limes” si occupa in maniera urticantemente denigrante della figura di Hugo Chávez (…) Caracciolo insiste a parlare di “regime Chávez”, palesando un’intenzionalità facilmente leggibile. Visto che le parole sono importanti, sarebbe interessante sapere perché Caracciolo parla di “regime Chávez” e non di “regime Lula” o di “regime Prodi” e men che meno di “regime Calderón” in quel Messico con centinaia di prigionieri politici, torturati, bastonati, morti ammazzati, carri armati in strada. Sarebbe interessante sapere perché la “rivista italiana di geopolitica” dedichi (giustamente) molto spazio alle relazioni tra due dei principali produttori di petrolio al mondo, Venezuela e Iran, ma non ci sia uno straccio di articolo sulle relazioni tra Venezuela e Colombia, una delle frontiere più calde del mondo. (…) Evidentemente quella tra Venezuela e Colombia è una frontiera sulla quale bisogna conoscere molto per scrivere cose utili. E allora per Caracciolo è più facile dar credito ad un grande organizzatore di squadroni della morte come John Negroponte che sostiene che l’America Latina sia oramai disegnata tutta come verde nelle mappe di Al Qaeda (sic!)
Emerge una volontà costante di spostare il discorso dai processi reali al piano del folklore, dell’esotismo e della denigrazione personale. Il progettato oleodotto continentale deve essere definito “Hugoducto”, altrimenti non sarebbe esaltata la presunta megalomania di Chávez. C’è un dettaglio che svela l’eurocentrismo brutale di “Limes”. Nella parte sull’America latina, tutte le grandi opere che i governi di sinistra latinoamericani vorrebbero realizzare sono bollate di inconsistenza e megalomania. Nella parte finale della rivista, nella quale si parla di altri temi, ci sono altrettante cartine con le grandi opere progettate in Europa, oleodotti, corridoi, alte velocità. Queste, ovviamente, sono difese da “Limes” e considerate realistiche, urgenti e indispensabili.
(…) C’è un pezzo che parla addirittura di un presunto asse esoterico tra Castro, Chávez e Morales, ma non ce n’è nessuno che parla del sicuro “asse del male latinoamericano da colpire” teorizzato da Donald Rumsfeld. Forse che una più volte ventilata guerra statunitense contro un paese latinoamericano non è un soggetto interessante per “Limes”? E il colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002? Non era un soggetto utile?
(“Lucio Caracciolo, Limes sull’America Latina è inconsistente”, articolo del 19/4/07, in www.gennarocarotenuto.it).

CONCLUSIONI.
Dopo avere constatato personalmente quante notizie interessanti si possono trovare in Internet, ci è difficile comprendere il senso di gravare sul budget di un giornale che non naviga in ottime acque per inviare in Sudamerica una giornalista che quando ritorna redige degli articoli che potrebbero forse andare bene per un periodico tipo Donna moderna, ma che i lettori di un “quotidiano comunista” potrebbero anche pretendere un po’ più qualificati ed organici, con approfondimenti di analisi economiche e geopolitiche. È ben vero che non ci si dovrebbe basare solo su quello che si trova in rete e che bisognerebbe verificare in prima persona, quindi un giornalista inviato sul posto è sempre un elemento interessante, se però si comporta da cronista, da testimone, va in cerca delle notizie e non si limita a scrivere di aria rifritta svolazzando su giochi di parole pensando di scrivere un corsivo invece di fare un servizio di informazione.
Lasciamo perdere le critiche ai giornalisti di Repubblica, Corriere della Sera, Radio Radicale perché si tratta comunque di stampa borghese ed anticomunista dalla quale non ci aspetteremmo granché di diverso (consideriamo tuttavia che se la verità è rivoluzionaria, anche se non necessariamente comunista, sempre verità è, e di conseguenza anche un giornalista anticomunista dovrebbe scrivere ciò che è vero al di là delle proprie convinzioni ideologiche). Ma troviamo scandaloso che su un quotidiano come Liberazione gli articoli che parlano della situazione latinoamericana (soprattutto Cuba e Venezuela) vengano delegati ad una giornalista che non prende neppure in considerazione tutte le questioni economiche e di geopolitica collegate, che da come scrive sembra non avere mai dato un’occhiata alla stampa ed agli analisti internazionali limitandosi a (e qui citiamo Carotenuto) “tergiversare, parlare d’altro”, lasciando la “sensazione che non si voglia capire quello che sta accadendo in America Latina”. Il tutto avallato dal direttore che afferma che si tratta di un’ottima giornalista. A questo punto possiamo considerare due ipotesi: o la preparazione professionale dei due lascia un po’ a desiderare e non ci si dà da fare per semplice sciatteria (il che sarebbe comunque grave), o (ipotesi peggiore) gli articoli non sono finalizzati ad informare i lettori, ma sono piuttosto funzionali alla manovra mediatica in atto contro i governi di Cuba e Venezuela.
In ambedue i casi troviamo che nella redazione di Liberazione dovrebbe giungere un po’ di aria fresca... magari un po’ di vento dei Caraibi.


Un modo potrebbe essere quello di provocare una guerra contro la Colombia, una strategia usata in molte parti del mondo.Una vecchia formula: provocare una guerra tra due paesi per poi presentarsi come arbitro fra i due contendenti.
In tal senso potrebbero esserci delle provocazioni. Io seguo i media e la strategia della propaganda di guerra,la disinformazione, e la loro demonizzazione del nemico.
Ora stanno cercando di presentare Chávez come un antisemita, come un alleato dei narcotrafficanti, e tutto ciò è la prova che una guerra è già cominciata, la guerra mediatica.
Dobbiamo tenere presente che non si dà inizio alle guerre con le bombe,
ma con le menzogne dei media.
Michel Collon, giornalista.

Agosto 2007


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