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Le Ricerche Del Dottor Rustia Sulle Foibe

RICERCATORI STORICI O ALLEVATORI DI BUFALE?
Nell’ambito dell’iniziativa denominata “La Bancarella. 1° Salone del libro dell’Adriatico orientale” (sui contenuti di alcuni dei dibattiti ritorneremo in altra occasione su queste pagine), svoltasi a Trieste nel settembre 2006, oltre a testi pubblicati da case editrici conosciute, abbiamo trovato anche alcuni pamphlet stampati in proprio a cura dell’ACDJ, sigla dell’“Associazione Famiglie e Congiunti dei Deportati italiani in Jugoslavia, uccisi o scomparsi”. È interessante rilevare che originalmente (cioè tra il 1945 ed il 1947) la sigla ACDJ significava semplicemente “Associazione Congiunti dei Deportati in Jugoslavia”; alcuni anni or sono, da quando portavoce dell’associazione era diventato il dottor Giorgio Rustia, si era trasformata in “Associazione Famiglie e Congiunti dei Deportati in Jugoslavia ed Infoibati” (dando per scontato, quindi, nella sigla, che i “deportati” in Jugoslavia furono anche “infoibati”, cosa che invece, storicamente, non risulta). L’autore di questi libelli dell’ACDJ è proprio Rustia, un biologo appassionato di storia locale che fu per un periodo referente triestino del “progetto Contropotere” del movimento fascista Forza Nuova e spesso appare con le proprie elucubrazioni storiche nelle pagine delle lettere dei quotidiani locali.
Il dottor Rustia è un ricercatore specializzato in un tipo di “ricerca” particolare: egli prende in mano uno o più testi di persone che, non si sa per quale motivo, ha deciso di demolire (non solo i testi, ma anche, figurativamente, le persone) e vi si applica con una tenacia che sarebbe lodevole se non fosse che il risultato finale non apporta alcunché alla realtà storica, come egli invece afferma di voler fare, ma è invece un insieme di frasi, citazioni e pensieri in libertà che rischiano di creare in un lettore poco accorto una tale confusione da fargli ritenere che i ragionamenti e le deduzioni di Rustia abbiano anche un senso concreto.
Citiamo ad esempio della logica rustiana alcuni passi da una sua lettera apparsa sul “Piccolo” del 15/9/06, in risposta ad un intervento del giornalista Fabio Amodeo, che aveva citato l’agghiacciante frase annotata dal generale Robotti a margine di un fonogramma del 4 agosto 1942 inviato dal generale Ruggero, riguardante lo stato della repressione nella “provincia di Lubiana” occupata dall’esercito fascista. La frase era la tristemente nota “qui si ammazza troppo poco!”, divenuta poi il crudele simbolo del comportamento dell’esercito italiano di occupazione. L’interpretazione di questo appunto che dà il dottor Rustia è quantomeno singolare nella propria eccentricità: dato che la citazione non era completa, afferma lo studioso, bisogna leggere il passo integralmente (e fin qui non possiamo che concordare): “chiarire bene il trattamento dei sospetti, perché mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo. Cosa dicono le norme della 3c (la 3c è una circolare emessa dall’esercito in merito al comportamento da seguire nell’ambito della repressione, n.d.r.) e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!”.
Di fronte a questa annotazione, universalmente interpretata come un esempio di cinismo feroce e come prova del comportamento criminale delle alte sfere dell’esercito italiano di occupazione, il dottor Rustia esce dal coro e sostiene che “in buona sostanza il testo completo evidenzia che, su 73 sospetti, a onta della terribile circolare 3c, il Regio Esercito italiano non aveva ammazzato nessuno! Se la frase finale non torna a onore del generale Robotti, il testo completo della nota torna certamente a onore del nostro esercito e del generale Ruggero”.
Dunque questo è il modo che ha il dottor Rustia di interpretare la storia tramite salti logici (che, tra parentesi, a noi tanto logici non sembrano, ma forse la nostra logica non è quella di Rustia). Non stiamo a ricordare qui quante furono concretamente le vittime dell’applicazione della circolare 3c, anche per mano di Ruggero, vi rinviamo alla lettura di pubblicazioni come quella di Tone Ferenc sulla “Provincia italiana di Lubiana” (pubblicata dall’Istituto Friulano per la storia del movimento di liberazione), o al testo di Giuseppe Piemontese “Venti mesi di occupazione della provincia di Lubiana”; o, più semplicemente, potete visitare il sito www.criminidiguerra.it/, dove troverete facilmente molte notizie su questo tragico periodo storico.
Torniamo ai libelli prodotti dal dottor Rustia. Nominiamo soltanto (per entrare nel merito ci vorrebbero pagine e vedremo prossimamente se varrà la pena di farlo o no) una “analisi” degli elenchi dei “deportati” da Gorizia nel maggio 1945, così come resi noti dalle autorità slovene sulla base di una ricerca della storica Nataša Nemec (ricerca che, da dichiarazioni della studiosa, è ancora in lavorazione, anche se all’epoca questo non indifferente particolare fu praticamente ignorato); troviamo poi addirittura due pubblicazioni dedicate a parlar male dello scrittore napoletano di nascita e fiumano di adozione Giacomo Scotti, definito “un nullatenente dei nostri tempi” in uno dei due libelli, che sarebbe stato scritto da Rustia all’unico scopo di dimostrare che Scotti non avrebbe diritto alla pensione italiana.
Invece parleremo brevemente della pubblicazione dedicata dal dottor Rustia all’associazione triestina Promemoria ed al ricercatore storico Sandi Volk. Non entriamo nel merito di tutte le affermazioni fatte da Rustia in questo scritto che, dal punto di vista storico riporta i soliti “salti logici” senza logica, come la convinzione dell’autore che alcuni militari arrestati dalle autorità jugoslave non essendo “mai più stati visti” furono “quasi sicuramente precipitati nel Pozzo della Miniera di Basovizza”: da cosa gli derivi questa convinzione, lo studioso non ci rende partecipi.
Ma c’è una cosa in particolare che ci ha colpito dello scritto di Rustia: egli afferma che Nerino Gobbo (il dirigente di Unità Operaia che fu ingiustamente condannato nel dopoguerra per degli infoibamenti operati da falsi partigiani che lui aveva invece smascherato) è “uno dei personaggi che molto spesso accompagnano il dr. Volk nelle sue tournee in Italia, pagate dall’Anpi e da Rifondazione comunista, a raccontare che le foibe praticamente non esistono e che comunque, tutti gli uccisi meritarono la loro tremenda sorte!”.
A prescindere che Volk non ha mai affermato quanto gli attribuisce Rustia, non risulta neppure che Gobbo abbia mai accompagnato Volk in alcuna conferenza: ambedue gli interessati, da noi interpellati, hanno negato la circostanza. E allora, da dove il ricercatore Rustia ha tratto una “certezza” del genere? Fatta una ricerca in Internet digitando i nomi di Gobbo e di Volk, l’unico documento che abbiamo trovato in cui sono inseriti ambedue, è il programma di una iniziativa svoltasi nel maggio 2005 a Roma, intitolata “Partigiani!” (che ha visto la partecipazione di storici della Resistenza e di protagonisti della Resistenza di tutta Europa), nel quale erano segnalati l’intervento di Sandi Volk (che era presente), e l’adesione dalla Slovenia di Gobbo: che però non era presente, come si evince dal programma.
Se la competenza di ricercatore storico di Rustia si dovesse giudicare da particolari come questo, forse sarebbe necessaria qualche verifica da parte di chi ha approvato il finanziamento dell’associazione per la quale Rustia dichiara di fare ricerca storica, e cioè l’ADES (Associazione Amici e Discendenti Esuli Giuliani Istriani Fiumani e Dalmati), che è recentemente (luglio 2006) stata inserita, su proposta dell’assessore alla cultura della Regione Friuli-Venezia Giulia Roberto Antonaz, nell’ambito delle associazioni dei profughi istriani che hanno diritto ad un finanziamento regionale per la propria attività (un totale di 300.000 euro per 13 organismi).

ottobre 2006

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