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Luciano Luberti, il Boia di Albenga.

UN CASO GIUDIZIARIO LIMITE:
Luciano Luberti, il “boia di Albenga”.

Più volte abbiamo segnalato il fatto che nel dopoguerra la giustizia di questa Repubblica abbia usato criteri non eccessivamente rigidi nei confronti dei fascisti di Salò responsabili di gravi reati: esiste però un caso che può forse essere definito limite, quello di Luciano Luberti, detto il Boia di Albenga.
È un caso lungo e complesso che riferiremo in estrema sintesi, basandoci innanzitutto sulla sua testimonianza resa nel dicembre del 1981 alla Domenica del Corriere, integrata dal testo di Marco Sassano “La politica della strage”, Marsilio 1972 e da altri articoli di stampa.
Dopo avere collaborato con i nazisti a dare la caccia agli ebrei romani, Luberti si arruolò formalmente nella Wehrmacht, e dopo essersi guadagnato una croce di ferro di seconda classe per i rastrellamenti contro i partigiani in Corsica, fu assegnato alla Feldgendarmerie di Albenga, dove si meritò l’appellativo di “boia” perché, come scrisse di se stesso, “sono stato più feroce delle SS”, e si attribuì duecento assassini di “ribelli” (cfr l’Unità del 2/4/72): in sede giudiziaria fu riconosciuto responsabile dell’esecuzione delle 59 vittime recuperate dalla foce del fiume Centa, nel quale erano state gettate dopo essere state uccise, e condannato per “collaborazionismo, omicidio con effrazione, violenza carnale, vilipendio di cadaveri e sevizie”.
Era infatti divenuto tristemente noto, oltre che come rastrellatore omicida, anche per le efferate torture e per le violenze carnali cui sottoponeva i prigionieri che capitavano nelle sue mani. Particolarmente agghiacciante la vicenda dell’allora diciassettenne Lina Marco, sorella di un partigiano assassinato da Luberti che si invaghì della ragazza e dopo averla ripetutamente violentata la obbligò a contrarre matrimonio con lui.
Fuggì in Francia al termine della guerra per cercare di arruolarsi nella Legione straniera, ma al confine fu riconosciuto da un partigiano, fratello di una delle sue vittime e fu arrestato nel luglio del ’46; condannato a morte in prima e seconda istanza, a salvarlo provvide la Costituzione italiana che, approvata, cancellava la pena di morte.
Iniziò dunque la serie degli indulti di cui lui stesso parla con estrema chiarezza e, diremo, obiettività.
“La Cassazione, portando davanti il progetto di riappacificazione nazionale, giostrò fra testo costituzionale ed amnistie varie. Si trattò di una operazione portata avanti sottobanco, senza clamori”.
Per i fascisti naturalmente: per i partigiani la Cassazione fu inflessibile. Fatto sta che Luberti nel dicembre del ’53 tornò libero grazie a quella che egli definisce “una ardimentosa piroetta giuridica” da parte del Procuratore generale di Genova.
Una volta libero rimase legato ad ambienti dell’estrema destra e si dedicò all’editoria; nel 1969 pubblicò un volume dal titolo “I camerati” nel quale scriveva “l’omicidio sarà sempre la più eccitante delle attività umane”; in altro scritto stigmatizzò (da buon seguace delle teorie eugenetiche naziste) il danno ed i costi che derivavano allo Stato dal trattamento medico dei malati di tubercolosi che, curati, potevano vivere fino a 50 o 60 anni.
Passò indenne attraverso il mancato golpe Borghese del 12 dicembre 1969, dopo avere ricoperto la carica di “cassiere” del Fronte Nazionale del “principe nero”, assieme ad Armando Calzolari, il veterano della Decima Mas scomparso il giorno di Natale del 1969, pochi giorni dopo avere litigato con i suoi camerati perché non era d’accordo con quanto accaduto ed avere dichiarato di voler riferire all’opinione pubblica ciò che sapeva (così dichiarò il neofascista Evelino Loi agli inquirenti, come leggiamo nel citato testo di Sassano). La madre di Calzolari dichiarò di sospettare di tre persone per la morte del figlio: i fratelli Bruno e Serafino Di Luia, noti picchiatori e lo stesso Luberti.
Il corpo di Calzolari fu rinvenuto annegato misteriosamente in una bassa cisterna il 28 gennaio successivo, mentre dieci giorni prima, il 18 gennaio, Luberti sparò alla propria convivente, Carla Gruber (che era ammalata di tubercolosi, va detto per inciso): il corpo della donna fu rinvenuto in avanzato stato di putrefazione nel marzo successivo, dopo che lo stesso Luberti aveva inviato una lettera per segnalare la presenza della morta nell’appartamento di Ostia in cui abitavano. L’ex rastrellatore era rimasto per due mesi nell’appartamento assieme al cadavere, circondandolo di fiori, deodoranti e disinfettanti per cercare di nascondere l’odore della decomposizione (tenendo presso di sé anche la figlia neonata), e poi si era dato alla macchia dopo avere affidato la bimba a dei parenti.
Fu arrestato appena nel 1972 dopo uno scontro a fuoco con gli agenti di polizia, in un appartamento di Portici (NA) dove si era asserragliato, armato fino ai denti.
Condannato dapprima a 21 anni di reclusione, fu dichiarato infermo di mente in appello, a seguito della perizia del noto psichiatra e criminologo Aldo Semerari (fascista e amico della camorra, che da essa fu, com’è noto, ucciso e decapitato nel 1982): in pratica la Corte accettò la versione dell’imputato che la donna “si era avvelenata” ingerendo una forte dose di barbiturici e che lui le aveva sparato per una forma di “eutanasia”.
Luberti fu quindi internato nel manicomio criminale di Aversa, dove scontò gli anni previsti dalla sentenza “con condotta esemplare e normale equilibrio mentale, prestandosi all’assistenza agli internati incapaci di gestire domande e produrre documenti” (https://mcc43.wordpress.com/2015/04/24/boia-albenga-nazista-servizi-segreti-camorra/). Ad Aversa, a suo dire, godette della massima libertà diventando addirittura guardiano di beni di interesse artistico e monumentale.
“Evase” nel 1980, ma non venne segnalato al bollettino delle ricerche; dopo sette mesi però una sentenza a suo carico obbligò la polizia a riportarlo ad Aversa, anche se per poco: infatti la Cassazione lo fece liberare nel 1981 ed egli, stabilitosi a Padova, fece causa allo Stato per ingiusta detenzione, ottenendo un milione di lire.
Da allora iniziò a guadagnarsi la vita con interviste a radio, televisioni e giornali, dichiarandosi esplicitamente nazista e gridando “viva il Reich”; fu coinvolto in questioni di traffico di droga ma non perseguito (le protezioni di cui aveva goduto continuarono fino alla sua morte, avvenuta alla fine nel 2002 per un tumore).
Nell’Amleto di Shakespeare c’è un verso che forse si adatta a lui: “Benché questa sia follia, pure c’è del metodo in essa”.
Non possiamo fare a meno di domandarci come si sarebbero comportate le istituzioni se Luberti fosse stato partigiano e non nazista.

Testo di Vincenzo Cerceo, con integrazioni a cura della Redazione, novembre 2016

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