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      Mučeniška Pot


La Storia di Nerino Gobbo, il Comandante Gino.

INTERVISTA A NERINO GOBBO “GINO”.
In ricordo di Nerino Gobbo, il comandante Gino di Unità Operaia-Delavska Enotnost, scomparso un mese fa. Tra parentesi le nostre note esplicative.

- Gino, si sono dette tante cose su Nerino Gobbo, “spietato commissario del popolo”, “infoibatore”, ed altro. Ma chi è veramente Gino?
- Io sono nato a Rovereto, nel 1920 e la mia famiglia si stabilì a Trieste quando ero ancora molto piccolo. Avevo avuto dei problemi di salute e ci consigliarono di trasferirci in una città di mare, così venimmo a Trieste. Abitavamo nella corte di Fedrigovez, una zona di casette mono e bifamiliari nel rione di San Giovanni. Mio padre faceva il sarto, lavorava presso la ditta Beltrame, un grande negozio di sartoria ed abbigliamento, ed era considerato un ottimo sarto, tagliatore per abiti da donna. Sapete come perse il lavoro? Mio padre frequentava l’osteria detta del “Caligareto”, quella in via Giulia, all’ingresso della corte. Una sera, qualcuno disse che il governo aveva vietato di dire Messa in sloveno, e lui commentò che se la gente non ha più nemmeno il diritto di pregare nella propria lingua, allora vuol dire che siamo proprio messi male. Il giorno dopo, il padrone del negozio lo mandò a chiamare e gli disse che gli spiaceva, ma non poteva più farlo lavorare perché si era espresso contro il governo. Così da quel momento dovemmo tirare la cinghia, solo perché mio padre aveva detto quelle parole, che evidentemente qualche spione che frequentava l’osteria doveva avere riferito a “chi di dovere”. Quindi ho dovuto iniziare a lavorare da giovanissimo per aiutare la famiglia, ma sono riuscito a non rinunciare all’alpinismo e alla speleologia, che erano le mie passioni nel tempo libero.
- Dicono che Gino era stato istruttore della GIL (Gioventù Italiana del Littorio).
- Anche questo è un modo per cercare di screditare una persona. Io sono stato chiamato alla leva ed ho prestato servizio militare presso la Scuola Militare di Alpinismo ad Aosta, nel Battaglione Duca degli Abruzzi, dove ho fatto l’istruttore. La scuola istruiva gli alpini sulle tecniche di arrampicamento, sia su roccia che su ghiaccio, e sulla tecnica dello sci, teneva anche corsi di addestramento alpinistico agli ufficiali che uscivano dall’accademia militare prima che fossero assegnati alle singole unità.
Noi che eravamo stati già prima istruttori alla scuola del CAI (Club Alpino Italiano) di Trieste fummo per questo mandati alla scuola militare, che inviava i propri istruttori ai corsi di alpinismo del CAI presso altre regioni ad organizzazioni che ci richiedevano. Noi istruttori della scuola militare non avevamo nulla a che fare con la GIL: faccio questa precisazione perché si è ripetutamente cercato di far credere che gli istruttori della Scuola Militare di Alpinismo erano comandati dalla GIL, cosa del tutto falsa. Una dimostrazione della distanza che c’era tra noi e la GIL s’è vista al corso tenuto al Passo Sella in Val Gardena. Lì sentimmo la notizia della caduta di Mussolini: allora i capi della GIL, visto il clima di giubilo esploso tra i corsisti, se ne sono andati lasciando i ragazzi allo sbando. E siamo stati invece noi istruttori che ci siamo impegnati per fare tornare i corsisti alle loro case. È vero che sulle tessere del CAI c’era la stampigliatura della GIL, ma questo non significa che noi ne facessimo parte.
Devo aggiungere che quasi tutti noi cercavamo di seguire la situazione di Trieste e cosa accadeva in Slovenia. Ascoltavamo radio Londra e simpatizzavamo per i partigiani; inoltre alcuni di noi erano stati in licenza a Trieste tra luglio ed agosto 1943.
Io ritornai a Trieste con altri compagni nel 1944 in un momento molto critico. C’erano stati da poco le fucilazioni di Opicina, le impiccagioni di via Ghega, molti attivisti politici dell’OF e dell’UO (Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione e Unità Operaia - Delavska Enotnost) erano stati arrestati o uccisi (Primavera del 1944). Per questo il nostro arrivo fu accolto molto bene. Io trovai subito il collegamento col movimento di liberazione attraverso compagni che conoscevo da sempre: nella fabbrica dove avevo lavorato prima di andare militare esisteva già una cellula comunista, anche se io non ne avevo fatto parte. Nel rione di San Giovanni i miei compagni d’infanzia e di giovinezza erano tutti attivi chi nell’OF chi nell’UO. Ad esempio Maria Birsa era attivista dell’OF all\'ospedale maggiore dove lavorava come infermiera; Giuseppe Birsa, due volte naufrago della Marina da guerra, demobilitato per ragioni di salute, era attivo nell’OF sul territorio e nell’UO alla Fabbrica Macchine, Marcello Grill lavorava in un magazzino alimentare che riforniva l’esercito tedesco ed aveva la possibilità di sottrarre viveri che venivano mandati ai compagni.
Il periodo era dei più pericolosi. Prima del mio arrivo erano caduti nelle mani di Collotti (il commissario Gaetano Collotti dirigeva la “squadra volante” dell’Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia, un corpo speciale di repressione che operò rastrellamenti, arresti, torture, violenze ed esecuzioni sommarie anche sui civili) parecchi attivisti importanti.
Valutato il mio lavoro venni incluso relativamente presto nel comitato Circondariale dell’UO. Tirava già aria di insurrezione per cui dalle azioni di raccolta viveri e vestiario per le formazioni partigiane, dalla propaganda per l’afflusso nelle file dei combattenti, dalle azioni di volantinaggio che imbestialivano tedeschi e fascisti, iniziò anche l’azione per la raccolta delle armi. Gli avvenimenti scorrevano veloci.
Ad un certo punto il compagno Tofful mi mandò a dire che mi avrebbero incontrato due compagni per parlarmi. Erano i compagni Franovic e Dolesi del comitato circondariale dell’UO-DE, che vollero sapere tutto di me e mi fecero un interrogatorio a tiro incrociato di terzo grado. Ma ho avuto l’impressione che sapessero già tutto di me. Io spiegai loro che volevo andare in montagna, ma loro mi dissero che per il momento dovevo rimanere in città e lavorare per l’Unità Operaia, parlarono di perdite di quadri e necessità di sostituirli.
I miei contatti mi procurarono dei documenti della Todt (il servizio del lavoro germanicoi ) e fui in grado di muovermi liberamente in città. A casa mia vennero un paio di volte i carabinieri a domandare di me, ma i miei dissero che mi avevano dato per disperso dall’8 settembre.
Fui così inserito nella Unità operaia del secondo rione (la città era stata divisa in otto zone d’intervento, dette “rioni”); poi quando venne a Trieste la commissione militare a preparare la formazione del Comando città del IX Corpus, la città venne suddivisa in quattro settori territoriali e vennero formati i Comandi di Settore del Comando Città. Del Comando del II settore era stato nominato comandante Martin Praček, vecchio attivista dell’OF.
Ho partecipato a questo processo fin dall’inizio: fui prima nominato commissario politico del II settore, poi all’inizio del ‘45 ne divenni il comandante. Come tale ho partecipato all’insurrezione armata ed i risultati non sono mancati, come pure i riconoscimenti.
- Parliamo un po’ dell’attività a Trieste.
- Certo. Verso la fine del 1944 i nazifascisti avevano riempito la città di manifesti di propaganda antipartigiana, soprattutto anticomunista, manifesti che rappresentavano i comunisti come mostri sanguinari.
A quel punto decidemmo una, chiamiamola così, controffensiva di affissioni. Ci riunimmo nel Boschetto di Trieste una sera, approfittando di un preallarme come facevamo spesso, perché in quei momenti tanta gente andava a cercare rifugio dai bombardamenti e non si dava nell’occhio se ci si trovava assieme. Eravamo una trentina di persone, quasi tutti molto giovani. Dopo alcune discussioni sull’agire o non agire, decidemmo di fare un’affissione a tappeto di manifestini con l’effigie di Tito. Fu in quell’occasione che notai per la prima volta Carla, una bella ragazza scura di occhi e di capelli: era una kurirka, una staffetta di San Giovanni: prese la parola, non ricordo se parlò in italiano o in sloveno, ma con tanta enfasi che convinse anche i più dubbiosi ad intervenire con questa azione.
Così preparammo i manifesti: erano in formato A3 ed A4; li portò a San Giovanni, in una javka (punto di contatto o ritrovo) presso un carbonaio di via San Cilino di nome Poropat (che teneva presso di sé anche armi per il movimento di liberazione), don Giulio, un prete che collaborava con noi. Con lui non parlavamo più che tanto di politica o di religione, stava con noi e questo bastava: anche con l’altro sacerdote che faceva parte del movimento, don Canciani (Don Canciani sarebbe poi diventato membro del CEAIS, Comitato Esecutivo Antifascista Italo-Sloveno, cioè l’organo amministrativo della città di Trieste nel periodo di amministrazione jugoslava), eravamo rimasti d’accordo di non entrare in polemiche o discussioni, noi non intendevamo proibire la religione o impedire la libertà di culto, ci bastava che fossero riconosciuti come valori fondamentali l’antifascismo e la democrazia socialista. E questi preti erano d’accordo con noi.
Non so il cognome di don Giulio, so che abitava nella zona di via Piccardi; qualcuno andò a cercarlo poco prima dell’insurrezione ma sentì da dietro la porta di casa sua che stava litigando con qualcuno e se ne andò senza farsi sentire.
A proposito di preti, voglio dire che uno dei posti dove dormivamo durante la clandestinità era proprio un alloggio di preti presso la parrocchia di San Giovanni, anch’io ho passato diverse notti lì. Finché un giorno il vescovo Santin non diede ordine a don Canciani di sbatterci fuori, allora ce ne andammo perché il posto non era più sicuro.
Ma parlavamo dei manifesti di Tito. I compagni si organizzarono in coppiette, che facendo finta di fermarsi a pomiciare per le strade, attaccarono i manifesti in tutta via Giulia e via Carducci, anche piuttosto vicino alle sedi dei nazisti (in piazza Oberdan c’era il comando della SS).
Per i volantini avevamo diversi sistemi di diffusione: uno era quello della bora… nelle giornate di vento si posava una pila di volantini in punti strategici (uno dei migliori era sotto i portici di Chiozza), e quando arrivava una raffica i volantini volavano davvero, dappertutto. Un altro sistema l’aveva pensato Giulio, uno dei nostri compagni più in gamba: figuratevi che una volta ha disarmato, da solo, un tedesco nella zona del cimitero. Gli era andato alle spalle, gli aveva ficcato un dito nella schiena ed intimato di consegnarli l’arma. Il nazista si spaventò e gli diede la pistola, senza rendersi conto del bluff. Bene, questo Giulio aveva un sistema di diffondere i volantini ed anche i nostri giornali, nelle case: andava fino all’ultimo piano, e da lì, scendendo infilava i fogli nelle cassette delle lettere o sotto le porte. Così prima che uno si accorgesse di cosa accadeva il militante era già fuori dallo stabile.
Questo metodo piacque ai compagni e fu adottato per la diffusione della stampa.
- Poi c’erano anche attività più pericolose.
- Sì. Vorrei parlarvi di Ruggero Haas e di sua moglie Albina, che abitavano in una casa sul monte Valerio, presso la quale avevano costruito un bunker dove conservavano il materiale per la lotta. Haas era un buon compagno, onesto e coraggioso, però purtroppo non riusciva ad entrare nello spirito della vita clandestina. Si vestiva in tuta da lavoro, cosa che non andava molto bene, all’epoca era meglio indossare abiti buoni, perché un operaio che girava di giorno era sospetto. Inoltre era sempre sul chi vive e si aggirava guardingo, al punto che dava nell’occhio il modo in cui si muoveva. Questo comportamento gli aveva meritato il soprannome, affettuosamente ironico, di Konspiracijo.
Un altro bunker era stato sistemato in una casa vicina alla loro, dove abitava la famiglia Pierazzi. In quest’altro bunker c’era anche la macchina per la stampa.
Quando la banda Collotti arrestò i coniugi Haas e trovò il bunker, anche noi ci trovammo in una brutta situazione, perché dovevamo fare in modo di portare via tutto il materiale, senza farci scoprire.
Dalla casa dei Pierazzi si riusciva a vedere Collotti ed i suoi che cercavano il bunker nel terreno dei Haas. Ci organizzammo in modo da prelevare il materiale dall’altro bunker e di notte (mi ricordo che era una notte molto buia, senza luna) andammo a prendere la roba per portarla, attraverso il bosco, in un posto sicuro. Per coprire il rumore che facevamo nel nostro andirivieni, qualcuno si mise a segare della legna, cosa che alla fine avrebbe potuto essere ancora più pericolosa per noi, perché magari i poliziotti si sarebbero insospettiti a sentire il rumore e avrebbero potuto venire a controllare come mai c’era chi segava legna a notte fonda nel buio (Silvio Pierazzi-Pirjevec racconta che uno degli uomini di Collotti in effetti andò a vedere chi lavorasse a quell’ora, ed il compagno spiegò che preparava la legna per il giorno dopo; il collottiano gli credette e si complimentò addirittura con lui). Il compagno era talmente agitato che lo si capiva dal rumore che faceva la sua sega: man mano che gli aumentava l’ansia, accelerava il ritmo e faceva sempre più rumore. In ogni caso riuscimmo a concludere l’operazione, quella notte portammo via tutto il materiale dal bunker dei Pierazzi e lo consegnammo a Milan, un compagno di Longera, che lo depositò nel bunker del loro villaggio.
- Dopo alcuni mesi di prigionia e torture i coniugi Haas furono fucilati, il 28/4/45. Ed anche il bunker di Longera fu scoperto, nel corso di un’azione che costò la vita a quattro compagni. La banda Collotti operò una repressione feroce e terribile a Trieste.
- Sì, ed infatti nella primavera del ’45 si era pensato di organizzare un attentato contro la sede di via Cologna dell’Ispettorato Speciale di PS: l’idea era di passare attraverso le condotte fognarie partendo dalla zona della Rotonda del Boschetto, a due chilometri circa da via Cologna, e di piazzare dell’esplosivo sotto la sede dell’Ispettorato. Ma poi questa idea fu accantonata, sia perché le piogge primaverili avevano ingrossato i torrenti e di conseguenza reso impraticabili le condotte, ma soprattutto perché avevamo valutato che erano troppi i compagni imprigionati nella caserma e l’esplosione avrebbe ucciso anche loro.
- Poi Gino ha organizzato anche l’attentato di via D’Azeglio…
- Sì, era il 27 marzo 1945. Nel garage Principe, in via D’Azeglio, c’erano mezzi di rifornimento per l’offensiva che la X Mas stava preparando contro il IX Korpus (le forze allora erano in equilibrio perciò si sarebbe trattato di una grande offensiva, e noi dovevamo fare il possibile per sabotare i nazifascisti). All’inizio avevamo pensato di asportare il carburante, ma considerate le difficoltà del trasporto si decise di distruggerlo. Io ho personalmente diretto quell’azione alla quale hanno partecipato altre sei persone: Silvio Pirjevec, Enzo Donini, Sergio Cebroni, Livio Stocchi, Remigio Visini ed un compagno alla sua prima esperienza di lotta, Giorgio De Rosa.
Dopo avere bloccato tutte le strade attorno al garage abbiamo fermato il proprietario, che faceva anche da guardiano, l’abbiamo obbligato a farci entrare e poi consegnato a due compagni che avevano l’ordine di portarlo nella ritirata con sé, di tenerlo prigioniero per motivi di sicurezza; di ucciderlo se le cose si fossero messe male. Invece al momento della fuga non se la sentirono di ucciderlo e lo lasciarono libero. Così riuscì a dare l’allarme che causò la cattura dei quattro compagni e la loro impiccagione.
Io e Silvio entrammo nel garage, dovevamo far saltare in aria i fusti di benzina, ne abbiamo aperto uno e quando la benzina ha iniziato a scorrere, abbiamo lanciato delle bombe e in quel momento è successa una cosa che non dimenticherò mai: la benzina ha cominciato a prendere fuoco in modo talmente rapido che si è sentito un rumore come una sirena, un ululato che andava all’infinito. S’era anche formato un calore enorme, ed a quel punto dovevamo uscire più in fretta possibile, ma quando abbiamo cercato di uscire dalla porticina laterale ci siamo resi conto che la pressione dell’aria era tale che non solo aveva rotto i vetri delle finestre, ma addirittura premeva tanto contro la porta che questa non si poteva più aprire dall’interno. Allora mi sono seduto a terra rivolto verso la porta, più sopra c’era il catenaccio; ho puntato le gambe sulla parte fissa della porta e ho tirato col catenaccio fintanto che non si è aperta una fessura; Silvio ha inserito il mitra in questa fessura e ha fatto forza, riuscendo ad aprire di quel tanto che ci ha permesso di sgusciare fuori, appena in tempo.
Intanto (saranno passati in tutto non più di dieci secondi) i compagni che erano fuori, avendo sentito le bombe e visto le fiamme e non avendoci visti uscire, devono aver creduto che eravamo rimasti vittime dell’esplosione; così si sono ritirati disordinatamente invece di attenersi a quanto era stato previsto nel piano. Stocchi, Cebroni e Visini andarono a cercare Donini a casa, ma questa era sorvegliata perché il padre, primario dell’ospedale psichiatrico, era notoriamente antifascista: Donini riuscì a fuggire, ma gli altri furono arrestati da una pattuglia delle SS italiane. De Rosa invece fu arrestato da una pattuglia della Guardia Civica presso la Rotonda del Boschetto. Dopo la cattura furono ferocemente torturati e la mattina dopo impiccati proprio al muro del garage: questi quattro giovani sono i martiri di via D’Azeglio.
Silvio ed io ci siamo salvati perché abbiamo seguito le regole stabilite: siamo usciti dal garage, ci siamo mischiati alla gente che era accorsa e abbiamo preso sottobraccio una ragazza con la quale ci siamo allontanati e che ci disse: “Se fossero tutti come voi non ci sarebbero più i tedeschi a Trieste”.
- Gino, parliamo ora dei preparativi per l’insurrezione a Trieste.
- A fine marzo eravamo consapevoli che il momento insurrezionale si stava avvicinando ed i rappresentanti dell’OF e dell’UO e del Comando città di Trieste del IX Corpus, già presente in città, convocarono una riunione con i delegati del CLN italiano. Questa riunione, divenuta famosa come “convegno di Guardiella”, si svolse dal 21 al 23 aprile, in una villa di San Giovanni, la villa dei Tofful tra via dei Pagliericci e via Brandesia, dietro il campo sportivo.
Lo scopo era di accordarsi con il CLN triestino PER riunire le forze insurrezionali dei due schieramenti, ognuno comandato dai propri ufficiali ma sotto un comando unico, ad evitare scontri tra i due schieramenti, per la cacciata ed il disarmo delle forze tedesche e neofasciste che avessero fatto resistenza in città.
Io ero stato incaricato della sicurezza della riunione e dell’incolumità dei partecipanti, con una squadra mista di combattenti di Guardiella Brandesia e di Guardiella Scoglietto.
La villa era un posto adatto perché aveva molte vie di fuga (dietro di essa si arrivava direttamente nel bosco sulla collina di Guardiella, la zona chiamata Patacin, quella che si trova sotto le arcate della ferrovia). Tutto attorno erano sistemati nostri uomini che dovevano proteggere sia i nostri delegati sia quelli del CLN.
Com’è noto, nel corso della riunione noi proponemmo al CLN di unificare tutte le forze che avrebbero preso parte all’insurrezione (prevista tra il 30 aprile ed il 1° maggio) sotto il Komando Mesta del IX Korpus: sia i nostri membri di Unità operaia e dell’OF, sia le forze armate del CVL, che dopo scoprimmo che contavano anche la Guardia di finanza e parte della polizia.
Il CLN rispose che non potevano dare subito una risposta, l’avrebbero data in seguito perché dovevano prima consultare il loro comando.
- Dalla documentazione redatta dal CLN appare che alla riunione avevano partecipato solo Ercole Miani ed il tenente colonnello Antonio Fonda Savio.
- Per questo motivo rimanemmo d’accordo che emissari delle due formazioni si sarebbero nuovamente incontrati, in tempo e luogo da stabilirsi. Štoka (Franc Štoka dirigente dell’OF, comandante politico delle forze insurrezionali) decise che sarei stato io ad andare all’incontro con il CLN, che avvenne un paio di giorni dopo. L’incontro era stato fissato in un bar di fronte al Politeama Rossetti, per le 8.30.
La sera prima di andare a questo incontro fui accompagnato in una točka, cioè una base dove ci si trovava per le riunioni e anche dove si ospitavano i compagni. Questa točka si trovava in via Damiano Chiesa, era la casa di Carla, la compagna che aveva dato una mano per organizzare i volantinaggi con l’effige di Tito. Lei era sposata con il compagno Dalla Negra, uno dei comandanti del Battaglione Zol, anche se poi quando lui rientrò dopo la fine della guerra non tornarono a vivere assieme.
In casa c’era anche un’altra persona, io lo conoscevo come Aldo ma non so quale fosse il suo vero nome. Non era della zona nostra, però aveva partecipato all’azione di via D’Azeglio, aveva fatto parte del gruppo che doveva controllare l’esterno ed era tra coloro che erano riusciti a cavarsela. Alla fine dell’azione gli avevamo dato un mitra polacco che avevamo trovato nel garage: me lo ricordo perché era l’unico mitra a carica orizzontale, e lui dopo quell’azione sparì, senza restituire il mitra. Ero perciò stupito di trovarlo in casa di Carla, che avrebbe dovuto essere un posto sicuro solo per militanti fidati. Si offrì di dare un’occhiata alla mia rivoltella, così gliela diedi e lui la smontò e poi la rimontò.
Passai la notte nella točka e la mattina dopo andai all’appuntamento con gli emissari del CLN: ero vestito come un questurino, con un vestito nuovo che mi aveva cucito mio padre, un cappello grigio e una borsa che conteneva dei libri di teologia che mi aveva dato don Giulio.
Nel bar trovai i due emissari: erano in divisa da guardie civiche e se non mi sbaglio uno aveva i gradi da capitano e l’altro da tenente. Ci salutammo militarmente e l’incontro durò pochissimo: mi dissero che avevano deciso di insorgere per conto proprio, così io me ne andai dopo avere loro detto che dovevano aspettare per uscire almeno 15 minuti dopo che me n’ero andato.
Feci un giro a zig zag per tornare a San Giovanni e quando rientrai in casa di Carla Aldo mi domandò se mi era servita la pistola: gli dissi di no e lui allora mi disse “meno male, perché ti mancava questo” e tirò fuori di tasca il percussore che aveva tolto dalla mia pistola la sera prima.
Non so perché l’abbia fatto, se era un provocatore o semplicemente un cretino, poi non seppi più nulla di lui.
Rimasi ancora quella notte a casa di Carla e me ne andai la mattina dopo, non ricordo se in villa Tofful o in casa Birsa, dovevo tornare in un posto sicuro e poi dovevamo preparare l’insurrezione.
- Quando arrivò il momento?
- Il 26 aprile Greif, io ed un altro compagno stavamo tornando dalla riunione dello Stato maggiore che si era tenuta a Bagnoli; siamo scesi dal tram in piazza Sansovino per prendere quello della linea 2 che portava a San Giovanni. Da quest’altro tram che era arrivato in quell’istante scese il nostro informatore all’interno della “banda Collotti”, uno del quale purtroppo ricordo solo il nome di battesimo, Cosimo. “Gino, disse, la squadra volante è fuggita con Collotti, sono partiti”. È stato allora che abbiamo capito che eravamo arrivati al punto finale.
- E dopo l’insurrezione? Silvio Maranzana sul “Piccolo” ha scritto che “nella tristemente famosa Villa Segrè” Gobbo “avrebbe orchestrato la Squadra volante (…) resasi responsabile di arresti, deportazioni, torture, sevizie, spicce esecuzioni”…
- Tutte balle. Io ero stato nominato dirigente del Comando del II Settore, ci trasferimmo da villa Tofful in villa Segrè (in via dell’Università) ai primi di maggio.
In villa Segrè (che era “tristemente famosa” perché prima vi era una sede delle SS) avevamo compiti di ordine pubblico e tra le altre cose rilasciavamo anche le autorizzazioni per chi voleva allontanarsi da Trieste. Veniva molta gente a farsi fare i documenti per andare via, e un giorno capitò un uomo che fu riconosciuto dai nostri compagni come un torturatore dell’Ispettorato, quindi lo arrestammo e lo consegnammo all’autorità competente.
- E la “squadra volante”?
- La “squadra volante” era quella di Collotti… ma adesso vi spiego tutto. Un giorno mi chiamò al telefono il comandante del II plotone del III settore, Giordano Luxa, che come me, era stato a suo tempo membro del comitato circondariale di UO. Egli era di stanza col suo battaglione all’ex distretto militare di S. Giusto, mi domandò se avessi io sotto controllo le carceri dette dei “Gesuiti”, ma io gli risposi che erano sotto la sua giurisdizione. Lui spiegò che aveva ricevuto delle proteste relativamente a maltrattamenti dei prigionieri, ruberie, ed altro, commessi dal corpo di guardia che sostenevano essere ex partigiani. Questo mi allarmò e decisi di indagare, mandai subito il mio vice, Stane Sternat, con un paio di uomini che mi riferì la situazione. I carcerati erano in subbuglio, le guardie avevano le stelle rosse su berretti di tutti i tipi, e alcuni dicevano di aver partecipato all’insurrezione, altri di essere stati partigiani in Istria.
Quanto visto e riferito dal mio vice dava un quadro ancora più grave di quanto mi aveva già descritto Luxa. Esaminata la situazione dal punto di vista tattico decidemmo di trasferire il corpo di guardia alla villa Segrè, per tenerli sotto controllo, mentre il nuovo corpo di guardia alle carceri venne composto da uomini fidati e comandato da una persona all’altezza del compito il compagno Ugo Bazzara. E cosi da una parte fu fatto ordine alle carceri e dall’altra sorvegliato il comportamento del gruppo di Ottorino Zol, quello che dirigeva le violenze ai Gesuiti.
- Quando accadeva tutto questo?
- Verso il 12 maggio, fino a quel giorno noi non mandavamo chi fosse stato arrestato ai Gesuiti. Nessuno dei prigionieri dei Gesuiti era stato arrestato da noi. Invece in villa Segrè operava un altro gruppo, agli ordini di Giuseppe Steffé, che pure mettemmo sotto osservazione.
Dopo circa una settimana abbiamo avuto abbastanza elementi in mano per decidere l’arresto di tutto questo gruppo che era coinvolto in fatti che non corrispondevano alle direttive, alla nostra funzione. I maggiori responsabili sono stati consegnati all’autorità jugoslava che ha provveduto a processarli. All’inizio ne avevamo arrestati di più, ma quelli consegnati all’Armata erano circa diciassette. Questi sono stati portati a Lubiana; durante il viaggio alcuni di loro tentarono la fuga, alcuni ci riuscirono, altri no. Quelli che riuscirono a scappare furono processati a Trieste; quelli portati a Lubiana sono stati processati e riconosciuti colpevoli, hanno fatto anche due o tre anni di reclusione, dopo sono tornati a Trieste.
Allora naturalmente non sapevamo che erano anche responsabili degli omicidi avvenuti alla foiba Plutone, li avevamo arrestati per le malversazioni e le violenze.
- Nell’articolo si parla anche della scomparsa della professoressa Elena Pezzoli del CLN italiano.
- Sì, io non ho mai visto la professoressa Pezzoli. Seppi che era stata arrestata (penso da Steffè), il giorno dei funerali di un compagno, Oreste Francia, il 25 maggio. Fui preso da parte da due compagni dell’ufficio dell’allora Pubblico Accusatore (che aveva funzioni giudiziarie nel Comando città), Lojže Periz e Franc Čehovin (vice commissario del Comando città) che mi chiesero notizie della professoressa Pezzoli. Dissi che non sapevo nulla di un suo arresto, tornammo in villa Segrè con Stane e lì controllammo tutta la villa per verificare se la Pezzoli era detenuta, ma non trovammo alcuna traccia. Non so cosa possa essere accaduto, ma io non ero al corrente di un suo arresto.
- Gli Jugoslavi lasciarono Trieste il 12 giugno.
- Sì, ed io andai via con loro, ero tra coloro che dovevano organizzare la Difesa popolare nella zona B: io e Stane fummo tra i primi ad andare oltre confine. La nostra sede era a Portorose nella villa Margherita: dopo un po’ di tempo arrivarono anche dei gruppi di attivisti che per motivi di sicurezza non era il caso rimanessero a Trieste.
- Però nel 1947, dopo le esumazioni delle salme dall’abisso Plutone, Gino fu accusato di essere il responsabile di questo eccidio.
- Io fui condannato come comandante del gruppo che avrebbe fatto sotto il mio comando quello che è stato loro imputato, mentre al processo avrebbe dovuto emergere che ero stato proprio io quello che aveva impedito a quei signori di continuare a delinquere.

Interrompiamo qui l’intervista con Gino, che fu condannato e poi ottenne l’amnistia dal presidente Saragat. Aggiungiamo che abbiamo analizzato assieme a lui gli atti del processo, e dopo avere studiato anche molta altra documentazione (il risultato di questa ricerca è stato pubblicato nel maggio 2010 con il titolo “Operazione Plutone”, dossier de “La Nuova Alabarda”, n. 34) siamo giunti alla conclusione che prove per condannare Gobbo non ce n’erano, ma solo le dichiarazioni (confuse e contraddittorie) di alcuni testimoni che oggi chiameremmo “pentiti”. D’altra parte, se le autorità jugoslave avevano da subito operato contro quei criminali, fidandosi delle indagini coordinate da Nerino Gobbo, al quale non fu attribuita alcuna responsabilità, possiamo ritenere che l’Ozna, che operava in villa Segrè indipendentemente dal Comando città, avrebbe agito anche contro Gobbo se vi fosse stato qualche sospetto su sue eventuali complicità: infatti nell’archivio dell’Ozna di Lubiana c’è una nota datata 29/5/45 a proposito di tre elementi pericolosi presenti in villa Segrè contro i quali era necessario agire (As zks ae 116 505). Visto che Gino non fu in alcun modo perseguito, riteniamo che questa sia un’ulteriore prova della sua estraneità ai fatti criminosi.
Oggi Gino non c’è più, e per ricordarlo abbiamo deciso di pubblicare il suo racconto, che mentre lo raccoglievamo ci ha riportato in un periodo buio ma anche pieno di speranza come fu quello della Resistenza a Trieste.
Morte al fascismo e libertà ai popoli, dicevano allora. Ed oggi ripetiamo queste parole nel ricordo di un combattente che tanto ha dato per la causa della libertà e dell’internazionalismo.

maggio 2012

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