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      Mučeniška Pot


La Vera Storia Di Pisino

Stante che il ministro del minculpop ha accusato tutti coloro che criticano la fiction televisiva sul Cuore nel pozzo di essere “complici degli infoibatori”, noi rivendichiamo il nostro diritto a criticare qualunque cosa ci sembri degna di critica e quindi proseguiamo con le nostre note che evidentemente non sono gradite al regime nel quale viviamo (e che, bontà sua, si permette di criticare il modo di governare che aveva Saddam Hussein al punto da giustificare, in nome della necessità di riportare la democrazia in Iraq, il massacro del popolo iracheno al quale si porta la democrazia con i cingoli dei carri armati e le bombe intelligenti che colpiscono preferibilmente istituti scolastici ed ospedali).
Nel mese scorso abbiamo diffuso in Internet uno studio per capire cosa è accaduto veramente in Istria nel 1943; per non essere accusati di parzialità comunista o partigiana abbiamo pubblicato alcuni stralci da una pubblicazione dell’insegnante “esule” da Pisino Nerina Feresini, intitolata “Quel terribile settembre”, edita nel 1993 dalla Famiglia pisinota di Trieste. In questo testo Feresini (che è stata attiva a Trieste nei circoli istriani di destra, come si capirà dalle sue stesse parole, si è trovata tanto male sotto il comunismo jugoslavo che ha dovuto andarsene da Pisino nel 1948: ha dunque vissuto tranquillamente per tre anni sotto il “regime titoista”) racconta di quanto è successo nella sua città ai fatti dopo l’8 settembre del ’43: e non parla soltanto di quello che avrebbero fatti i partigiani.
Tutti i passi virgolettati sono citazioni dal testo di Nerina Feresini.

1: PARTIGIANI NEMICI DEGLI “ITALIANI SOL PERCHÉ ITALIANI”?
« La sera del 12 (settembre 1943, ndr) caddero le prime vittime. Verso le 21 il lugubre silenzio che incombeva sulla cittadina fu rotto da una nutrita sparatoria, da scoppi di bombe a mano accompagnati da urla selvagge e dallo stridio di un treno costretto a fermarsi nei pressi del Calvario. Per telefono era giunta la notizia dell’arrivo del convoglio alla stazione di Pisino. Il capostazione Antonio Olmeda aveva dato via libera. Ma i “drusi” (così i nazionalisti italiani soprannominano i partigiani jugoslavi, ndr) non erano dello stesso parere. Dopo una breve sosta il convoglio riprese la corsa a gran velocità, ma alla stazione fu bloccato e assalito dai ribelli. Il capostazione, accusato di intesa col nemico, fu accoltellato nel suo ufficio. Seguirono la stessa sorte due ferrovieri, Giovanni Benassi e Benedetto Masini e un partigiano. Sul treno c’erano circa 400 marinai della scuola CREM: fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’occupazione di Pola, sotto la scorta di otto soldati venivano tradotti in Germania. Furono costretti a scendere. Si sparpagliarono nella cittadina, trovando conforto e ospitalità presso varie famiglie, finché, due giorni dopo, ebbero l’ordine di allontanarsi a piedi. I loro accompagnatori tedeschi si diedero alla fuga, che ebbe breve durata, perché furono raggiunti e trucidati ».
Ciò che secondo noi emerge da questo racconto è che i partigiani (croati), rischiando la propria vita, liberarono 400 militari italiani che secondo i piani dei ferrovieri italiani complici dei nazisti avrebbero dovuto essere deportati in Germania; questi militari furono fatti accogliere dagli abitanti del luogo (croati, detto per inciso), per poi favorirne la fuga verso casa a piedi (le ferrovie erano controllate dai tedeschi). Gli uccisi erano gli “accompagnatori” tedeschi e i ferrovieri che, col loro operato, avrebbero invece favorito la deportazione degli italiani. Di tutto ciò, ovviamente, non si parlerà nella fiction che verrà trasmessa dalla RAI.

2: CHI DEVASTÒ LA CITTÀ DI PISINO?
« Il 27 (settembre ‘43, ndr) si verificò il primo bombardamento aereo tedesco e colse di sorpresa la popolazione sfollata che era appena rientrata dalla campagna (…) i tedeschi sganciarono 21 bombe che colpirono diversi edifici ».
« Il giorno 2 ottobre Pisino fu colpita da un secondo bombardamento, questa volta più massiccio. La formazione era composta da otto apparecchi, che sganciarono 60 bombe un po’ dappertutto »
« Quel giorno andarono distrutti il Teatro e colpito in più parti il Ginnasio – Liceo G. R. Carli, di cui crollarono le scale e l’ala rivolta verso piazza Garibaldi, dove esplosero sette bombe ».
« Gli edifici disastrati non si contavano e numerosi crateri erano stati aperti nelle strade ».

3: COME I TEDESCHI RIPORTARONO L’ORDINE?
« Era la mattina del 4. La colonna (della divisione SS Prinz Eugen, ndr) ebbe l’ordine di fare piazza pulita. Come si avvicinavano alla periferia di Pisino, i soldati uccidevano quanti incontravano per la strada o nelle case. Nessuna abitazione fu rispettata. Tutte ebbero dei morti »
« Triste fu la sorte dei pisinoti rifugiati a villa Merzari. Era una trentina di persone (…) furono condotti (dai tedeschi, ndr) dietro al negozio dove una bomba aveva formato un cratere. E quella fu la loro tomba »
« Per due giorni la truppa ebbe licenza di razziare. In città continuarono le sparatorie. (…) La tiepida sera di ottobre fu illuminata dal falò di 37 case incendiate col lanciafiamme, tra le quali la scuola elementare di via D’Annunzio, di cui non rimase che lo scheletro. (…) Così furono saccheggiati tutti gli appartamenti, fu portata via la biancheria, i corredi delle spose, l’argenteria e il vasellame. I mobili furono aperti con le baionette, insudiciati i materassi, i generi alimentari, spaccati i grammofoni e le radio. Non c’era casa che non portasse il segno della spaventosa razzia »
E dopo questa descrizione, così cruda ed efficace, cosa succede?
« Alcuni pisinoti che erano riusciti a salvarsi (…) decisero di rimanere e scelsero coraggiosamente l’unica via allora praticabile in difesa della popolazione, affiancandosi ai tedeschi. Un gesto volontario di altruismo che alcuni pagarono con la vita, altri riparando in Patria, con le persecuzioni comuniste. L’ordine fu dunque ripristinato e i cittadini poterono ritornare nelle loro case, quelle ancora abitabili ».

Visto che la trama del “Cuore nel pozzo” parla di un orfanotrofio bruciato dai partigiani, su questo argomento vediamo ancora una volta cosa dice Nerina Feresini, che nel suo racconto (che in parte prosegue sino al ’45) parla degli orfani dell’ospizio Mosconi, probabilmente quelli cui si riferisce la fiction, perché nell’interno dell’Istria gli orfanotrofi non dovevano certo essere numerosi. Ma la professoressa non fa cenno ad alcuna persecuzione operata dai partigiani nei confronti dei bambini, né a maltrattamenti subiti dai religiosi: narra solo dello spavento provocato dall’arrivo dei tedeschi.

Speriamo ora che sia chiaro a tutti chi fu il devastatore dell’Istria, e chi collaborò con esso. Siamo certi che di tutto questo massacro, narrato da una testimone presente ai fatti, la fiction girata per la giornata della memoria dell’esodo non farà alcuna menzione, perché è così che oggi si vuole riscrivere la storia, criminalizzando una parte politica (ed etnica), attribuendole crimini che non ha commesso, ma sono stati invece commessi da altri… dei quali si vuole invece cancellare la colpa.

In seguito a questo articolo diffuso in rete abbiamo ricevuto la seguente lettera, che ci pare interessante rendere pubblica.

Vi scrivo dagli Stati Uniti (Pennsylvania). Non avrò occasione di vedere “Il cuore nel pozzo” a febbraio, però ho già pregato famigliari di produrmene una copia da esaminare al mio prossimo rientro a Trieste. Da un po’ di tempo mi sento angosciata e frustrata dalla strumentalizzazione della destra italiana della storia delle foibe. Sono docente universitario qui negli Stati Uniti, ed è da un bel po’ che mi prometto di prendermi un sabbatico per investigare i fatti dell’Istria e di inserirli in una progettata cronaca famigliare.
Leggendo il vostro acuto avvertimento sul “Cuore nel pozzo”, noto con immenso stupore che “il ferroviere” Giovanni Benassi fu ucciso nella stazione di Pisino il 12 settembre 1943, secondo i ricordi pubblicati di Nerina Feresini, insegnante pisinota, “esule” a Trieste.
Giovanni Benassi fu mio nonno materno; secondo testimoni locali, non morì nella stazione di Pisino; fu arrestato più tardi (forse a ottobre, quando si svolsero i fatti delle foibe) dai partigiani e finito in foiba. Non so quale. Forse Pinguente. I suoi resti non furono mai trovati. Non so le date. Tutto da investigare. Però, devo dire categoricamente che mio nonno non era “italiano”. Sua mamma, emigrata a New York negli anni trenta, non capiva neppure l’italiano.
Probabilmente mio nonno fu ucciso perché fascista o appartenente al partito fascista, come tutti i ferrovieri ed impiegati di stato. Non conosco tuttora il livello della sua colpevolezza quale possibile collaboratore con gli invasori fascisti dell’Istria del ventennio fascista. Uno zio paterno fu pure ferroviere con tessera del partito fascista, però non fu arrestato dai partigiani simultaneamente al nonno materno--ed infatti morì eventualmente da combattente partigiano. Questo mi fa dubitare che i partigiani giustiziassero istriani solamente perché italiani.
Per quanto mi addolori il dovere affrontare questa triste realtà di un nonno collaborazionista, mi offende ancora più seriamente l’idea che si copra la sua morte con una stupida ed ipocrita menzogna. Ci saranno ragioni perché divenne fascista--e questo riguarda solo la famiglia, perché la realtà politica della sua adesione si può capire ma non esonerare--specialmente se l’adesione non fu puramente formale ma nociva al popolo.
Il monumento progettato in Piazza Goldoni--il progetto mi viene rivelato da voi--mi sembra un ulteriore insulto a quelle sofferenze istriane delle quali la mia vita è stata piena—principale tra tutte l’esilio, basato su un ignorante anti-comunismo che contaminò con isterismo la mia gente.
Dopo quaranta anni di vivere in un paese che ora si avvia verso la disastrosa strada del fascismo, sento l’urgenza di capire il passato delle terre che ho lasciato alle spalle giovinetta di otto anni e di farmi luce sulle vicende che hanno condizionato la mia vita da immigrante--vicende che la destra italiana si sta appropriando con ipocrita cinismo. Ma questa volta non ci starò--questa storia è mia e me la scriverò io, protestando contro le revisioni storiche in un momento controrivoluzionario che vuole sopraffare ancora una volta il ricordo della verità.

Luciana Opassi Bohne
Edinboro, Pennsylvania




Ma sulle tormentate vicende di Pisino dell’ottobre ‘43 torniamo ancora un momento a citare la memorialistica di destra. Sempre a proposito dei massacri operati dai nazisti, citiamo quanto ha dichiarato Nidia Cernecca, la principale accusatrice di Ivan Motika, indicato come “infoibatore” e “responsabile degli infoibamenti dell’Istria” da quasi tutti i testimoni sentiti dal PM Giuseppe Pititto nel corso della sua inchiesta cosiddetta “delle foibe”. Nidia Cernecca nonostante abbia iniziato la propria battaglia giuridica solo per l’uccisione del padre, presuntamente commessa da partigiani, non ha avuto solo il padre ucciso dai partigiani ma anche due parenti morte sotto i bombardamenti nazisti ed inoltre, come leggiamo in un’intervista rilasciata a Stefano Lorenzetto e pubblicata sul “Giornale” del 7/3/04:
« Roberto Scalamera, cugino di mia madre, ingegnere alla Piaggio, progettista e collaudatore del P108, l’unico quadrimotore passeggeri della nostra flotta aerea, aveva 32 anni quando fu ucciso dai tedeschi. Dopo il bombardamento era tornato a Gimino inalberando una bandiera bianca: voleva aprire una via di salvezza per tutti noi. Fu scambiato per un ebreo. Non gli diedero neppure la possibilità di spiegarsi: gli fecero scavare la fossa e lo mitragliarono davanti a casa ».
È interessante notare infine che Luigi Papo, nel suo “Albo d’Oro”, inserisca Scalamera tra le “vittime degli slavi” del settembre ‘43 in Istria. Dunque, chi la fa la strumentalizzazione dei morti, ministro Gasparri?

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