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La Storia Secondo Raoul Pupo.

IN MARGINE ALLA PRESENTAZIONE DI “TRIESTE ‘45” DI RAOUL PUPO, 21 APRILE 2010.

Lo storico Raoul Pupo ha recentemente pubblicato un nuovo libro “Trieste ‘45” (Laterza 2010), nel quale fa una ricostruzione degli eventi storici che interessarono Trieste e la Venezia Giulia alla fine del secondo conflitto mondiale. Questo libro è stato presentato a Trieste il 21 aprile scorso, nella prestigiosa sede dell’Aula magna della Scuola per interpreti, già sede dell’hotel Balkan che era stato dato alle fiamme dallo squadrismo fascista nel 1920. Relatori gli storici Roberto Spazzali e Marta Verginella.
Non vogliamo entrare nel merito di tutto il libro ma fare solo un paio di osservazioni.
Osserviamo innanzitutto che il testo di Pupo non è tanto un’analisi di fatti storici quanto una serie di interpretazioni politiche degli avvenimenti. Di conseguenza quanto scritto dallo studioso è in partenza influenzato dalle posizioni politiche dello stesso: essendo egli anticomunista ed antijugoslavo le sue analisi non possono prescindere dal suo modo di rapportarsi. Così la sua affermazione che la realizzazione della Jugoslavia di Tito è giunta “dopo una guerra civile ad altissima intensità” ed una “rivoluzione di tipo bolscevico” (pag. 330), che non trova giustificazione storica, può essere compresa solo considerando la posizione politica di Pupo. Ricordiamo che la lotta di liberazione della Jugoslavia era stata motivata dall’occupazione italo-germanica di quel paese; nell’ambito di questa lotta di liberazione la componente più forte, che ebbe poi anche l’appoggio degli Alleati, era quella che faceva capo a Tito. Pur consapevoli che non è con i se che si fa la storia, possiamo ipotizzare che senza l’occupazione nazifascista difficilmente la componente comunista avrebbe iniziato una lotta armata e provocato una guerra civile per prendere il potere.
Per quanto concerne la questione degli arresti operati dalle autorità jugoslave alla fine della guerra (in questo testo finalmente Pupo non parla genericamente di “foibe” ma specifica che si trattò di “arresti”) lo storico fa un’affermazione quantomeno singolare: non sarebbe degno di interesse tanto il numero dei morti “ovviamente sconosciuto”, quanto la mole di arresti (pag. 230).
A prescindere dal fatto che il numero dei morti “ovviamente” non è sconosciuto (quantomeno non a Trieste, Gorizia, Fiume, per le quali città sono stati condotti degli studi discretamente precisi sulla base dei registri anagrafici), l’insistere nel voler quantificare il problema sul numero degli arresti è del tutto fuorviante, se non si prosegue il discorso precisando quanti furono rilasciati già nell’immediato.
In concreto: come sempre quando un esercito prende il controllo di un territorio già in mano al nemico, tutti i militari e le forze armate sconfitte vengono tratti in arresto. Così è accaduto anche a Trieste nel maggio 1945: ad esempio è vero che tutti i membri della Guardia civica reperibili sono stati arrestati e trattenuti per un paio di giorni dall’esercito jugoslavo: ma è anche vero che dopo alcuni sommari controlli furono rilasciati tutti coloro per i quali non c’erano accuse specifiche di comportamenti criminali. Se consideriamo che le fonti alleate parlarono di diverse migliaia di arresti a Trieste nei primi giorni di maggio, e che in concreto da tutta la provincia furono 500 coloro che non fecero ritorno (sono comprese in questo numero anche le vittime di regolamenti di conti e vendette personali, quindi non imputabili alle autorità jugoslave), la valutazione di Pupo è decisamente fuorviante per la comprensione degli eventi.
Anche in un altro punto la visione politica nuoce alla ricostruzione storica: quando Pupo sostiene che la repressione jugoslava colpì tutti coloro che non volevano collaborare con l’esercito del nascente stato jugoslavo. L’autore non considera che l’esercito jugoslavo, essendo uno degli eserciti alleati contro l’Asse (l’Italia era solo “cobelligerante”, ricordiamo), aveva tutto il diritto, sancito dalle regole dell’armistizio firmato dall’Italia, di chiedere “collaborazione” (nel senso che dovevano porsi a loro disposizione) alle forze armate presenti sul territorio dove arrivavano. A Trieste il CVL (che già era uscito dal CLN Alta Italia perché si rifiutava di collaborare con la resistenza jugoslava: e qui va ribadito un concetto che spesso viene presentato capovolto: quando si dice che a Trieste il Partito comunista non faceva parte del CLN, bisognerebbe specificare che era stato per primo il CLN triestino a porsi fuori dal CLNAI che aveva dato come direttiva quella di allearsi con gli Jugoslavi, e per questo il PC triestino, che lavorava assieme al Fronte di Liberazione – Osvobodilna Fronta non faceva parte del CLN), forse per un malinteso senso di patriottismo, o forse per altri motivi, non volle consegnare le armi all’esercito jugoslavo, così come le guardie di finanza (incorporate all’ultimo momento nel CVL) in alcuni casi non si misero a disposizione degli jugoslavi o addirittura spararono loro contro, probabilmente perché ordini sbagliati erano stati loro impartiti dall’alto (e qui potremmo aprire tutta una lunga dissertazione sul “piano Graziani” che teorizzava le provocazioni contro gli Alleati in modo da creare disordini ed incidenti).
Nella fattispecie il gruppo di guardie di finanza della caserma di Campo Marzio, invece di combattere a fianco della IV Armata jugoslava scesa in città, si mise a sparare contro di essa assieme ai militari germanici, che erano accasermati nello stesso edificio. Di conseguenza un’ottantina di finanzieri furono arrestati ed internati nei campi di prigionia (secondo un documento citato, ma non reso pubblico, da Giorgio Rustia in una lettera pubblicata su “Trieste Oggi” il 25/4/01, 77 di questi sarebbero stati uccisi a Roditti presso Divaccia, a pochi chilometri da Trieste). Ricordando che era compito della brigata Timavo del CVL (per la precisione del battaglione agli ordini del tenente colonnello Domenico Lucente, come leggiamo ne “I cattolici triestini nella Resistenza”, Del Bianco 1960) prendere il controllo della caserma di Campo Marzio, quindi possiamo anche domandarci quale responsabilità ebbero in questi incidenti i dirigenti del CVL, che evidentemente non avevano informato esattamente i finanzieri in merito agli accordi presi.
A proposito di questo episodio, dobbiamo anche citare quanto scrive lo storico Roberto Spazzali (che è stato tra i relatori del lavoro di Pupo il 21/4/10), e cioè che la sera del 30 aprile “quando a Trieste non erano ancora entrate le truppe jugoslave”, Vasco Guardiani (all’epoca impiegato ai Cantieri, organizzatore della brigata Frausin del CVL, ma successivamente anche “gladiatore”), che si trovava nella Curia per parlare col Vescovo, vide passare i finanzieri “prelevati dalla caserma di Campo Marzio, scortati da operai dei Cantieri navali” (in “…l’Italia chiamò”, LEG 2003). E ricordiamo qui che nei “diari” del CVL si legge che ai Cantieri si sarebbero “insinuati” membri delle brigate Venezia Giulia e Frausin.
Dunque se Spazzali ha riportato (ritenendo quindi attendibile) quest’altra versione dell’arresto dei finanzieri di Campo Marzio, perché non ne ha parlato nel corso del dibattito sul nuovo testo di Pupo?
In conclusione di questo discorso, e senza entrare nel merito di quanto avvenuto, consideriamo che si era alla fine di un conflitto mondiale dove sostanzialmente i combattenti erano divisi in due gruppi: quelli che combattevano con l’Asse e quelli che combattevano con gli Alleati. Se all’arrivo di un esercito alleato alcuni armati non si ponevano a loro disposizione, venivano logicamente considerati come “nemici”, con le conseguenze del caso, e ciò vale sia per chi non si consegnava agli angloamericani che per chi non si consegnava agli jugoslavi.
Prendere atto di ciò significa valutare i fatti storici e non “ragionare come nel 1945” quando si eliminava tutti coloro con cui non ci si trovava d’accordo, accusa che Pupo ha mosso alla ricercatrice storica Claudia Cernigoi che aveva fatto queste obiezioni nel corso del dibattito: un’affermazione questa di Pupo piuttosto pesante ed offensiva, oltre che fuori luogo nell’ambito di un dibattito storico.
L’altro punto su cui non concordiamo con le tesi di Pupo è la sua ricostruzione di quanto sarebbe avvenuto presso la “foiba” di Basovizza. Nel suo libro fa dapprima un paio di accenni a possibili infoibamenti nel pozzo della miniera: a pag 24, quando parla della fucilazione di Gaetano Collotti (il commissario dell\'Ispettorato Speciale di PS, corpo speciale di repressione antipartigiana i cui metodi di lavoro erano la tortura sistematica, l\'eliminazione sbrigativa degli arrestati ed il saccheggio delle abitazioni rastrellate) a Carbonera scrive che “la stessa sorte” toccò a “molti suoi collaboratori caduti in mano jugoslava” che “finirono con tutta probabilità nel pozzo della miniera di Basovizza”; ed ancora a pag. 222 parla di “fucilazioni di massa a Basovizza”, quasi a voler preparare psicologicamente il lettore al successivo capitolo nel quale cerca di dimostrare che a Basovizza sarebbero stati uccisi “circa 200 questurini” (come detto nel corso della presentazione del libro).
A pag. 246 inizia il capitolo su Basovizza (introdotto dalla preghiera scritta da monsignor Santin per gli “infoibati”) e, dopo avere narrato la vicenda degli antifascisti fucilati nel 1930 a Basovizza (su questo fatto vi rinviamo all’articolo “Martiri di Basovizza” http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-martiri_di_basovizza.php), Pupo riprende in mano l’ormai più che noto documento anonimo (la firma Source che significa semplicemente Fonte non permette di identificare il redattore del rapporto) che riporta le presunte dichiarazioni di due sacerdoti (don Virgil Šček e don Francesco Malalan). Sull’attendibilità di questo rapporto scrive: “qualche interprete ha osservato che in realtà i due preti non hanno assistito de visu alle uccisioni: l’osservazione è pertinente, ma il ruolo dei due sacerdoti nella comunità locale e nel movimento di liberazione li rende portavoce attendibili di un sapere comune. Il rapporto dunque è preciso e circostanziato. Ha un solo difetto: è un resoconto di seconda mano proveniente da una fonte coperta. Prima di accettarlo ben sarebbe poterlo incrociare con altre fonti di provenienza diversa”.
Tralasciando che “qualche interprete” sarebbe Claudia Cernigoi (i cui studi Pupo peraltro non considera), vediamo ora le “fonti” di “diversa” provenienza “incrociati” dallo storico.
Il primo è un rapporto dell’Ozna, datato 3/9/45, che riferisce delle ispezioni condotte dagli angloamericani nel pozzo della miniera. In tale rapporto, cita Pupo, si parla di “circa 250 kg cadaveri in putrefazione”.
Noi osserviamo che 250 chili di resti umani possono rappresentare al massimo “una decina di corpi smembrati”, come scriveva quel rapporto “segreto” dei servizi alleati pubblicati sul “Piccolo” del 31/1/1995, e non i 200 questurini di Pupo: ma quando Cernigoi ha fatto presente un tanto nel corso della presentazione di “Trieste ‘45”, si è sentita rispondere “lo sapevo io che si finiva a parlare di ossa e cadaveri”, come se nel corso di un dibattito storico nel quale si parla di eccidi parlare di cadaveri fosse andare fuori tema o, peggio, come asserito dallo storico, non “rispettare la memoria” di chi ha avuto un parente “infoibato”.
A prescindere dal fatto che parlare di storia è una cosa, trarre giudizi morali e rispettare le memorie è altro, quello che sarebbe utile chiarire, a questo punto, è se si rispetta di più la memoria dei morti dicendo (a sproposito) che 250 chili di resti umani rappresentano la prova che 200 questurini sono stati infoibati o evidenziando l’incongruità dell’affermazione.
La seconda “fonte” citata da Pupo è una frase tratta dai diari di don Šček: parla dei “questurini da Trieste trasportati a Basovizza” che “alla sera li fucilarono e li gettarono nelle grotte”.
Considerando, come ha fatto Pupo, che don Šček era un “leader carismatico rispettato dai partigiani” e quindi un “testimone autorevole”, viene da pensare che se avesse saputo che i “questurini” erano stati gettati nella foiba di Basovizza avrebbe parlato di “pozzo della miniera”, al singolare, e non di “grotte”: per cui non ci sentiamo di condividere la conclusione cui arriva Pupo che uno storico “puntiglioso può ritenere che molto probabilmente i fatti si sono svolti come abbiamo detto”. Infine, come dato essenziale, va detto che i questurini di Trieste “scomparsi” nei “40 giorni” non erano 200 ma un centinaio, e della maggior parte di essi si sa dove e come sono morti, sicuramente non a Basovizza.
Rileviamo a questo punto che lo storico Pupo non ha “incrociato” nessun altro documento, non ha ad esempio preso in minima considerazione la mole di verbali ed atti che un altro storico triestino, Gorazd Bajc ha trovato negli archivi di Washington e che sono stati presentati nel settembre scorso nella stessa Aula magna, alla presenza dello storico Spazzali. Questi documenti, che dimostrano in modo piuttosto esplicito che da Basovizza non furono recuperati che corpi di militari tedeschi, non sembrano esistere per Raoul Pupo.
La conclusione del capitolo su Basovizza è comunque un’altra: “non abbiamo certezze ma può essere che nel pozzo della miniera si trovino membri dell’Ispettorato”, il che porta Pupo a fare un paragone (a nostro parere aberrante) tra i due luoghi della memoria di Basovizza: sui fucilati di Basovizza aleggia il sospetto del terrorismo, sugli infoibati di Basovizza il sospetto che vi siano i torturatori dell’Ispettorato Speciale di PS.
Una valutazione del genere richiederebbe come risposta uno studio di diverse pagine: per motivi di spazio ci limitiamo per ora a dire che secondo noi non è così che si scrive la storia.

aprile 2010

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