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      Mučeniška Pot


Le Foibe Sbarcano A Hollywood!

HOLLYWOOD E LE FOIBE.

Il 7 febbraio scorso a Los Angeles, la Listen Productions ha presentato la preparazione di un film dall’inequivocabile titolo “FOIBE”, il cui regista è l’inglese John Michael Kane, mentre autore è John Kaylin, produttore, regista e autore cinematografico e televisivo di origine italiana (al secolo Mirko Zeppellini). La produzione ha comunicato che sta ancora vagliando gli attori per i vari ruoli, ma che è già stato assegnato a Robert Kariakin (giovane attore statunitense di origine russa) il ruolo del “sottotenente Mario Maffi, inviato alla fine degli Anni ’50 ad indagare sull’esistenza delle Foibe dal Governo Italiano”.
Mario Maffi, indicato nel comunicato stampa come “consulente storico” della produzione del film, è persona alla quale abbiamo già dedicato un articolo alcuni anni or sono, e su cui torneremo dopo avere letto la “sinossi” del film, così come appare nel comunicato.
“L’opera cinematografica sarà suddivisa in tre diverse epoche, raccontate attraverso un diverso stile fotografico e narrativo, il tutto unito da un unico montaggio finale.
Nel 2011, durante una lezione di storia contemporanea un professore statunitense illustra ai propri studenti gli eventi legati alle Foibe e discute con loro il perché di un film su questo argomento.
Il secondo periodo storico sarà quello tra il 1942 e il 1949, dove vengono raccontate le singole storie degli infoibati, dalle famose vicende di Norma Cossetto e Don Luigi Bonifacio alla mattanza dei dodici carabinieri e l’uccisione sotto tortura di novantasette finanzieri, oltre alle riprese che mostreranno l’esodo dall’Istria e la vita nei campi di concentramento titini dopo la seconda guerra mondiale.
Il terzo periodo racconterà la missione intrapresa dal sottotenente Mario Maffi a fine anni cinquanta, con l’incarico di documentare l’esistenza delle Foibe e la quantità e dove fosse possibile l’identità, delle vittime. Da quella missione venne consegnato un dossier, perso negli anni”.
L’inquadramento storico di tutto ciò è semplicemente aberrante. A prescindere dal fatto (ma questa è una libertà creativa dell’autore del soggetto) che non si comprende il motivo per cui in una scuola statunitense, paese dove si sa che a malapena viene raccontato agli studenti che esiste una storia che non riguarda solo gli USA, un professore debba occuparsi di “foibe”, vediamo che il periodo storico trattato (dal 1942 al 1949) c’azzecca (come direbbe Di Pietro) molto poco con tutto il resto, così come tutto il resto ha ben poco a che fare con “le foibe”. Tanto per chiarire, è vero che Norma Cossetto è stata uccisa nel 1943 e recuperata da una foiba, ma è anche vero che di don Bonifacio si dice che sia stato “infoibato” per il solo motivo che non si conoscono i motivi della sua scomparsa (avvenuta nel 1947) ed il suo corpo non fu mai ritrovato.
La “mattanza dei dodici carabinieri”, invece, dovrebbe riferirsi ad un evento del marzo 1944, avvenuto presso Tarvisio, nel Friuli nordorientale, quando i partigiani prelevarono un gruppo di ex carabinieri inquadrati dal Comando germanico nella Milizia difesa territoriale a guardia della centrale elettrica che serviva a produrre energia per una miniera di importanza strategica. La “ricostruzione” data da alcuni sedicenti storici (Antonio Russo e Marco Pirina) e purtroppo avvalorata dall’Arma dei Carabinieri, vorrebbe che questi ex carabinieri siano stati bestialmente torturati prima di essere uccisi, ma sappiamo da un’altra ricostruzione storica (Franc Črnugelj, “Na zahodnih mejah 1944”, Lubiana 1993) che in realtà i fatti si svolsero diversamente, i partigiani ed i loro prigionieri furono intercettati da militari germanici ed i prigionieri persero la vita nel conflitto a fuoco, assieme a diversi partigiani.
Dell’uccisione “sotto tortura” di novantasette finanzieri, è invece la prima volta in assoluto che ne sentiamo parlare, mentre troviamo del tutto fuorviante l’accostamento a questi argomenti delle riprese che mostrano “l’esodo dall’Istria”; quanto alle riprese sulla “vita nei campi di concentramento titini” (cioè i campi di internamento per militari, delle quali ci piacerebbe sapere come sono state procurate, visto che non ne abbiamo mai avuto contezza), vorremmo ricordare che la mortalità in questi campi non era sicuramente superiore a quella dei campi per prigionieri militari gestiti dagli angloamericani (chissà se Hollywood produrrà qualche film su questo argomento?).
Prima di passare alla terza parte del film leggiamo chi viene ringraziato dalla “produzione del film” per “l’aiuto e la collaborazione”:
“La Lega Nazionale e il suo Presidente, Avv. Paolo Sardos Albertini; il Comune di Trieste, il Sindaco Roberto Di Piazza, il Vice Sindaco Paris Lippi e l’Assessore alla Politiche Culturali e Museali, Massimo Grego (Greco, ndr); la Provincia di Trieste e la Regione Friuli Venezia Giulia; l’Associazione Nazionale Vittime del Dovere d’Italia e il Presidente Cav. Andrea Fasanella; il Ministero della Difesa, lo Stato Maggiore dell’Esercito e lo Stato Maggiore della Difesa; la Guardia di Finanza; il Ministero degli Interni e il Dipartimento di Pubblica Sicurezza; l’On. Isidoro Gottardo e il Gruppo Consiliare Regionale del PDL; Mario Maffi, nostro consulente storico e tutti gli abitanti di Trieste che vorranno collaborare con la produzione del film”.
Notiamo che di storici non c’è neppure uno e che non depone a favore delle istituzioni nominate l’avallare “mitologie” che non hanno alcun fondamento di verità storica come quelle che vengono citate nella “sinossi” del film: quanto al “consulente storico” Mario Maffi, vediamo di ricostruirne la biografia, così come la troviamo in un articolo di Pietro Spirito, “Missione foibe”, in “Diario” n. 2, gennaio 2006.
Nato nel 1934, “Maffi da bambino aveva operato come staffetta nella Resistenza. Quando viene chiamato a svolgere il servizio militare Maffi sceglie di fare l’ufficiale di complemento. Il giovane è anche uno speleologo esperto: è stato tra i fondatori del Gruppo speleo Alpi marittime del Cai di Cuneo, all’interno del quale svolge ancora oggi attività speleologica e didattica. Dopo il servizio militare Mario Maffi entrerà alla Fiat, dove rimarrà fino al 1988”.
Maffi era in servizio presso la compagnia “Orobica” di Merano ed “all’inizio di ottobre del 1957, al termine delle esercitazioni estive viene convocato al comando di brigata”, dove “il generale mi disse che per una certa missione serviva un ufficiale esperto di grotte e di mine; mi disse anche che la missione era coperta dal più assoluto segreto militare e che era volontaria; non ero obbligato ad accettare. Inoltre l’operazione comportava anche un certo rischio. Nonostante ciò accettai l’incarico”.
Maffi pertanto “si ritrova nella caserma dei carabinieri di Monfalcone” dove gli spiegano il suo incarico: scendere, assistito dagli speleologi del Gruppo grotte di Monfalcone, nella foiba di Monrupino “per constatare o meno la presenza di spoglie umane, stimarne la quantità e documentarle con fotografie”, e poi fare lo stesso nella foiba di Basovizza”. Qui il giornalista specifica che “Maffi, in realtà, non sa neppure che l’esplorazione delle due cavità triestine non è altro che un’operazione di facciata, e che la vera missione, ben più pericolosa, deve ancora cominciare. Del resto sia il pozzo della miniera che la foiba 149 sono già state esplorate in precedenza, e a più riprese”. Con i risultati che diremo dopo, aggiungiamo noi, dato che il giornalista non lo fa, e proseguiamo con il racconto di Maffi, che compie le sue esplorazioni assieme a Giovanni Spangher (presidente del Gruppo speleologico monfalconese di cui fu anche uno dei fondatori: la nascita di questa associazione, leggiamo, “avvenne non per fini sportivi o esplorativi”, ma per procedere al recupero degli “infoibati” e che “duemila circa (…) furono recuperati dalle cavità carsiche da questo Gruppo, anche se il testo specifica “per correttezza” che “in questi 2000 sono compresi pure molti caduti durante il primo conflitto mondiale, trovati sotto ai più recenti infoibati” (in http://www.museomonfalcone.it/nnonline/natnas17.pdf).
Racconta Maffi che nella foiba di Monrupino “tra il pietrisco su cui camminavo spuntavano ossa umane, una mandibola, alcune costole, l’intero braccio di un bambino che avrà avuto non più di otto anni viste le dimensioni delle ossa”, ed “assistito da Spangher scatta fotografie e prende appunti. Accerta che le pareti della grotta sono state fatte saltare con esplosivo, e ipotizza altri resti umani sotto i detriti. Il giorno dopo è la volta della foiba di Basovizza”, dove l’esplorazione viene condotta con l’ausilio degli speleologi della Commissione grotte “Eugenio Boegan” della Società alpina delle Giulie. Maffi così ha raccontato “Sul fondo non c’era niente, solo immondizia. Là dentro avevano scaricato di tutto, anche materiali bituminosi che avevano lasciato una specie di bava saponosa sulle pareti del pozzo. Il fondo era melmoso e maleodorante, mi spiegarono che i resti umani erano più sotto, coperti dal materiale di scarico. Dov’ero io però non c’era nulla, a parte una ruota di bicicletta e altre porcherie”.
Questa testimonianza ci riporta al fatto che negli anni ’50 il Comune di Trieste autorizzò lo scarico di immondizie e materiale di scarto della raffineria nel pozzo della miniera di Basovizza (oggi noto come “foiba” di Basovizza, monumento nazionale), nonostante lo stesso sindaco Gianni Bartoli avesse più volte ribadito che in quell’abisso erano stati uccisi “centinaia di cittadini” (così in una lettera su “Libera Stampa”, 3/8/45).
Dopo il rientro in caserma a Merano Maffi stampò le fotografie in una camera oscura appositamente allestita per lui solo, e “di nascosto” fece una copia per sé (“ma solo di quelle delle foibe di Monrupino e Basovizza, purtroppo”), e nel suo rapporto scrive che per le cavità triestine “a mio avviso non era possibile organizzare un recupero di salme”.
Che le esplorazioni siano avvenute, è confermato da un articolo del “Piccolo” del 25/10/57, che parla di una “indagine del Ministero della Difesa nelle foibe carsiche”, affidata a speleologi del CAI con la partecipazione del “sottotenente degli alpini Maffi”.
Aggiungiamo qui una notizia apparsa in un blog (ovviamente la fonte è anonima, il che non depone a favore della serietà di chi diffonde certo tipo di informazioni): “le foto dei cumuli di cadaveri nelle foibe di Basovizza e Monrupino, scattate dal presidente del Gruppo speleologico monfalconese, Giovanni Spangar (sic), e da lui ingenuamente consegnate, il 4 novembre 1957 a Redipuglia, all\'allora ministro della Difesa, Paolo Emilio Taviani. Il quale gliele aveva chieste, insieme ai negativi, promettendo che le salme sarebbero state recuperate: Bisogna fare presto!, aveva detto. Invece sono sempre là sotto” (in http://patriottismo.forumcommunity.net/?t=17301434).
Secondo questa fonte anonima, dunque, il ministro Taviani avrebbe avuto in mano delle foto di resti umani che si trovavano ancora nelle foibe di Basovizza e Monrupino nel 1957. Però lo stesso Maffi sostiene che a Basovizza non riuscì a vedere resti umani, mentre noi ricordiamo che nel 1957 la 149 era già stata ripetutamente esplorata e svuotata, come accennato anche sul “Diario”. Nello specifico a fine giugno 1945 le salme dei militari germanici che vi erano state gettate dopo la battaglia di Opicina erano state inumate al cimitero di S. Anna; e dal “rapporto” dell’ispettore della Polizia scientifica Umberto De Giorgi (questo cosiddetto “Rapporto” è oggi conservato presso la Società speleologica di Postojna-Postumia in Slovenia) risultano 3 distinte esplorazioni. la prima (14/10/45) portò al recupero di una cinquantina di salme di militari tedeschi; la seconda (4/11/45) e la terza (19/12/47) non portarono ad alcun ritrovamento (anche se qui il “rapporto” contraddice la relazione del medico legale dottor Nicolini, che nell’occasione furono rinvenute altre quattro salme di militari (nello “Studio medico-legale sull’omicidio per infoiba mento”, redatto assieme al dott. U. Villasanta dell’Università di Pisa, 1956).
Stante tutto ciò, se nel 1957, c’erano resti umani nella foiba di Monrupino compreso il “braccio di un bambino”, evidentemente dovevano esserci stati gettati dopo il dicembre 1947. Né si comprende perché, se da Monrupino erano stati già operati almeno quattro recuperi, Maffi abbia relazionato sull’impossibilità di procedere al recupero proprio nel momento in cui questo era richiesto dalle organizzazioni germaniche dei parenti dei caduti in guerra.
La seconda parte del racconto di Mario Maffi è ancora più inquietante. Dopo le “prove generali” delle esplorazioni a Monrupino e Basovizza, il sottotenente Maffi viene coinvolto in una serie di “missioni” oltre il confine jugoslavo. Per quattro notti, ogni sera arrivava una camionetta dei carabinieri a prelevarlo all’albergo e “mentre la camionetta si avviava non so dove, mi cambiavo indossando tuta, elmetto, scarponi, cinturone con pistola e due caricatori, uno innestato e uno in fondina. A fine corsa scendevo, e scortato da due carabinieri armati, ma senza mostrine e gradi, proseguivo per un lungo tratto fra le sterpaglie. A un certo punto i miei accompagnatori si fermavano e piazzavano il mitragliatore pesante in postazione mascherandolo con alcuni rami. Messi i colpi in canna un solo carabiniere, strisciando con me, mi indicava il percorso verso la dolina prescelta. Da lì proseguivo da solo fin sull’orlo della foiba”. In queste quattro notti Maffi sostiene di avere visitato “quattro foibe diverse tutte oltre la linea del confine”; sul fondo delle quali avrebbe riscontrato “diversi resti umani, non in quantità esorbitanti ma, purtroppo, in condizioni atroci (…) alcuni avevano lembi di divise militari o vestiti civili, per altri non c’era traccia di indumenti. Ricordo anche un cranio con i capelli lunghi, doveva essere una donna”.
Questo racconto praticamente descrive lo sconfinamento in Jugoslavia di militari italiani armati, un fatto di una gravità tale che stentiamo a credere sia veramente avvenuto: d’altra parte ci risulta che il 22/4/09 il senatore Gaetano Quagliarello, del PdL, abbia presentato un’interrogazione al Ministro degli affari esteri (atto n. 4-01431) proprio sull’argomento di queste esplorazioni, interrogazione alla quale non ci risulta essere stata ancora data risposta.
Infine aderiamo all’invito della Listen Productions a coordinare delle interviste scrivendo, anche in italiano, a questo indirizzo press@listenprod.net, specificando le “bufale” di cui stanno parlando. Vedi mai possa servire a qualcosa…

marzo 2011

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