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Maggio 197... un racconto senza tempo.

MAGGIO 197… un racconto senza tempo.

di Claudia CERNIGOI 2012.

Questo è un racconto di fantasia. Se qualcuno dovesse trovarci dei riscontri con fatti, persone e luoghi realmente esistenti vuol dire che ha una mentalità andreottiana (a pensare male si fa peccato ma raramente si sbaglia). Se qualcuno dovesse riconoscersi in qualcuno dei personaggi… avrà mica la coda di paglia?
Buona lettura.

PROLOGO.
Maggio 197…

Lo studioso rincasò verso le 22.30. Era una serata tiepida di maggio e lui era andato, come al solito, a bere un paio di bicchieri di pompelmo (era astemio da un po’ di tempo) all’osteria più vicina. Il peso degli anni e le preoccupazioni rallentavano la sua andatura, e mentre apriva la porta dello scantinato che era assieme la sua casa ed il suo archivio di documenti ed oggettistica di vario tipo, ebbe come la sensazione che ci fosse qualcosa che non andava. Si voltò verso il cagnolino che portava sempre con sé, ma la bestiola, anziana anch’essa, non diede alcun segno di disagio o di allarme.
Lo studioso scrollò le spalle, fisime da vecchio, si disse, aveva spesso indagato nel paranormale e credeva fermamente nella telepatia, ma in quel momento decise che le sue sensazioni erano provocate semplicemente dalla stanchezza e dalle eccitazioni dei giorni precedenti. Aveva trovato delle cose… il passato non passa mai, si disse entrando nel magazzino, e mentre era assorto in queste riflessioni sentì il cagnolino ringhiare piano, cercò di accendere la luce, ma l’interruttore non funzionava.
- C’è qualcuno? – domandò con la sua voce da vecchio, ma senza incrinature. Percepiva chiaramente la presenza di qualcuno nel locale, poteva sentirne il respiro, ma la luce non funzionava e così cercò di ricordare dove poteva trovarsi la sua torcia elettrica.
Non fece in tempo a posare le borse di plastica che aveva con sé che si sentì prendere alle spalle da qualcuno mentre qualcun altro gli piantava negli occhi il raggio di una torcia elettrica. Non riuscì a vedere i suoi aggressori, che lo picchiarono e lo tramortirono, gli legarono le mani con un filo elettrico e posero il suo corpo inerte nella bara che egli, con il suo macabro senso dell’umorismo, conservava nel magazzino.
Per nascondere le tracce del loro gesto, gli intrusi diedero fuoco al magazzino e fuggirono dall’abbaino che portava sui tetti delle case attorno. Quando giunsero i vigili del fuoco, tempestivamente avvertiti dai vicini di casa, gli assassini erano ben lontani. Ed il vecchio studioso era ancora più lontano: già privo di sensi, era morto soffocato dal fumo dell’incendio senza neppure rendersene conto.

TRENT’ANNI DOPO.

Abito da sempre in una minuscola casetta in un vecchio borgo medievale rimasto inglobato nel centro cittadino, dove alcune strade sono tanto strette che le automobili non possono transitarvi, quindi vivo di fatto in una zona pedonale. La mia casa ha solo tre stanze, dislocate però su tre piani, il che mi fa risparmiare sulla palestra, dato che più volte al giorno devo fare cinque rampe di scale in salita ed in discesa. Davanti a casa ho anche un piccolo giardinetto, dove riesco a coltivare qualche pianta di pomodoro e un po’ di verdura per l’insalata, e dove i miei gatti ed io prendiamo il sole nelle belle giornate. All’epoca in cui inizia questo mio racconto non mi ero ancora accasata, ho avuto dei ragazzi che avevano deciso di stabilirsi a casa mia e convivere con me, ma nessuno si era rivelato essere la mia anima gemella. Del resto io adoro i gatti e non tutti gli uomini si adattano a vivere in una casa dove i gatti la fanno da padroni ed il talamo coniugale deve essere condiviso anche con un numero imprecisato di felini.
Conosco tutti gli abitanti del Borgo, alcuni di loro sono miei amici fin dall’infanzia, siamo cresciuti assieme, mentre quelli della vecchia guardia, quelli che mi hanno vista nascere e crescere e mi hanno tenuta d’occhio a turno quando ero piccola e giocavo con gli altri bambini, oggi sono persone anziane ed ora siamo noi, gli ex bambini, a tenere d’occhio loro, passiamo ogni mattina a salutarli per vedere che stiano bene e diamo loro una mano per la spesa e per altre piccole incombenze. È questa la vita nel Borgo, una vita di collaborazione e di amicizia alla quale i nuovi venuti si sono, di norma, adattati.
Più che un desiderio di coppia a volte mi veniva la voglia di avere anch’io dei bambini, come alcune mie amiche d’infanzia che sono rimaste a vivere qui anche dopo il matrimonio, ma poi riflettevo sul fatto che in fin dei conti avevo ancora tempo, sono nata nel maggio del 1975, poco prima della vittoria elettorale delle sinistre, in un clima esuberante e gioioso, quando i miei genitori pensavano che si sarebbe potuto cambiare il mondo, ed avevano scelto di vivere in questo borgo antico per poter dare alla loro bambina che doveva ancora nascere la possibilità di una vita a misura d’uomo. Nello spazio di pochi anni il mondo è effettivamente cambiato, ma non nel senso che avrebbero voluto loro, cosa che ha contribuito ad incrinare il loro rapporto di coppia, oltre alle difficoltà da affrontare quando si vive da bohemien, senza un lavoro fisso e con una figlia da mantenere. Così io sono rimasta con mia madre, che aveva trovato un impiego “normale” in una pubblica amministrazione e poi si è messa a fare attività sindacale, mentre mio padre è andato a vivere altrove, continuando la sua esistenza senza regole, il che lo ha portato a trovare una morte prematura schiantandosi contro un platano mentre guidava ubriaco la sua Harley Davidson che tanto adorava.
Con la Mamma ho sempre avuto un buon rapporto, forse perché mi ha avuta quando era ancora molto giovane, forse perché eravamo rimaste noi due da sole ad affrontare la vita, forse perché ero stata una figlia molto desiderata; la Mamma mi ha sempre trattata da pari a pari, mettendomi a parte delle sue riflessioni e delle sue perplessità, delle sue gioie e delle cose che la facevano soffrire. Parlavamo anche molto di quanto succedeva nel mondo e lei mi raccontava, quando ero ancora una ragazzina, le vicende della nostra storia recente, dell’epoca degli anni di piombo e della strategia della tensione. Sono cresciuta così, imparando tante cose, cose che poi mi sono servite quando ho iniziato a fare la giornalista ed a scrivere articoli proprio su quegli avvenimenti di cui mi parlava la Mamma quando alla sera ci sedevamo vicine sul divano ad ascoltare la musica che lei amava, la west-coast e la psichedelia dei suoi anni giovanili, e tra una canzone e l’altra io imparavo a conoscere gli anni Settanta.
Avevo ventiquattro anni quando mia madre decise di andare a vivere con il suo compagno, un sindacalista che lavorava come impiegato presso la Procura, lasciandomi la casa in cui abitavamo e dicendomi che ero ormai adulta ed era giunto il momento di staccarmi da lei e gestire da sola la mia vita. Ero contenta sia per lei, perché Pat, il mio nuovo Patrigno, era un uomo simpaticissimo, sia perché mi eccitava l’idea di vivere da sola, anche se al momento confesso che provai un po’ di angoscia (che però mi passò quasi subito).
Ho studiato lingua e letteratura tedesca, ma alla fine non mi sono laureata, tra i lavoretti che trovavo per sbarcare il lunario e la militanza nel Movimento, lasciai lo studio. Del resto non avevo intenzione di andare ad insegnare, né mi attirava l’idea di vivere di traduzioni, semplicemente a scuola avevo scoperto di adorare la cultura germanica e volevo conoscerla meglio. Mi piace declamare ai miei gatti le poesie di Heine e di Rilke, ma anche alcune meno note di impressionisti e naturalisti, adoro il “poetische Realismus” nonostante esso sia in genere espressione del più profondo bigottismo provinciale ottocentesco ed io avessi scelto come oggetto di quella tesi che non ho mai discusso, la vita e le opere di Georg Buchner, lo scrittore rivoluzionario del primo Ottocento.
Poco prima che la Mamma si trasferisse ebbi l’opportunità di collaborare con un settimanale locale che si occupava, e si occupa tuttora, di scoprire scandali ed altarini in questa città permeata di tradizionalismo e profondamente di destra: è così che sono diventata giornalista investigativa. Mi occupavo per lo più di neofascismo e strategia della tensione, ma come ho notato nell’approfondire questi argomenti finivo spesso a trattare cose avvenute ai tempi della Seconda guerra mondiale, con ciò che questo comporta ancora oggi, perché si ha un bel dire che cose di sessanta anni fa non dovrebbero più creare problemi: dato che l’Italia non ha mai fatto i conti con il proprio passato, questo passato continua a tornare e riemerge di tanto in tanto quando meno te lo aspetti con le implicazioni più imprevedibili.
Questo lavoro di ricerca mi piaceva molto, ed alla fine non m’importava granché se con quanto guadagnavo compresi gli arrotondamenti delle lezioni private e delle traduzioni non sarei riuscita a mantenermi se avessi dovuto pagare un affitto o un mutuo e senza una Mamma che di tanto in tanto veniva a portarmi un po’ di spesa con la scusa che “sai ho preso tante cose per me e poi ho scoperto che non mi servivano”. In questa situazione la cosa che più mi mancava, più che non l’assenza di un partner fisso (non ero ancora riuscita ad innamorarmi sul serio), è un figlio, una creatura da crescere nel mio amatissimo Borgo.

Noi del Borgo siamo una comunità abbastanza chiusa, essendo il nostro un insediamento circoscritto e non una zona di passaggio. Oltretutto, visti i rapporti che intercorrono tra noi residenti, in genere conosciamo anche coloro che vengono in visita abitualmente, quindi se vediamo passare qualcuno che non si conosce lo monitoriamo e cerchiamo di capire chi è ed il motivo che lo ha portato in zona. Nel Borgo entrano spesso dei turisti, persone che scoprono per caso l’esistenza di questa oasi di tranquillità dove il tempo sembra essersi fermato ad un secolo prima, e quasi sempre trovano chi si presta a fare loro da guida turistica, raccontando la storia di queste casette inurbate ed anche alcuni aneddoti del passato (in realtà non ho mai capito se queste storie sono vere o di fantasia, ma questo non mi ha mai impedito di fare del mio meglio per raccontarle ai turisti in visita in modo da affascinarli).
A volte qualcuno si innamora a tal punto del Borgo da decidere di stabilirvisi ed in genere si integra perfettamente nella nostra comunità, ma questa integrazione non è avvenuta ad esempio nel caso di Ingo, l’Ingegnere che è arrivato una decina di anni fa e che oggi è una fonte di problemi per noi abitanti.
All’inizio lui ed io eravamo amici. Facemmo conoscenza a causa della nostra comune passione per i gatti: io ne ho diversi, quasi tutti trovatelli e qualcuno nato in casa. Un giorno rincasando trovai davanti alla porta un minuscolo gattino di tre colori (quindi una gattina, come insegnano le leggi della genetica), che miagolava disperatamente. La raccolsi e la portai in casa, e poche ore dopo, passando davanti ad una casa che era rimasta disabitata per anni ed aveva urgente bisogni di essere ristrutturata, vidi la porta aperta ed un uomo che spazzava l’ingresso. Quando mi vide mi salutò e mi disse che aveva perso una gattina, mi domandò se per caso l’avessi vista. Venne da me a riprendersela e diventammo amici. La Mamma, che allora abitava ancora con me, ebbe subito delle perplessità su di lui.
“Da quel tipo non verrà fuori niente di buono” mi diceva. Questo perché, mi spiegò, Ingo si era trasferito nel Borgo quando la ditta che aveva ereditato dal padre era stata dichiarata fallita, aveva dovuto cedere tutto quello che aveva a nome suo ed aveva acquistato, tramite un prestanome, la casetta nella quale si era stabilito.
Ma a me era simpatico, nonostante fosse tanto più anziano di me. Forse, dato che ero rimasta senza papà da piccola, vedevo in lui una figura paterna, e mi piaceva intrattenermi con lui, che mi raccontava dei suoi gatti e del suo lavoro, parlavamo della difesa dell’ambiente e progettavamo una ristrutturazione del Borgo che ne migliorasse la vivibilità. Era anche un appassionato collezionista di quello che oggi si chiama “modernariato”: gli interessava soprattutto l’oggettistica degli anni Trenta e Quaranta.
Più o meno nello stesso periodo avvenne che la Mamma, dopo avere svolto per alcuni anni attività sindacale, decidesse di entrare in politica, e mi chiese se fossi interessata a candidarmi per il Comune nella lista elettorale del suo partito, una sorta di lista civica di sinistra. Io non ero disposta, però lo proposi all’Ingegnere, che invece accettò. Anche in questo caso la Mamma rimase perplessa.
“Il tuo amico era fascista al tempo dell’università”, mi disse. Se lo ricordava perché, nonostante avesse qualche anno più di lei era rimasto a lungo all’università, non essendo riuscito a laurearsi nei tempi previsti.
“Partecipava ai picchetti ed alle assemblee della destra” aggiunse “e, forse mi sbaglio, ma mi sembra che una volta l’ho visto anche partecipare ad una rissa”.
“Ma può essere cambiato” le feci presente “sono passati più di trent’anni, magari s’è reso conto che quella volta stava dalla parte sbagliata”.
La Mamma si strinse nelle spalle. “Speriamo bene” disse “però io non credo molto a quelli che cambiano idea dopo i venticinque anni. A quella età sei già una persona adulta, dovresti avere le idee chiare”.
Insomma Ingo non le piaceva, ma noi due invece andavamo d’accordo, ci aiutavamo l’un l’altro se i nostri gatti stavano male ed ero anche solidale con lui quando aveva dei problemi con il vicinato perché si comportava in maniera (a posteriori posso dirlo) non sempre corretta, occupando spazi che erano sempre stati di uso pubblico per sistemarvi le cose sue, dato che la casa dove viveva è minuscola. Questa sua chiamiamola “prepotenza” nei confronti del vicinato era aumentata gradualmente, e mentre all’inizio avevo a volte preso le sue parti, per amicizia, ad un certo punto gli feci presente che stava esagerando, perché gli spazi comuni sono comuni nel senso che devono essere lasciati all’uso comune e quindi non poteva toglierne l’uso agli altri. Fu allora che la nostra amicizia si ruppe, forse perché non gli davo più man forte, ma forse anche (ed anche questo lo dico a posteriori, facendo mente locale su quanto è accaduto) perché in quel periodo avevo iniziato uno studio su alcuni eventi della seconda guerra mondiale, in particolare avevo pubblicato degli articoli che riguardavano il collaborazionismo cittadino con gli occupatori nazisti.

A volte le liti dell’Ingegnere con il vicinato finivano in tribunale, ma, mentre all’inizio le sue azioni erano state regolarmente frenate dalla polizia ed una volta portato in giudizio aveva anche subito delle condanne, ad un certo punto la situazione iniziò a cambiare e nonostante le forze dell’ordine continuassero ad intervenire in seguito alle denunce degli abitanti del Borgo che venivano minacciati od intimiditi dall’atteggiamento dell’Ingegnere, quando gli incartamenti arrivavano nel palazzo di giustizia le inchieste si arenavano, le denunce venivano archiviate, o, se si arrivava nelle aule di giustizia, tutto si risolveva in assoluzioni o condanne lievi con il riconoscimento di attenuanti che a me sembravano spesso campate in aria, ma è ben vero che non sono esperta di diritto e giurisprudenza. Questo avvenne più o meno nello stesso tempo in cui io e lui litigammo e smettemmo di parlarci, poco dopo l’uscita dei miei articoli sul collaborazionismo. E mentre fino a quel momento mi aveva lasciata in pace, da quel momento in poi cominciò a prendersela anche con me, lanciandomi insulti ed a volte anche minacce mentre passavo davanti a casa sua.
Naturalmente quando spiegai la cosa alla Mamma lei mi ricordò che mi aveva avvisata.
“Te l’avevo detto che il tipo è strano. Non avresti dovuto fidarti. Gli avevi anche dato le chiavi di casa, no? Quando gli avevi chiesto di dare da mangiare ai gatti mentre eri via… secondo me faresti meglio a cambiare la serratura”.
La Mamma era sempre stata un tipo diffidente, ma quella volta davvero mi sembrò esagerata, e non cambiai la serratura… quantomeno non subito, lo feci soltanto quando vidi Ingo aggirarsi attorno a casa mia con un’aria strana… come se volesse spiarmi.

Sono ormai passati tre anni da quando ho cominciato ad avere dei problemi con Ingo, e un paio di volte lo denunciai, ma non lo condannarono mai, forse anche perché io non potevo permettermi di pagare un avvocato per costituirmi parte civile.
Nello stesso periodo, a causa degli articoli che avevo scritto (nei quali avevo fatto dei collegamenti tra fascisti di una volta e fascisti contemporanei) fui presa di mira anche da diversi esponenti della destra locale, che inviarono lettere contro di me ai giornali, denigrando le mie ricerche e anche ricorrendo all’insulto ed alla minaccia, più o meno velata. Ci fu un momento in cui a giorni alterni veniva pubblicata una lettera contro di me sul quotidiano locale: una sera parlai di questo al telefono con il mio Amico Amos, che viveva in un’altra città e col quale avevo collaborato alla stesura di un articolo che trattava delle mancate epurazioni nella pubblica sicurezza e del riciclaggio di criminali di guerra fascisti nelle strutture dell’Italia repubblicana. Tra le varie cose Amos mi disse che una sorta di persecuzione come quella che stavo subendo io l’aveva subita lui tempo prima (lui ha qualche anno più di me) quando aveva pubblicato un breve saggio che ipotizzava l’esistenza di una struttura clandestina che lavorava a scopo eversivo in Italia. Questo saggio era uscito prima che venisse resa pubblica l’esistenza della struttura Gladio, infatti lui aveva semplicemente collegato alcuni fatti dai quali aveva tratto determinate conclusioni.
“Capisci, mi disse, io non sapevo esattamente di cosa stessi parlando, ma quelli che erano coinvolti avevano paura che io li avessi scoperti, e così cercarono di intimidirmi per mettermi a tacere. Subii anche delle minacce vere e proprie, lettere minatorie, telefonate strane. Alla fine mi convinsi che, anche se io non sapevo esattamente cosa ci fosse sotto, dovevo indagare avanti perché qualcosa di sicuro da scoprire c’era. Poi venne fuori la storia di Gladio, e allora capii un po’ di cose che prima non ero riuscito a mettere a fuoco. Devi stare attenta, possono anche farti dei brutti scherzi se pensano che sai qualcosa di pericoloso per loro, per quelli cui hai toccato le chiappe, intendo dire”.
Amos aveva sempre un modo colorito di esprimersi, pensai.
“Starò attenta” gli promisi, e lui mi suggerì anche di parlarne con la polizia, nel caso la persecuzione andasse avanti, perché “quando ci sono tanti che buttano letame su una persona, in questi casi, spesso significa che stanno lanciando messaggi trasversali ad altri che possono quindi ritenersi legittimati ad agire contro la persona presa di mira”.
Questo me l’aveva detto anche la Mamma: “Non ci vuole molto ad eccitare un balordo qualunque che viene a darti fuoco alla casa”.
Fino a quel momento non mi ero preoccupata troppo. Però il giorno dopo la telefonata con Amos mi capitò di passare davanti la casa di Ingo mentre lui stava montando una struttura di tubi Innocenti in un modo tale che si riusciva a malapena a passare (la strada davanti alla sua casa è particolarmente stretta anche per i criteri urbanistici del Borgo). Andavo di fretta e non avevo intenzione di fermarmi e litigare con lui, ma Ingo fece cadere un pezzo di tubo proprio davanti a me mentre passavo, così fui costretta a fermarmi, e nonostante non aprissi bocca perché appunto non volevo dargli il pretesto di litigare, lui si piazzò davanti a me col tubo in mano, cantilenando: “Poverina, poverina, la minacciano e adesso anche la aggrediscono”.
“Ma dacci un taglio” gli risposi, dimenticando i miei buoni propositi. Lui si mise a sghignazzare, aggiungendo “così succede quando si toccano le chiappe agli altri!”.
Rimasi di stucco: aveva usato le stesse parole del mio amico Amos. Com’era possibile?
Ne parlai alla mia Vicina Vic, che aveva avuto anche lei dei problemi con l’Ingegnere. Vic mi disse che a lei era successa una cosa simile qualche tempo prima.
“Sai, il mio fratello piccolo, quello che vive a Roma, era stato denunciato per danneggiamento perché lo avevano preso mentre faceva un graffito con lo spray sul muro di una chiesa. Il fatto non era stato reso pubblico, i giornali non ne hanno mai scritto, ma un giorno io ne ho parlato al telefono con l’avvocato. Il giorno dopo Ingo stava come al solito in mezzo alla strada mentre io dovevo passare e quando gli ho chiesto di spostarsi mi ha detto qualcosa del tipo tu e il tuo fratello graffitaro. Eppure non poteva saperne nulla: era come se avesse sentito la mia telefonata.
“Pensi che sia possibile che uno qualunque intercetti le telefonate così facilmente?” le domandai.
“Non ne ho idea. Dovresti chiedere a qualche poliziotto, se ne conosci qualcuno di cui ti fidi”.
Il problema si chiudeva lì: non conoscevo nessun poliziotto a cui chiedere una cosa del genere e lasciai perdere.

La mia vita cambiò radicalmente in un pomeriggio di marzo dell’anno scorso, quando andai a seguire un convegno sul tema del collaborazionismo nazifascista nella nostra città, perché stavo preparando uno studio su un corpo di polizia collaborazionista locale, la Guardia cittadina. Questo corpo era stato istituito nel periodo dell’occupazione nazista dal comando germanico per affiancare le loro truppe regolari. Il Corpo era da tempo oggetto di polemiche perché alcuni dei suoi membri ancora in vita chiedevano venisse loro riconosciuto lo status di ex combattenti, nonostante non fossero stati militari del Regno d’Italia, ma al servizio del Reich germanico.
Una parte dei suoi membri si era unita alla Resistenza ed alcuni di essi avevano anche pagato con la vita la loro opposizione al regime: ma si era trattato solo di una parte minoritaria di tutto il Corpo, la maggioranza di essi aveva invece fedelmente servito l’occupatore nazista. All’interno degli stessi veterani del Corpo era in atto una polemica piuttosto forte sull’argomento, e tra chi si batteva contro il riconoscimento del Corpo come ex combattenti c’era anche un mio insegnante del Liceo, il Veterano Vezio, col quale ero rimasta in buoni rapporti e che mi aveva spesso parlato delle sue esperienze di guerra. Così il mio Direttore mi incaricò di fare uno studio su questo Corpo anche perché, disse, oltre ad essere un ottimo topo d’archivio avevo una capacità particolare nel far parlare la gente.
In effetti io potevo partire avvantaggiata sia perché il mio patrigno Pat mi aveva dato da leggere un paio di libri sull’occupazione nazista, tra i quali c’erano anche un paio di pubblicazioni che parlavano della Guardia cittadina e dai quali appariva chiaramente il collaborazionismo di questo Corpo addirittura con la SS, ma anche perché ho il dono naturale di trovare testimoni che poi parlano volentieri con me delle loro esperienze. Ho sempre avuto un buon rapporto con le persone più anziane, probabilmente perché la Mamma mi aveva abituata a frequentare la sua cerchia di amicizie; e poi a me è sempre piaciuto sentir raccontare storie, e si sa che i veterani non aspettano altro che avere qualcuno cui raccontare le proprie esperienze di vita. Del resto ogni volta che qualcuno comincia a raccontarmi le sue esperienze partigiane a me sembra di tornare indietro nel passato, negli anni della seconda guerra mondiale, come se vivessi in prima persone le esperienze di cui sentivo parlare. Così capitava anche con il Veterano Vezio, che riconobbi nel pubblico il giorno del convegno. Ci salutammo calorosamente, gli ero stata simpatica fin dai tempi di scuola, e mi promise, saputo su cosa stavo lavorando, di darmi una mano. Dopo avere salutato Vezio, mentre aspettavo che il convegno iniziasse mi guardai in giro e riconobbi un mio vecchio compagno di liceo che non vedevo da un po’ di tempo. Andai da lui e dopo i convenevoli mi spiegò che si era laureato in storia ed aveva iniziato un dottorato di ricerca su un campo di concentramento nazifascista che era stato creato in città utilizzando una vecchia fabbrica in disuso, una Filanda da cui prese poi il nome il campo stesso che fu usato per la detenzione sia di civili rastrellati che di partigiani catturati. I partigiani in genere venivano eliminati all’interno del campo, mentre i civili venivano poi inviati nei campi del Reich. Nell’ambito del convegno una relazione era dedicata proprio alla storia della Filanda ed ai processi che non furono mai celebrati per coloro che lo avevano realizzato e vi avevano massacrato i prigionieri. Ric il Ricercatore era interessato proprio a questo argomento dei processi mai fatti ed alla fine del convegno mi propose di continuare il discorso iniziato ed andammo a mangiare qualcosa assieme.

Era un bel po’ di tempo che non uscivo con un uomo, e negli anni in cui l’avevo perso di vista Ric si era trasformato da ragazzotto imbranato e timido in un affascinante trentenne. Quando si trattò di decidere dove andare a mangiare fummo d’accordo ambedue di cercare una birreria per farci una Wienerschnitzel con le patatine fritte: in quel momento decisi che l’occasione gastronomica poteva servire a dare una svolta positiva anche alla mia vita sentimentale. L’ultimo ragazzo che avevo avuto era un vegano col quale era praticamente impossibile mettere assieme un pasto decente, mentre quello precedente era un convinto consumatore equo e solidale, e mi faceva sentire in colpa se mangiavo o bevevo cose non politically correct, cioè da boicottare per motivi ideologici quanto etici ed ecologici.
La Mamma, che pure faceva parte a modo suo del movimento no global, mi aveva fatto un elenco delle varie cose che era meglio evitare, sia perché la loro produzione crea problemi ai popoli dove essi vengono prodotti, sia perché dal punto di vista prettamente alimentare facevano male all’organismo, però non è mai stata una fanatica come il mio Penultimo ragazzo.
Ric era diverso: andammo in birreria (non era astemio, come sono molti miei coetanei) e di fronte a due ottimi boccali di birra tedesca e due meravigliosi piatti di frittura ad alto tasso di colesterolo, ci sentimmo pronti ad aprirci i nostri cuori dopo avere aperto e riempito i nostri stomaci.
Io gli raccontai del mio lavoro di giornalista (e quando lui mi disse che leggeva spesso con interesse i miei articoli e che li trovava ottimi, decisi che l’avrei amato per sempre) e delle ricerche che avevo condotto sul collaborazionismo locale e quelle che stavo conducendo sulla Guardia cittadina. E che prima o poi queste ricerche le avrei raccolte in un libro, non appena avessi trovato un editore disponibile.
Ric a sua volta mi raccontò che nel corso delle sue indagini sulla Filanda si era imbattuto in un archivio nel quale erano conservati documenti che erano appartenuti ad uno Studioso che aveva passato la vita a raccogliere testimonianze e materiale vario relativamente alla seconda guerra mondiale. Quest’uomo era morto nell’incendio dello scantinato nel quale abitava, che era allo stesso tempo anche il magazzino dove conservava parte del suo archivio, che era andato per lo più distrutto. Mi ricordavo che la Mamma mi aveva parlato dello Studioso, tempo addietro, e la storia mi era rimasta particolarmente impressa, anche perché lui era morto proprio nello stesso giorno in cui io compio gli anni. La Mamma lo aveva conosciuto: nonostante raccogliesse materiale che riguardava la guerra era un pacifista convinto, sosteneva (forse un po’ velleitariamente) che facendo conoscere alla gente quanti soldi e quante risorse andavano sprecate a fini bellici si sarebbe potuta fermare la macchina militare. Era stato un sognatore, lo Studioso, un animo mite dedito alla diffusione della cultura della pace e dell’armonia fra gli uomini. Eppure aveva fatto una morte orribile, bruciato assieme a parte della sua collezione nel magazzino dove viveva perché non poteva permettersi l’affitto di un appartamento. Quando ero ancora una ragazzina la Mamma mi aveva portato a visitare una mostra che raccoglieva una parte della documentazione raccolta dalla Studioso e che si era salvata dall’incendio perché al momento della disgrazia si trovava in un altro magazzino. Avevo trovato affascinante la figura della Studioso, con le sua eccentricità ed i suoi ideali utopistici; ed avevo riflettuto su quanto fossero strane le circostanze della sua morte ed il fatto che su di essa non si fosse mai indagato sul serio: quando un magistrato o un funzionario di polizia si metteva a fare delle ricerche più approfondite accadeva sempre qualcosa che lo bloccava: l’investigatore veniva trasferito, oppure l’indagine veniva affidata ad un altro magistrato e nelle more dei trasferimenti di competenza andava sempre a finire che il procedimento si arenava.
Il Ricercatore mi spiegò che voleva studiare il materiale che era appartenuto allo Studioso.
“Il suo archivio cartaceo, cioè le foto e gli appunti, sono ora conservati presso il Museo cittadino. Si possono consultare quasi tutti, tranne i documenti che vengono considerati secretati per la legge sulla privacy. Sai, lo Studioso aveva tutta una serie di quadernetti, un po’ come la tua Moleskine (cioè il mio taccuino nero dove avevo preso appunti nel corso del convegno, l’agendina di culto di noi giornalisti di buone speranze perché l’avevano usata in passato alcuni Grandi come Hemingway e Chatwin, ma la usa oggidì anche uno dei nostri miti contemporanei, Carlo Lucarelli); in questi taccuini annotava tutto quello che gli sembrava interessante riguardo ai fatti storici del tempo di guerra. Così troviamo confidenze che gli facevano i suoi conoscenti, testimonianze raccolte da chi aveva vissuto determinate vicende, annotazioni su documenti che gli capitavano tra le mani, pettegolezzi, dicerie, di tutto insomma. Però specificava sempre se le cose che gli venivano dette erano secondo lui da considerare attendibili o no.
Ha continuato a tenere questi diari fino alla morte, ma non sono tutti visionabili, perché in alcuni di essi ci sono delle cose che vengono considerate dati sensibili, sai la normativa sulla privacy: per esempio a me sarebbe piaciuto dare un’occhiata al suo ultimo diario, magari si riusciva a capire il motivo della sua morte, se effettivamente è stato ucciso, ma è uno di quelli che non lasciano consultare.
“Ma penso che chi ha indagato, se avesse trovato qualcosa del genere ne avrebbe tenuto conto” obiettai.
“Ah sì” ribatté Ric “non hai presente il modo in cui hanno indagato? Io sono convinto che lui sia stato ammazzato e che hanno poi insabbiato tutto, e penso proprio che non avrebbero tirato fuori niente dai suoi appunti, se c’era il rischio di dare una svolta positiva alle indagini. Io penso che se nei quadernetti ci fosse stato qualche indizio che avrebbe potuto portare gli investigatori su qualsivoglia pista adesso non li avrebbe in custodia il Museo, li avrebbero fatti sparire dal palazzo di giustizia, come del resto è successo diverse volte. Ti ricordi la faccenda dell’elenco della Previdenza sociale?
Eccome se me lo ricordavo. Era una storia legata proprio alle indagini sulla Filanda: alcuni investigatori avevano scoperto che i nazisti avevano pagato i contributi ai propri dipendenti nel periodo dell’occupazione, ed avevano quindi chiesto alla Previdenza sociale se era possibile avere un elenco delle persone per le quali erano stati pagati questi contributi. Il lato grottesco è che gente che non batteva ciglio nel deportare nei lager vecchi, donne e bambini, torturare i prigionieri fino alla morte, ammazzare e devastare, aveva però regolarizzato i propri dipendenti dal punto di vista contributivo.
Il riscontro era stato fatto e l’elenco dei “dipendenti” (che comprendeva anche segretarie, centralinisti e personale delle pulizie oltre ai collaborazionisti veri e propri ed i cosiddetti “volontari”, cioè coloro che avevano tradito la Resistenza per collaborare con i nazifascisti) era stato consegnato alla Procura. Da dove era sparito… volatilizzato. Curioso, no?
“Va bene, va bene, dato che non sono spariti probabilmente non c’è nulla di importante” ammisi, e Ric proseguì:
“Adesso ho fatto la richiesta di vedere i quadernetti del periodo tra la guerra e gli anni subito dopo. Quello che invece sono già riuscito a consultare è l’archivio delle foto, anche quello è sensazionale, pensa che ha raccolte tantissime foto del tempo di guerra, le scattava lui stesso oppure le chiedeva agli ufficiali dell’esercito di occupazione o della polizia. Ci sono tantissime foto che sono state scattate durante i rastrellamenti del territorio e nelle quali si vedono gli incendi dei villaggi, le persone arrestate, il materiale sequestrato, gli stessi ufficiali che guardano quello che hanno fatto. Giuro, c’è una foto che mi ha fatto venire i brividi: c’è il generale comandante in capo che se ne sta tranquillo a guardare col binocolo, assieme ad altri ufficiali, il villaggio che ha dato ordine di bruciare… orribile”.
Ricordavo il mio compagno di scuola come uno dei più timidi e tranquilli della classe, raccoglieva per strada i gatti randagi e me ne aveva dati un paio da tenere visto che tu hai il giardino, e per fortuna che io non vivevo in una famiglia normale, e la Mamma accoglieva a braccia aperte qualunque animale orfano le portassi in casa, e la nostra stessa casa era sempre piena di bambini prima, di ragazzini poi, perché tutti i miei amici venivano volentieri a giocare e studiare con me nel Borgo magico dove il tempo sembrava essersi fermato e la Mamma preparava dolci per tutti e non si arrabbiava se tornavamo a casa sporchi e stanchi, dava una pulita anche ai miei amici in modo che non tornassero a casa troppo malconci ed evitare quindi che i loro genitori si arrabbiassero.
Mentre i ricordi della mia infanzia mi passavano davanti Ric continuava a parlare.
“Ho fatto delle scansioni delle foto che a me sembravano più significative, ma sto aspettando di avere l’autorizzazione per pubblicarle. Ce ne saranno un centinaio, più o meno. Un po’ mi servono per il dottorato, le altre non so come usarle, ma le ho messe da parte perché sono importanti e prima o poi ne farò qualcosa.
“Uno studio sui crimini di guerra” proposi, e lui scosse la testa.
“No, veramente io avrei un’altra idea. Mi piacerebbe scrivere la storia dello Studioso…
“No!” esclamai “davvero? Lo sai che anch’io ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto indagare sullo Studioso… e se lo facessimo assieme? Mia madre lo ha conosciuto e me ne ha parlato…
“È appunto quello che ti volevo proporre, mi ricordo che tua mamma ci aveva parlato dello Studioso, e dato che io non ho molto tempo libero al di fuori del dottorato, la mia idea è che tu potresti darmi una mano ad analizzare le carte che trovo su di lui, le copio e te le passo. Perché io devo andare avanti con lo studio sulla Filanda, e se tu studi i documenti e poi ne parliamo assieme, possiamo riuscire a mettere giù qualcosa.
Nel frattempo avevamo finito le birre e le bistecche, ed il Ricercatore mi propose di ordinare un dolce. Forse lo strudel di mele sarebbe stato più consigliabile, ma a quel punto mi sentivo gasatissima e ci buttammo ambedue sulla Foresta nera con seguito di liquorino digestivo, poi Ric proseguì il discorso.
“Degli appunti che sono riuscito a leggere dello Studioso ho trovato quelli che riguardano le indagini sulla Filanda, sui crimini che furono lì commessi. L’inchiesta è stata insabbiata pochi mesi dopo la morte misteriosa dello Studioso e nei suoi appunti si legge che aveva cercato di fornire delle prove agli inquirenti, aveva fotografato alcune pareti dell’edificio prima che ne venissero cancellate le scritte che avevano tracciato i prigionieri, alcune riportavano dei nomi che probabilmente si sarebbe potuto cercare di rintracciare per capire… forse erano delatori, o forse anche vittime, chissà… comunque, da quanto si legge negli appunti dello Studioso, sembra che lui avesse portato agli inquirenti queste foto ed altra documentazione che però non si sa cosa sia perché non ne parla nelle sue annotazioni. E dato che lui è morto proprio poco dopo che hanno archiviato le indagini sulla Filanda, le sue ultime annotazioni su questa storia si trovano tutte nell’ultimo diario, quello che è secretato”.
Ric mi disse ancora che aveva chiesto alla Procura di prendere visione dell’istruttoria, ed aggiunse:
“Però a parte le questioni processuali, tutto il resto dell’archivio dello Studioso meriterebbe uno studio approfondito, un’analisi. Si tratta di cose davvero interessanti, che non sono mai state rese pubbliche. E poi non ci sono solo notizie sulla seconda guerra mondiale, lo Studioso prendeva appunti anche su tutto ciò di cui veniva a conoscenza riguardo a traffici di armi, attività dei neofascisti, pare che sapesse anche qualcosa della Gladio quando non si sapeva ancora nulla della Gladio a livello ufficiale. Questi appunti sono tra quelli ancora secretati, non me li hanno lasciati vedere”.
A quel punto, forse anche grazie alla quantità di alcool che avevamo assimilato, ci sentivamo in grado di smuovere le montagne e decidemmo di comune accordo che avremmo preso in mano la questione ed avremmo risolto, noi due assieme, il mistero della morte dello Studioso.
Alzammo il bicchierino di grappa ai frutti di bosco che avevamo ormai riempito per la terza volta e suggellammo il nostro patto di indagine, prima di decidere di terminare la serata a casa mia.

Per fortuna eravamo ambedue a piedi, perché nessuno di noi sarebbe stato in grado di guidare, quindi prendemmo l’autobus e scendemmo alla fermata più vicina all’ingresso del Borgo. Solo che nella mia euforia mi ero scordata delle paturnie di Ingo; e così, tra il fatto che Ric ed io non eravamo molto lucidi ed il fatto che, parlando tra di noi non badavamo a quello che ci stava attorno, mancò poco che non ci venisse un colpo quando, passando davanti alla casa dell’Ingegnere ce lo trovammo davanti all’improvviso nell’oscurità, con le braccia allargate in mezzo alla stradina, in modo da impedirci di passare.
“Ma che ti prende?” gridai al mio ex amico, mentre Ric si profondeva in alcuni insulti particolarmente raffinati.
“Lo sai che non dovete passare di qua” proferì l’Ingegnere con la sua consueta faccia di bronzo “e magari il tuo amico si prenderà una bella querela per quello che mi ha appena detto”.
“Non ti ha detto niente” ribattei io, piantando un gomito nelle costole del mio accompagnatore per impedirgli di intervenire “e adesso o ci lasci passare oppure chiamiamo i carabinieri”.
“Guarda, li chiamo io” mi rispose il mio ex amico, tirò fuori il cellulare, compose un numero e poi chiese che gli mandassero una pattuglia “perché ci sono due giovinastri che mi stanno insultando e minacciando”.
Sentendo un tanto tirai fuori anch’io il telefonino e chiamai a mia volta i carabinieri, dando loro la mia versione dei fatti. In conclusione, comunque, dato che Ingo pareva non avere la minima intenzione di spostarsi, e dato che ormai avevamo allertato le forze dell’ordine, il Ricercatore ed io rimanemmo bloccati. Nel frattempo alcune persone che abitavano nelle case vicine si erano affacciate alle finestre e mentre qualcuno si mise ad inveire contro l’Ingegnere che impediva una vita normale nel Borgo, una signora invece se la prese con noi che facevamo schiamazzi, mentre Ingo rispondeva agli uni e all’altra dicendo che di là non si poteva passare perché la strada era sua proprietà privata.
Ric era rimasto esterrefatto.
“Ma come si è trasformato il Borgo in questi ultimi tempi?” mi domandò “una volta era un posto tranquillissimo e adesso pare di essere in un telefilm americano”.
In attesa dei carabinieri l’euforia ci era passata del tutto (per fortuna anche il tasso alcoolico doveva essere sceso, e quindi eravamo più lucidi) e l’unica cosa che avevo voglia di fare era prendere Ingo per il collo e per i piedi e buttarlo nel cassonetto più vicino.
Quando arrivarono i carabinieri, dopo una buona mezz’ora, ci volle ancora un sacco di tempo per convincerli che la strada non era privata e che avevamo tutti i diritti di passare di là, considerando anche che era la strada più corta dalla fermata del bus. In ogni caso raccolsero sia le nostre dichiarazioni che quelle dell’Ingegnere che ripeté che avevamo cercato di aggredirlo e poi l’avevamo insultato e minacciato, e si riservava di sporgere querela. I carabinieri dovettero anche calmare i vicini che si inserivano nella discussione e poi raccolsero le loro dichiarazioni, ed alla fine dovettero sollevare di peso Ingo per permetterci di passare, perché lui non aveva intenzione di spostarsi. Così, quando alla fine arrivammo a casa mia era mezzanotte passata.
“Mi spiace” dissi al mio amico mentre aprivo la porta “non avevo pensato che si sarebbe scatenato anche stasera”.
“Ma è sempre così questo tizio?” mi domandò il Ricercatore mentre gli facevo strada nella cucina, che occupava quasi tutto il piano terra con i suoi dodici metri quadrati ed era anche la mia stanza da pranzo ed il mio soggiorno.
“È così da un po’ di tempo” gli risposi, spostando Emma, la gattina calicò, da una sedia e facendogli segno di sedersi “ma con me ce l’ha su da poco, fino a poco tempo fa mi lasciava in pace, anzi, eravamo addirittura amici, era come uno zio per me”.
“Uno zio!” sbottò il mio amico sedendosi, e subito Emma gli si piazzò sulle ginocchia facendo le fusa “se avessi uno zio simile avrei già chiesto all’Anagrafe di cambiare famiglia”.
Dopo tutto quello che avevamo bevuto durante la cena e dopo lo scontro con Ingo non eravamo in vena di ributtarci sugli alcoolici e così tirai fuori una buona classica bottiglia di quella bibita al caramello che dovrebbe venire boicottata per motivi di consumo etico ma della quale io non riesco a fare a meno. Etica a parte, c’è qualcos’altro che fa digerire così bene?
Ma invece di continuare il discorso lasciato in sospeso durante la cena, decidemmo di salire nella mia camera da letto e cominciare un altro discorso… che ci trovò perfettamente d’accordo e in sintonia.

La mattina dopo mi svegliai con un mal di testa enorme e un peso sullo stomaco. Il mal di testa era dovuto agli stravizi della sera prima, il peso erano i sette chili scarsi del mio gatto rosso di nome Mao che aveva deciso di riposare addosso a me. Ric dormiva ancora, e visto che lui dormiva steso sul fianco in posizione fetale non poteva avere nessun peso sullo stomaco, in compenso sul cuscino, accanto alla sua testa stava Emma che lo aveva subito preso in simpatia, mentre Attila, il gattino nero che un paio di mesi prima era spuntato miagolando davanti al mio cancello, spiegandomi che aveva deciso di stabilirsi da me, che il mio orticello sarebbe diventato il suo campo di battaglia dove non far crescere più l’erba (e gli ortaggi) e che di conseguenza si era meritato il nome di Attila (al quale peraltro aveva imparato a rispondere nel giro di un paio di giorni), era perfettamente incuneato tra la sua pancia e le cosce sollevate.
Il tutto mi parve un delizioso quadretto familiare, foriero di buoni auspici per la mia prossima vita sentimentale, spostai Mao e mi appoggiai alla schiena di Ric appisolandomi di nuovo nella speranza che mi passasse il mal di testa, e considerando che essendo sabato potevo anche prendermela comoda.

Mi risvegliai di soprassalto perché Ric aveva fatto un balzo, lanciando un urlo spaventoso.
“Che cavolo…, cominciai, tirandomi su. Ric era seduto e si massaggiava il basso ventre.
“Non mi dire che hai addestrato il tuo gatto” mi domandò “a fare scappare i tuoi ospiti dandogli unghiate nelle parti intime?”
Guardai Attila che con aria indifferente si stava affilando le armi, cioè pulendo le unghie.
“Guarda che…” cominciai, rivolta a Ric, ma lui si era già tirato su e stava guardando l’orologio.
“Amore” disse “è stato fantastico, ma sono le undici e devo assolutamente essere a casa per l’ora di pranzo”.
“Hai una moglie che ti aspetta?” gli domandai, un po’ infastidita, e lui, serio “No, i miei mi aspettano perché oggi è la festa del nonno, fa 80 anni. Non sono sposato… ehi! Parlavi sul serio, o…?
Ci guardammo, ci mettemmo a ridere assieme e poi… beh, penso che alla fine Ric non sia arrivato puntuale al pranzo col nonno.

Io non avevo impegni particolari per la giornata, ma spesso al sabato pomeriggio andavo a trovare la Mamma e Pat, perché loro avevano l’usanza del tè all’inglese, dove si mangiava di tutto e di solito venivano persone di tutti i tipi con cui parlare, si passavano un paio d’ore piacevoli e poi non avevo bisogno di cenare. Mi accordai con Ric per rivederci la sera a casa mia, poi mi misi al computer a riordinare gli appunti presi durante la conferenza del giorno prima. Cercai anche in rete se trovavo qualcosa sullo Studioso, ma c’era molto poco, che comunque scaricai e misi in una cartella col nome più melodrammatico che criptato di “Morte nella bara”. Poi chiamai la Mamma, le domandai se potevo andare da loro, lei rispose di sì, ma aggiunse che quel pomeriggio saremmo stati solo noi tre perché non erano previsti altri ospiti, a meno che non capitassero senza preavviso (cosa che del resto accadeva abbastanza spesso), così raccolsi tutto quello che avevo sullo Studioso, ed uscii di casa facendo il giro lungo per evitare di passare davanti alla casa di Ingo.
Come al solito il tè della Mamma era una specie di merenda luculliana, con cose da spalmare di tutti i tipi, dal salato al dolce e poi la sua meravigliosa torta al limone. Ad un certo punto affrontai l’argomento della morte dello Studioso.
Mia madre si ricordava bene della vicenda, aveva fatto molto scalpore trent’anni prima e si era parlato di un possibile omicidio mascherato da incidente (un cortocircuito che aveva causato l’incendio in un locale pieno di materiale infiammabile).
“Ma, vedi” mi disse la Mamma “quella volta si disse anche che lo Studioso si era occupato un po’ troppo delle formazioni neofasciste e che per questo era stato eliminato. Era l’epoca degli attentati e delle bombe, se ti ricordi, te ne avevo parlato. In una località della provincia avevano scoperto un deposito di esplosivi e, poi, alcuni mesi dopo, lo stesso tipo di esplosivo era stato usato, sempre nella nostra provincia, per un attentato in cui morirono alcuni poliziotti. Naturalmente tutte queste cose si seppero molti anni dopo, quando venne resa pubblica la struttura della Gladio, mentre all’epoca le indagini furono indirizzate verso la pista rossa, ci furono depistaggi e insabbiamenti e ci vollero diversi anni perché coloro che erano stati ingiustamente accusati fossero scagionati. Si diceva che lo Studioso, che nel corso delle sue ricerche aveva avuto a che fare sia con esperti di esplosivi, sia con militari, sia con esponenti della destra eversiva, avesse avuto dei sospetti su come si fossero svolte esattamente le cose, e che è per questo che è stato fatto tacere in quel modo”.
“Ma le indagini sulla sua morte a cosa avevano portato?” le domandai io.
“Bene, all’inizio non ci furono proprio indagini” mi rispose la Mamma “decisero subito che era stato un cortocircuito e non fecero neppure l’autopsia. Qualche mese dopo riaprirono le indagini, ma l’autopsia ormai non poteva più dire molto, così, nonostante fossero venuti alla luce diversi particolari nuovi, e, sia nelle deposizioni che nei rilevamenti rimanessero contraddizioni di ogni tipo, alla fine di tutte le indagini che furono condotte (perché ce ne furono diverse, si chiudeva e poi si riapriva) la teoria dell’incidente. Ma ombre e dubbi ne sono rimasti, eccome. Inoltre, e questa è forse la cosa più interessante, tra una riapertura e l’altra, una parte della documentazione è in qualche modo sparita, non si trova più agli atti dell’istruttoria”.
A quel punto intervenne Pat, che lavorava in un ufficio del Palazzo di giustizia.
“Bada bene, non è che sia detto che l’hanno asportata di proposito, è già successo altre volte, credimi, che alcune carte siano sparite dai fascicoli giudiziari semplicemente perché c’è una tale confusione nel palazzo di giustizia che spesso mettono i documenti nel raccoglitore sbagliato e vai tu a trovarli, dopo”.
A quel punto gli dissi che Ric aveva chiesto di vedere l’istruttoria ma Pat mi spiegò che tra una riapertura e l’altra era finito che l’indagine non era mai stata chiusa e pertanto gli atti non erano consultabili, come da Codice di procedura penale.
Qui la Mamma commentò che era molto curioso il fatto che il procedimento non veniva mai archiviato a causa di questi spostamenti di competenze e riaperture a casaccio, e questo particolare, che poteva sembrare trascurabile, comportava invece che essendo sempre aperto il procedimento, pur in assenza di indagini, esso era ancora sottoposto al segreto istruttorio e quindi era impossibile per un esterno prendere visione degli atti.
Un caso ufficialmente chiuso ma di fatto ancora aperto, pensai, e che avrebbe potuto essere stato ideato da uno scrittore di thriller.
“Sì certo” commentò la Mamma quando glielo dissi “ma la vita non è un thriller e su certe cose è meglio non giocare”.
“Stai preparando un articolo sulla morte dello Studioso?” mi domandò allora Pat, probabilmente per sviare l’inizio di una predica materna “vedi, io l’ho conosciuto quando ero ragazzo, per un periodo ho anche collaborato con lui a catalogare i suoi pezzi”.
In quel momento, come mi accadeva ogni volta che qualcuno iniziava a raccontarmi i suoi ricordi, mi sentii catapultata nel passato, eravamo nei primi anni ’70 e mi sembrava quasi di vedere il vecchio Studioso ed il ragazzo che era stato Pat che sistemavano i reperti in un magazzino buio e misterioso.
“Davvero?” dissi “e che tipo di persona era, raccontami…”
“Era…” Pat sembrava cercare le parole “era… come dire… era un po’ un gentiluomo di altri tempi. Gentile, affabile, di una cortesia squisita. Gli piaceva avere attorno a sé giovani, diceva che gli mettevano allegria e che erano i giovani che dovevano interessarsi alle cose che faceva, perché il futuro era nelle mani dei giovani e non dei vecchi e che solo i giovani potevano cambiare il mondo ed impedire nuove guerre. Per lui la pace era il valore più grande, la pace e la non violenza. Aveva raccolto un sacco di materiale sulla guerra e sulle armi, perché diceva che solo facendo conoscere alla gente quanto costava mantenere in piedi la macchina guerrafondaia a scapito delle altre cose si sarebbe potuto far capire quanto era assurdo stanziare tanti soldi per gli eserciti che venivano invece tolti ai vari bisogni della gente.
“Sì” intervenni a quel punto “lo diceva anche Axel Munthe che si spende tanto di più per insegnare alla gente ad ammazzare i propri simili invece che insegnare a guarire i malati e salvare le vite”.
“Bene, questo era più o meno anche quello che sosteneva lo Studioso. Che è un crimine stanziare tanti soldi per le ricerche militari e non per migliorare le condizioni di vita della persone. E poi era un non violento convinto, nonostante per la sua passione per le armi avesse instaurato rapporti anche con militari e persino con nazifascisti, nonostante avesse raccolto un sacco di documentazione anche sulle violenze da loro compiute, alla fine non aveva mai denunciato nessuno, anzi si era fatto un punto d’onore di non fare avere grane dal punto di vista legale a chi gli faceva delle confidenze.
“Ma la questione della Filanda… è vero che aveva presentato agli inquirenti della documentazione che poi non era stata accettata?
“No, non è proprio così. Lui aveva un sacco di appunti, delle vecchie foto che però non c’entravano con i crimini della Filanda, c’entravano genericamente con il collaborazionismo locale, e… aspetta, c’è una cosa che ti devo dire a questo proposito, ma vedi di tenertela per te, almeno per il momento… mi ricordo un pomeriggio, qualche giorno prima che accadesse la disgrazia… l’ho incontrato per caso in centro, era su di giri, euforico, sai com’era lui quando trovava qualcosa che gli sembrava interessante”.
No, non lo sapevo, io lo Studioso non lo avevo mai conosciuto di persona: però a sentire raccontare Pat, mi pareva di vederlo, l’anziano gentiluomo in preda ad una euforia strana...
“…e come mi ha visto, mi ha sventolato davanti una foto, dicendomi di guardare. Era la foto di un rastrellamento, si vedevano alcune case in fiamme e un gruppo di militari, e lui mi indicò una figura, quella della persona che comandava l’azione. Ti assicuro che io non avrei riconosciuto mia madre in quella foto, ma lui disse che il comandante era un noto avvocato triestino, e sembrava sicurissimo di quello che diceva”.
“Un avvocato? E non ti ha detto il nome?”
“No, anche perché dopo avermi detto questo non si è trattenuto con me, scappò via prima che potessi chiedergli qualsiasi cosa, ed alla fine non riuscii neppure a vedere bene la foto. Fu l’ultima volta che lo vidi: qualche giorno dopo il suo magazzino prese fuoco, e il resto lo sai… e probabilmente quella foto è bruciata con lui. Ma attenta, figlia, questa storia non l’ho mai raccontata a nessuno: se tu hai intenzione di renderla pubblica, ne parliamo prima hai capito?”
Non feci in tempo a rispondere che la Mamma si intromise:
“La vita non è un thriller, mi ripetè, “non è un romanzo di Le Carrè e neppure una trasmissione di Lucarelli, hai capito?”
“Mamma…” cercai di protestare, ma Pat mi interruppe.
“Tornando alla Filanda, lo Studioso aveva fatto dei rilievi all’interno dei locali dove venivano rinchiusi i prigionieri, ed aveva ricopiato alcune scritte, fatte evidentemente dai detenuti, che però erano difficilmente decifrabili. Inoltre, essendo delle annotazioni fatte a mano, non avevano alcun valore processuale se chi le aveva redatte non rendeva testimonianza in sede di giudizio. Alla fine, con la morte dello Studioso la cosa venne archiviata, anche se lo Studioso aveva sottoscritto davanti ad un notaio una specie di atto notorio per riconoscere la paternità di quei documenti, e l’aveva consegnata ad un’organizzazione di ex perseguitati politici.
“Vuoi dire che il Tribunale non ne volle tenere conto perché lo Studioso era morto?” domandai.
“No, non hai capito. Non si tratta del Tribunale; a parte che era competente la Corte d’Assise… lo so, lo so, tu non hai idea di procedura quindi te lo spiego… tutta la questione fu archiviata in istruttoria, un po’ perché i possibili imputati erano tutti all’estero, se non morti, un po’ perché non c’era quella grande volontà, almeno questo è quanto penso io, di andare avanti con le indagini e scoperchiare gli altarini di questa città. Il Procuratore che indagava, il dottor Procopio, decise alla fine di chiudere con un nulla di fatto, adducendo il motivo che non era possibile raccogliere dati sufficienti dopo tanti anni. Però su questo dovresti sentire un mio conoscente, uno che aveva anche lui frequentato lo Studioso, tempo fa, e che si era messo a raccogliere dati sulla sua vita, da quanto ne so dovrebbe avere più o meno tutto il materiale disponibile, tra articoli di giornale e le poche carte che è riuscito a farsi dare in Procura, più testimonianze varie di gente che ha sentito. È un Archivista della Biblioteca, si chiama Archimede e ti posso mettere in contatto con lui, se lo desideri”.
“Grazie, mi sarebbe utilissimo” risposi, prima che mia madre riprendesse con il suo la vita non è un thriller e poi cambiai discorso, raccontai loro che avevo ritrovato Ric, che era diventato un Ricercatore e che era nata tra noi una simpatia, tralasciando di dire che avevamo deciso di indagare sulla morte dello Studioso. La Mamma si mostrò contenta, si ricordava di Ric, che le era stato simpatico già quando frequentava casa nostra anni prima, e mi fece promettere che presto glielo avrei fatto incontrare.

La sera quando rincasai, la mia Vicina Vic venne a cercarmi.
“Sai, ho visto l’Ingegnere sul tetto della casa attaccata alla tua, mentre entrava dall’abbaino”.
Devo spiegare: la casa della Vicina era di fronte alla mia e come la mia aveva tre piani, mentre quella attaccata alla mia era vuota da quando il Vecchio che la abitava era morto, due anni prima, ed i suoi figli si erano disinteressati della proprietà, che stava andando in rovina. A me non piaceva molto avere una casa vuota attaccata alla mia, intanto per la dispersione termica, poi perché non si sa mai cosa possa succedere, anche nel nostro Borgo vengono di tanto in tanto dei disperati alla ricerca di un posto dove bucarsi in pace oppure per passare la notte. E dato che in questi casi c’è sempre il rischio di un incendio, si capisce la mia preoccupazione, ma quando sentii quello che doveva dirmi Vic la mia preoccupazione aumentò.
Vic mi spiegò che quella mattina presto, quando il cielo stava appena schiarendo, si era alzata ed era andata alla finestra della sua camera da letto al terzo piano: e dopo un po’ aveva visto l’Ingegnere infilarsi nell’abbaino della casetta disabitata.
“È stato dentro un bel po’ di tempo, sai. Non sapevo se chiamare la polizia o che fare, poi ho telefonato a uno dei figli del Vecchio, ma mi ha detto che la cosa non gli importa granché”.
“Non gli importa?”
“Così ha detto. Del resto in casa non ci sono più cose di valore, da quanto ho capito”.
“Sì, d’accordo, però non mi pare normale che uno vada e venga dalle case altrui passando per i tetti. Che diavolo è andato a cercare lì dentro? Hai visto quanto tempo è rimasto?
Vic scosse la testa.
“Un bel po’, credo. Ho aspettato una decina di minuti e poi sono andata a telefonare, e tenevo d’occhio il tetto, ma non l’ho visto uscire. Poi mi sono stufata di guardare, dovevo prepararmi per andare al lavoro e ho lasciato perdere”.
Ero rimasta allibita: che diavolo andava a fare l’Ingegnere nella casa vicina alla mia? Naturalmente non potevo chiederlo a lui, dato che ormai non ci parlavamo più, ma neppure potevo avvisare io la polizia, se gli Eredi se ne fregavano.
“Cose da pazzi” dissi “dove vuole arrivare quello lì, secondo te?”
Vic si strinse nelle spalle.
“Eri tu che andavi d’accordo con lui, io l’ho sempre considerato una persona indisponente e arrogante e non gli ho mai dato confidenza”.
Già. In tutto il Borgo io ero stata l’unica a fraternizzare con Ingo, a volte avevo anche litigato con gli altri perché lo difendevo. Ed il risultato? Che alla fine si era rivoltato anche contro di me, bella roba.
“Cosa può essere andato a prendere lì dentro?” mi domandai, a voce alta, invece.
Vic mi guardò con aria di sufficienza. Lei era sempre stata più scafata di me, anche grazie alle sue esperienze non del tutto legalitarie.
“Tesoro, uno può anche non andare a rubare in una casa disabitata, ma portarci dentro delle cose che non vuole fare trovare in casa sua, ci hai pensato?”
Misericordia, pensai: avrei dovuto davvero avvisare la polizia, a quel punto?
“O forse” infierì ulteriormente la mia migliore amica “voleva sistemare i congegni per controllare il telefono di casa tua, dato che hai cambiato la serratura e non può più entrare con le chiavi che si è duplicato dopo che tu gli avevi dato quelle di casa tua, anni fa”.
“Vic, non hai nessuna prova che lui si sia duplicato le chiavi” sbottai, non tanto per difendere il mio ex amico, quanto perché non volevo passare per scema totale.
Vic scrollò le spalle, fece un gesto con la mano come dire non imparerai mai e poi ci salutammo.

Io entrai in casa un po’ agitata. Sapere che Ingo andava e veniva per gli abbaini delle case della zona mi disturbava non poco. Ma dato che quando eravamo ancora amici mi aveva spiegato che per verificare se c’era qualche cimice in casa bastava prendere una radiolina, sintonizzarla su una frequenza FM vuota e girare con l’antenna verificando se si innescava un effetto larsen, mi lasciai prendere da un attacco di paranoia e quando arrivò Ric mi trovò in piedi sul tavolo di cucina (io lascio di norma cancello e porta aperti, quando sono in casa, e quindi lui era potuto entrare da solo) che puntavo l’antenna della radio come un parafulmine verso il lampadario.
“Hai qualche problema?” mi chiese, e gli riconosco che me lo disse molto serenamente e senza vis polemica.
“Sto cercando se Ingo mi ha messo qualche cimice in casa” gli risposi io senza scendere dal tavolo.
“E le cerchi con la radio?”
Gli spiegai quello che mi aveva detto Ingo, e lui si mise a ridere di gusto.
“Ma tu credi a tutto quello che ti raccontano?” mi domandò tra una sghignazzata e l’altra.
Scesi dal tavolo vagamente incavolata, e gli raccontai quello che mi aveva riferito Vic e del fatto che spesso Ingo sapeva le cose di cui noi parlavamo al telefono.
“Ma tu ti fidi di tutti che gli avevi dato le chiavi di casa tua?”
“Sai, il mio ex amico usava dire che ci si può fidare di tutti, l’importante è avere le mutande di latta. E sai perché è mio ex amico? Perché non avevo le mutande di latta…”
Ric si mise a ridere, mi abbracciò e mi fece girare in tondo per la cucina dicendomi “ti amo ti amo ti amo! come ho potuto perderti di vista per tutti questi anni?”
Finì che lasciai perdere la ricerca delle cimici e andammo di sopra, chiudendo i gatti fuori dalla camera da letto.

La mattina dopo raccontai al mio compagno tutto quello che mi aveva detto Pat il giorno prima, e mentre lui si metteva a guardare i miei vecchi vinili degli anni 70 che mi aveva lasciato la Mamma (lei si era aggiornata acquistando tutti i CD nuovi), cercando di schivare Attila che aveva sviluppato la fastidiosa abitudine di farsi le unghie su di lui (finché si tratta dei jeans passi, ma prima lo ha fatto sulle mie chiappe mentre ero al gabinetto aveva protestato Ric) io chiamai Archimede l’Archivista, gli spiegai chi ero e gli domandai se fosse disposto a farmi vedere la sua documentazione. Lui mi spiegò che stava scrivendo un libro, ma era ancora in alto mare, e che poteva essere utile scambiarci le informazioni e le idee. Decidemmo di incontrarci quella sera, a casa sua, dove aveva tutto il materiale, così distolsi Ric dai miei dischi e gli diedi la buona notizia.
“Festeggiamo” disse lui “mettiamo su Ho visto anche degli zingari felici che fa tanto Movimento anni Settanta”.
Quale modo di ascoltare meglio che starsene sdraiati sul letto? Purtroppo anche in questa occasione dovetti chiudere fuori i gatti, perché Attila si era messo a guardare Ric con la sua aria più innocente (“non fidatevi mai di un gatto innocente”, dice Garfield) ma allo stesso tempo leccandosi voluttuosamente le unghie.
Comunque l’ascolto fu del tutto soddisfacente, anche per gli annessi e connessi, e mentre mi rilassavo tra le braccia di Ric pensai che il nostro era stato davvero un incontro dettato dal destino.

Ric ed io pranzammo assieme, poi lui tornò in Istituto a studiare ed io mi rimisi al lavoro. Dopo il convegno sul collaborazionismo era iniziato, sul quotidiano locale (che va in brodo di giuggiole quando dalle sue pagine riesce ad innescare qualche polemica collegata a questioni della seconda guerra mondiale), il consueto battibecco tra i veterani della Guardia cittadina che volevano il riconoscimento come ex combattenti e quelli che non lo volevano perché si era trattato di un Corpo collaborazionista. Tra le varie lettere fu pubblicata anche una del mio ex insegnante Vezio, il Veterano, nella quale sosteneva che chi poi si era schierato con la Resistenza aveva tutti i diritti di farsi riconoscere come ex combattente volontario della libertà, ma gli altri, considerando anche le azioni repressive svolte dalla Guardia cittadina, avrebbero fatto meglio a tacere del tutto e far dimenticare la propria esistenza. Pensai che il brav’uomo c’era andato giù pesante, e che a breve avrei letto sulla stampa degli attacchi violenti contro di lui. Pensai quindi di preparare un articolo per il mio periodico, in cui evidenziare le sue ragioni e cercare di dimostrargli in qualche modo che non era da solo a lottare contro i mulini a vento. Così, tempo di buttare giù una traccia, dopo avere parlato col mio Direttore, si era fatta l’ora di andare a casa di Archimede, dove Ric ed io ci eravamo dati appuntamento.

Archimede l’Archivista viveva con la sorella ed il cognato in un vecchio, grande, affascinante appartamento ottocentesco in Centro. Era la casa di famiglia, ci spiegò, ed il mobilio era rimasto tale quale quello degli Anni Trenta, scelto da suo padre che era stato Direttore della Biblioteca e collezionista di libri antichi. Tra le innumerevoli stanze dell’appartamento, una era dedicata a biblioteca storica, cioè per i libri antichi, una a biblioteca contemporanea, un’altra era lo studio di Archimede (ci disse di chiamarlo pure Archie, come Archie Goodwin, col quale condivideva una memoria prodigiosa, anche se Archie Goodwin in realtà si chiama Archibald), dove in mezzo a tutto quell’arredamento post-liberty e razionalista troneggiavano una postazione di computer con tanto di scanner e due stampanti (una laser ed una a colori, ci spiegò Archie). Sugli scaffali, oltre ad una quantità di libri sulla storia cittadina, c’erano anche moltissimi raccoglitori colorati che portavano scritto sul dorso ciò che contenevano.
Su uno dei pochi spazi liberi da scaffali, sulla parete vicino al computer, era appesa una foto di dimensioni notevoli nella quale si riconoscevano un Archie molto più giovane assieme allo Studioso, colti in un brindisi in osteria (“rigorosamente pompelmo”, spiegò Archie, “lo Studioso era astemio ed io per rispetto a lui anche”).
Archie ed il suo habitat mi avevano conquistata. Era un cinquanten

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