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Memoria: Trieste Via Cologna 6, Ritorno all'Inferno.

VIA COLOGNA 6: RITORNO ALL’INFERNO.

Giovedì 2 dicembre scorso la Provincia di Trieste, proprietaria dell’immobile di via Cologna dove ebbe sede, tra il dicembre 1944 e l’aprile 1945, l’Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia (il corpo di repressione fascista che si macchiò di orrendi crimini nell’espletamento delle sue funzioni antipartigiane), ha aperto l’edificio per permettere ad alcune persone che vi erano state detenute di entrarvi e di ricostruire le loro esperienze di prigionia.
Abbiamo così seguito Meri Merlach, Milka Kjuder, Jordan Zahar, Majda e Bogdan Berdon e Dora Rapotez (età media all’epoca 16 anni), arrestati nel corso di rastrellamenti di paesi del circondario. I sei ci hanno mostrato le celle sotterranee dove erano stati rinchiusi (allora le cantine erano suddivise in settori piccolissimi, tre metri per due, dove venivano ristretti i prigionieri che non riuscivano a volte neppure a stare in piedi); Meri ha ricordato i due coniugi Haas, Ruggero ed Albina, che erano stati arrestati in marzo a San Cilino superiore perché custodivano un bunker con armi e materiale di informazione. Dopo un mese di torture i due furono trasferiti al Coroneo, assieme a Meri, e furono poi fucilati il 28 aprile ad Opicina, assieme ad altre dodici persone, gli ultimi martiri della Resistenza triestina a pochi giorni dalla Liberazione della città.
Jordan ha rievocato un episodio, avvenuto il 15 o il 19 marzo. Un aviere si era gettato da una finestra nel cortile interno, uccidendosi, e lui aveva visto le tracce di sangue sul pavimento e la salma portata via. Ha anche ricordato la figura di Gaetano Collotti, il torturatore capo dell’Ispettorato, che era stato definito da Dietrich Allers (l’ufficiale della SS direttore della Risiera di San Sabba) come il loro “peggiore” collaboratore, che si ripuliva accuratamente gli abiti dalle gocce di sangue dei torturati.
Mentre Jordan ha poi ricordato di essere stato torturato con la “macchina elettrica” al primo piano dell’edificio che dà sulla via Cologna, Meri e Milka hanno narrato di essere state dapprima portate al pianoterra dell’edificio interno e poi da lì al secondo piano, in una stanzetta. Meri ha detto che l’avevano mandata dentro e lasciata sola con un poliziotto di nome Feruglio (giova ricordare che fece parte dell’Ispettorato un Renzo Feruglio, la cui firma appare in calce ad alcuni verbali di interrogatorio di membri del CLN arrestati, e che fu processato per collaborazionismo nel dopoguerra, condannato in primo grado e successivamente assolto). Le chiesero “conosci Caterina?”. Caterina era la cosiddetta “macchina elettrica”, con cui venivano torturati i prigionieri per farli parlare, ma visto che neppure con questo sistema Meri e Milka dissero i nomi dei partigiani di cui venivano loro mostrate le foto, gli aguzzini le legarono con una corda al soffitto della stanza e le fecero oscillare da una parte all’altra facendole quasi sbattere contro le pareti.
Gli altri prigionieri sentivano le urla ed i pianti dei torturati, così le madri sentivano le voci delle figlie e dei figli.
Dopo le torture le donne venivano portate nelle cantine sterrate suddivise in celle, prospicienti alla via Cologna. Non potevano gridare per farsi sentire dall’esterno: ci hanno spiegato che nonostante le finestrelle di aerazione si trovassero proprio a livello della strada, c’erano sempre dei guardiani che le tenevano d’occhio ed impedivano loro di gridare.
Milka ha però voluto ricordare un giovane poliziotto, di origine meridionale, di nome Paolino (non ne ha mai conosciuto il cognome) che si mostrò gentile con loro. Le aiutava ad andare al gabinetto, le incoraggiava dicendo che avrebbe trovato il modo di farle scappare. Nei giorni immediatamente successivi alla liberazione, Milka fu chiamata in via Cologna per riconoscere tra i poliziotti coloro che l’avevano torturata. Lei riconobbe solo Paolino, disse che si era comportato bene e così il giovane fu rilasciato, dicendo che sarebbe tornato a casa e non avrebbe più messo piede a Trieste.
Jordan ha poi raccontato che quando, nel dicembre 1945, era andato a farsi rilasciare la carta d’identità, aveva dovuto recarsi proprio in via Cologna, e la stanza adibita a questo servizio era proprio la stanza dove era stato torturato, così come i poliziotti in servizio erano gli stessi che lo avevano seviziato.
“Hai visto, ritornano”, li aveva sentiti dire mentre saliva le scale.
Invece a Meri era capitata un’altra esperienza. Negli anni ’60, al mercato del Ponterosso, aveva visto dietro una bancarella uno dei suoi torturatori, Giovanni Codeglia, che era stato dato per morto nel maggio 1945, “infoibato” dagli Jugoslavi, al punto che il suo nome si trovò sulla lapide dei caduti di PS nell’atrio della Questura di Trieste fino al 1998, quando fu tolto grazie all’interessamento dell’allora questore Lorenzo Cernetig, (oggi purtroppo prematuramente deceduto). A vederlo Meri si sentì male, ma Codeglia rimase a vendere portafogli e pelletterie al mercato per diversi anni. Morì in un incidente d’auto nel 1984, presso Matteria in Istria.
Non è stata una visita facile, naturalmente soprattutto per i testimoni, ma che ha toccato profondamente la sensibilità dei loro accompagnatori. È stata però una visita essenziale, documentata con foto, filmati e registrazioni, che verranno usate per ricostruire il pezzo di storia rivissuto in questa mattinata, per mantenere viva la memoria di questi crimini.
Proprio il giorno dopo è arrivata la notizia che il Ministero ai Beni Culturali ha dichiarato lo stabile di via Cologna di interesse storico (nell’inserto del giornale troverete uno stralcio del documento, con le motivazioni), primo passo questo verso la realizzazione di quella proposta che le associazioni resistenziali, storiche ed antifasciste hanno lanciato alle amministrazioni pubbliche, ossia l’istituzione di un museo che parli del fascismo e dell’antifascismo al confine orientale.
La proposta che vorremmo fare come organizzazioni antifasciste è che in questo stabile trovino spazio gli Istituti storici (Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione, Sezione storica della Biblioteca nazionale e degli studi slovena, Istituto Saranz) e le associazioni come l’Anpi, l’Aned e l’Anppia; che gli archivi di tutti costoro vengano riordinati e messi a disposizione degli studiosi, così come le biblioteche; che si trovi lo spazio per una mostra permanente che tratti dei crimini fascisti e della resistenza antifascista nelle nostre terre, che vi siano spazi per dibattiti e conferenze e per proiezioni; che uno stabile che ha visto tanto dolore e sofferenza diventi ora un posto dove i giovani ed anche i meno giovani possano prendere coscienza di un periodo buio che non deve più ripetersi ma anche del significato profondo di cosa significhi lottare per la libertà, la democrazia e la pace, cosa significhi costruire insieme un futuro migliore, che non tenga conto delle differenze tra etnie, sesso, religione, ma che ci veda tutti affratellati per il bene comune.

(tra le gallerie fotografiche potete trovare alcune foto relative alla visita in via Cologna)

dicembre 2010

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