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Le Foto del 25 Aprile nel Rione di Guardiella.

A PROPOSITO DEL 25 APRILE 2006 NEL RIONE DI GUARDIELLA.

Nella nostra galleria fotografica potete trovare alcune foto scattate nel corso delle commemorazioni dei caduti nella lotta di liberazione nel rione triestino di Guardiella. Di seguito troverete le note storiche riguardanti i fatti e le persone ricordati nei monumenti che avete visto nelle foto.

ALMA VIVODA.
Alma (Amabile all’Anagrafe) Vivoda nacque a Chiampore, una località nei pressi della cittadina di Muggia, il 23/1/11. Negli anni Trenta gestì assieme al marito Luciano Santalesa l’osteria “La Tappa”, che divenne un punto di ritrovo per gli antifascisti della zona. Santalesa fu arrestato nel 1940 e l’anno dopo la polizia impose la chiusura del locale. A quel punto Alma Vivoda iniziò a tenere i contatti con le formazioni partigiane italiane e slovene; successivamente il marito, gravemente malato, fu ricoverato nel sanatorio di Aurisina, ed Alma dovette affidare il figlio Sergio, di otto anni, in un collegio di Udine. Nel gennaio 1943, dopo la spiata di un delatore, fu costretta ad entrare in clandestinità; aiutò il marito ad evadere dal sanatorio ed a raggiungere le file partigiane in Istria. Alma fu uccisa il pomeriggio del 28 giugno 1943, mentre, assieme alla compagna Pierina Chinchio, si recava ad un appuntamento con la staffetta Ondina Peteani. Così Pierina Chinchio ricorda quel tragico pomeriggio.
“… Alma ed io salivamo per la via Pindemonte. Incontrammo un milite della Polizia Ferroviaria, voltammo il viso per non essere riconosciute. Scorgemmo allora, tra i cespugli, un carabiniere a noi ben noto, di servizio a Muggia. Tutto accadde repentinamente. Il carabiniere cominciò a sparare, per fermarci. Alma estrasse una pistola e una bomba a mano, forse per dare anche a me un’arma per difenderci. Il carabiniere continuò a sparare all’impazzata e colpì Alma alla tempia. Io ero a terra, insanguinata. Egli mi affrontò (forse per eliminare l’unico testimone). Gli gridai se fosse impazzito. Intervenne il milite della Polizia Ferroviaria; il carabiniere gli ordinò di tenermi sotto tiro. Arrivò la Croce Rossa. Ritrovai Alma all’ospedale. Fino all’ultimo le restai vicina, tenendole la mano. Il suo sguardo in quell’istante non era di odio verso il suo assassino, ma di profonda tristezza, come di una madre che vede un proprio figlio su una mala strada (…)”.
Il carabiniere si chiamava Antonio Di Lauro e fu insignito, per questa azione, della medaglia di bronzo al valore militare: ma non fu l’Italia di Mussolini a dargli questa onorificenza, bensì la Repubblica italiana nata dalla Resistenza, addirittura nel 1958. Nel Supplemento alla Gazzetta Ufficiale n. 259 del 13/10/58 leggiamo la motivazione di questa medaglia:
“DI LAURO Antonio (…) classe 1920, carabiniere, legione carabinieri di Trieste. Con prontezza di spirito e repida (sic) decisione non disgiunta da coraggio, reagiva a reiterata azione di fuoco da parte di un pericoloso ricercato riuscendo ad ucciderlo ed a catturare, dopo averlo ferito, altro delinquente. Trieste, 28 giugno 1943”.
Nessuna medaglia ha ricevuto Alma Vivoda alla memoria, nessuna via le è stata dedicata nella città di Trieste; la lapide che ricorda il luogo del suo sacrificio è stata ripetutamente imbrattata da teppisti fascisti. E, come ultimo spregio alla sua memoria, nella motivazione della medaglia data a colui che la uccise, non le fu neppure riconosciuto il ricordo del suo sesso, visto che fu indicata al maschile, “un pericoloso ricercato”, così come la sua compagna divenne un “altro delinquente”, pure maschio.

I CADUTI DEL BUNKER DI LONGERA.
Per conoscere la storia dei caduti di Longera, sentiamo il racconto di Milka Čok Kjuder (Ljuba), di Longera, un villaggio alla periferia di Trieste .
< Il primo bunker venne costruito nell’estate del ‘44 sotto casa nostra, che si trovava proprio dietro quello che adesso è l’asilo di Longera, una vecchia osteria dove allora si erano insediati i tedeschi. La gente entrava davanti ed usciva dietro, sulla campagna, era in una posizione ideale per quel tipo di movimenti. Poi ci accorgemmo di essere spiati, ed un altro bunker venne costruito più su, nel posto dove ora c’è il monumento. Consisteva in una piccolissima stanza, dove potevano stare da 4 a 6 persone, ed un piccolissimo cunicolo che portava sul monte. Il bunker serviva come base per partigiani che stavano lì nascosti di giorno e che uscivano la notte per compiere le loro missioni.
Allora avevo sedici anni, facevo parte dello SKOJ ; noi ragazzi avevamo ognuno una zona della città dove andavamo di notte a scrivere con vernice e pennello; la mattina, invece di andare a scuola, nascondevamo tra i libri, nelle borse, i volantini che venivano da Gropada e li portavamo in città. Poi accompagnavamo in Carso i giovani che volevano unirsi ai partigiani: davamo loro degli attrezzi agricoli e li portavamo attraverso Monte Spaccato, dove lavoravano quelli della Todt a fare fortificazioni, dicendo a questi che i ragazzi andavano a lavorare in campagna. Passavamo oltre, dopo un poco abbandonavamo gli arnesi ed i giovani andavano fino a Gropada, da dove poi si sarebbero uniti ai partigiani.
Il giorno del rastrellamento e del massacro (21/3/45, n.d.a.) venne su a Longera la “banda Collotti” con Collotti in persona . La gente sospetta e schedata venne prelevata e condotta al centro del dopolavoro che si trovava in fondo al paese. C’ero anch’io con la mia famiglia, avevo due fratelli partigiani, eravamo “sospetti”. Verso le 11 sentimmo i primi spari, mitraglie, bombe a mano. Capii subito che si trattava del bunker: qualcuno aveva fatto la spia. Mi disse poi proprio uno della “banda Collotti” che c’era in paese uno spione che andava di notte ad origliare sotto le finestre dei compaesani.
Quelli della “banda Collotti” portarono tre compagni incatenati, tra cui anche il padre di Danilo (Pertot, n.d.a.), che aveva il figlio nel bunker. Volevano che lo aprisse, ma lui si rifiutò e lo uccisero. Danilo mi raccontò poi che loro, nel bunker, avevano deciso, se fossero stati attaccati, di attaccare a loro volta e di non lasciarsi prendere vivi dai fascisti. Durante l’attacco al bunker morirono Pavel, che era il comandante, Stojan e Radivoj . Gli altri tre si salvarono nascondendosi dietro la nostra casa e si rifugiarono a Gropada.
Al dopolavoro chiamarono fuori la mia famiglia e ci portarono tutti fino al bunker, dov’erano stati messi in fila i quattro morti, anche il papà di Danilo. Volevano che dicessi i nomi dei morti, ma mi rifiutai, allora mi fecero andare tra i corpi e mi minacciarono di uccidermi. Credetti davvero che sarei morta, ma spararono solo una raffica che non mi colpì e svenni. Mi riportarono poi a casa e di nuovo al bunker e poi ancora di nuovo al dopolavoro. Lì vidi anche i loro feriti (della PS, n.d.a.), che vennero portati via subito.
Al pomeriggio mi chiamò Collotti in persona; io non volevo andare perché avevo visto Slavko, uno dei costruttori del bunker, che era stato torturato ed era ancora fuori di sé, diceva che non aveva potuto sopportare le torture, era irriconoscibile.
Collotti mi disse che sapeva tutto di me, di quello che avevo fatto, del cibo che portavo nel bunker, di ciò che facevo a Boršt e a Gropada. Io negai di essere la figlia di Rodolfo Čok, lui fece per picchiarmi ma si fece male da solo... allora mi fecero ruzzolare giù per un piano di scale. La sera poi ci portarono in via Cologna.
Fu proprio il giorno delle Palme che mi portarono nella stanza della tortura: mi legarono ad una sedia, mi torturarono con l’elettricità, mi bruciarono con le sigarette, mi picchiarono, mi tirarono su con una corda legata alle spalle torcendomi le braccia... una ragazza ebbe le braccia spezzate, un compagno morì poco dopo. Nonostante tutto non parlai e dopo dieci giorni ci portarono al Coroneo dove ci passarono alle SS; lì vennero anche mia madre ed altri di Longera. Sentivamo di notte i camion che venivano a prendere la gente per portarla in Risiera, ma anche al Coroneo riuscivano a girare i fogli partigiani e questo ci dava coraggio.
Erano gli ultimi giorni di guerra e ci dissero che ci avrebbero portato in Germania. Ci condussero a piedi fino a Roiano: lì gli uomini vennero caricati su un camion mentre noi aspettammo tutto il giorno che venissero altri camion per portarci via, ma non venne nessuno, perché a nord le strade erano già bloccate. Così ci riportarono al Coroneo e dopo ci rimandarono a casa.
A Longera la nostra casa era distrutta: una notte che pioveva e non potevamo dormire ci eravamo messi di guardia contro i tedeschi: ma ad un certo punto vedemmo arrivare i partigiani, da tutte le parti venivano fuori i partigiani e questa è stata una gioia così grande che non la posso descrivere >.

I CADUTI RICORDATI A SOTTOLONGERA.

Bruno BIZJAK, “Rino”, nato a Santa Croce-Križ, 18/01/23.
Partigiano EPLJ III Brigata d’oltremare.
Caduto in combattimento nei pressi del Monte Nevoso il 3/5/45.

Ivan DOUGAN, nato a Trieste, 13/1/26.
Partigiano EPLJ Distaccamento Istriano
Caduto in combattimento a Palčje (S. Pietro del Carso) l’8/10/44.

Ferdinand DUJC, nato a Muggia, 29/10/19.
Partigiano EPLJ VII Korpus, IV Brigata “M. Gubec”, III Battaglione.
Fucilato da forze nazifasciste presso Čatež il 21/08/44.

Marij FERFOLJA, nato a Trieste, 11/4/24.
Partigiano EPLJ VII Corpus, XIV Brigata, II Battaglione.
Caduto presso Novo Mesto il 21/01/45.

Guerrino FINOTTO, nato a Trieste nel rione di San Giovanni, 22/11/17.
Partigiano Brigata “Garibaldi”.
Caduto presso Skrbina il 27/03/45.

Oreste FRANCIA, nato a Trieste, 26/9/25.
Partigiano Comando Città Trieste, I Battaglione.
Deceduto il 24/5/45 in seguite a ferite riportate durante la lotta.

Felice COSTANTE, nato a San Severo (FG), 19/11/24.
Partigiano EPLJ.
Caduto il 1/05/45

Ernesto METLIKA, nato a Trieste, 14/10/08.
Partigiano EPLJ, Osvobodilna Fronta - Fronte Liberazione di Trieste.
Deceduto nel campo di sterminio nazista di Bergen Belsen, novembre 1944.

Ivan (Giovanni) MEZGEZ, nato a Trieste, 22/8/23.
Partigiano EPLJ II Korpus, Distaccamento Marina.
Caduto presso Predmeja l’8/2/45.

Natale (Božidar Diodato) SKABAR, nato a Longera, 10/12/12.
Partigiano EPLJ Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione di San Giovanni, Unità Operaia.
Deceduto nel campo di sterminio di Dachau il 5/1/45.

Carlo SUDICH nato a Trieste, 5/7/02.
Partigiano EPLJ Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione di San Giovanni.
Deceduto nel campo di sterminio di Flossemburg Leitmeritz il 5/2/45.

Nel rione di Guardiella ci sono altre due lapidi a ricordo dei caduti. Una si trova presso l’ex Narodni Dom (Casa di cultura popolare) in Strada di Guardiella, che fu devastato dai fascisti e trasformato in sede del Partito Nazionale Fascista (Sezione “Quis contra nos?”), mai restituito alla collettività nel dopoguerra; l’altra si trova presso il Circolo Pecar, nei pressi dell’Università Nuova. Su queste lapidi sono ricordati altri caduti, ma per la storia di questi altri martiri vi rinviamo alla sezione Dossier del nostro sito (“Partigiani di Guardiella”).

Giugno 2006.


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