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Leo Valiani ed il Comportamento Umano delle Truppe Italiane nella Jugoslavia Occupata.

LEO VALIANI E L’UMANITÀ DELL’OCCUPAZIONE ITALIANA IN JUGOSLAVIA.

Uno dei “padri della patria”, l’azionista (ex comunista) Leo Valiani, così si espresse, già nel 1946, riferendosi agli incontri intercorsi tra CLNAI ed Esercito Jugoslavo nel 1944:
«Il problema delle nostre relazioni con gli slavi della Venezia Giulia è ancora un punto interrogativo. Le truppe italiane in Jugoslavia si erano comportate molto umanamente, nei primi tempi dell’occupazione fascista, così come di cortesia e umanità avevano dato prova, a detta di tutti, in Francia. Ma poi venne la guerra civile tra gli ustascia di Pavelic e i partigiani di Tito. Presi alla sprovvista dallo scatenamento delle passioni popolari, i comandanti italiani commisero l’errore di imitare i tedeschi, cercando di ristabilire col pugno di ferro l’ordine turbato. Ma non godevano del prestigio di cui i tedeschi disponevano ancora in quel periodo e si trovarono coinvolti in una feroce guerriglia, da cui avrebbero voluto, ma non sapevano più come uscire. (…) Tuttavia, l’8 settembre gli slavi lasciarono rimpatriare indisturbate buona parte delle unità italiane (…) alcuni reggimenti italiani andarono ad ingrossare le file dell’esercito di Tito» (in “Tutte le strade conducono a Roma”, La Nuova Italia 1946, p. 77).
Lasciando ai francesi di valutare la “cortesia ed umanità” di cui diedero prova le truppe italiane in Francia (che fu, come suol dire “pugnalata alle spalle” per la decisione fascista di invadere quel Paese), vediamo invece di parlare brevemente di ciò che significò l’occupazione italiana in Jugoslavia.
L’“umanità” e la “cortesia” delle truppe italiane nei territori occupati dopo il 6/3/41, le valutiamo dai documenti del comando superiore delle Forze Armate italiane che recitano (nella famigerata Circolare 3C emanata dal generale Mario Roatta nel marzo del 1942): «il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula “dente per dente” bensì da quella “testa per dente”»; e si aggiunga questo “consiglio” degli generali alle truppe: «si sappia bene che eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti. Perseguiti invece, inesorabilmente, saranno coloro che dimostrassero timidezza ed ignavia».
Il bilancio delle vittime della sola “provincia di Lubiana” nei 29 mesi di occupazione parla di circa 13.000 morti, dei quali circa la metà internati nei campi di concentramento, soprattutto donne, vecchi e bambini. Del resto il generale Gastone Gambara (il comandante dell’XI Corpo d’Armata che controllava il territorio occupato) aveva scritto di propria mano un appunto a margine di una relazione inviata da un medico in visita al campo di Arbe, datata 15/12/42: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo» (consigliamo a questo punto di guardare le foto di bambini ed altri internati nel campo di Arbe).
E se da subito (28/9/42) il generale Roatta aveva proposto al Comando supremo la deportazione della popolazione slovena: «si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all’interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana», anche dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Italo Sauro (l’“esperto” per le questioni etniche sotto il fascismo, poi comandante del II Reggimento MDT Istria) aveva ripreso un suo vecchio progetto, già proposto a Mussolini nel 1939, che prevedeva per «la lotta contro i partigiani (…) il trasferimento in Germania di tutta la popolazione allogena compresa tra i 15 e 45 anni con poche eccezioni». Tale proposta fu fatta al comandante delle SS Wilhelm Günther nel corso di un colloquio: ma fu respinta dall’esponente nazista.
Tutto ciò a proposito della mitologia degli “italiani brava gente”, che “mitigarono la ferocia nazista nelle zone d’occupazione”: ed aggiungiamo, anche se non c’entra con l’argomento specifico di questa nota, che furono i comandi nazisti ad intervenire contro le efferate violenze della Banda Koch a Milano, non le autorità fantocce di Salò.

Fonti:
Giuseppe Piemontese, “Ventinove mesi di occupazione italiana nella Provincia di Lubiana”, Lubiana 1946;
http://www.storiaxxisecolo.it/deporta…/deportazionecampi1.ht;
la prima nota di Sauro è reperibile in http://www.rigocamerano.it/sfitalosauro.htm, mentre il secondo “appunto” si trova nel Bollettino n. 1/aprile 1976 dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste.

ottobre 2016

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