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Memorie Di Un Torturatore

MEMORIE DI UN TORTURATORE.
Venuti a conoscenza che all’iniziativa “è storia” di Gorizia, organizzata dalla Libreria Editrice Goriziana, sotto l\'alto patronato della Presidenza della Repubblica e sponsorizzata, tra gli altri, dal Comune di Gorizia e la Regione Friuli Venezia Giulia, sarebbe intervenuto il generale francese Paul Aussaresses, abbiamo distribuito il seguente volantino:

C’È MEMORIA E MEMORIA.

Uno degli ospiti di questa edizione di “è storia” è il generale francese Paul Aussaresses, autore di un libro di memorie che, come leggiamo nel sito www.afrik.com/article8521.html (di seguito la traduzione dal francese) “fece scandalo” in Francia dopo la sua pubblicazione nel 2001, perché l’autore, che aveva comandato la repressione della rivolta algerina per l’indipendenza (quando l’Algeria era colonia francese) rivendicò di avere torturato e ucciso, tra il 1955 ed il 1957, molti prigionieri del Fronte di Liberazione algerino (ricordiamo che questa repressione portò alla “scomparsa” di tremila dei ventiquattromila algerini fatti prigionieri). In seguito a questa autobiografia fu condannato da un tribunale francese nel dicembre del 2005 per “apologia della tortura” e gli fu addirittura ritirata, dall’allora presidente Chirac, la decorazione della Legione d’Onore.
Il sito pubblica un passo di queste memorie, riguardante la “prima volta” di Aussaresses torturatore: “Era la prima volta che torturavo qualcuno. Il tipo è morto senza dire nulla. Io non ho pensato niente. Io non provo rammarico per questa morte. Se provo rammarico per qualcosa, è che egli non ha parlato prima di morire”.
Il sito aggiunge che sono state queste affermazioni che hanno scioccato l’opinione pubblica francese ed hanno portato al processo che condannò il generale.
Anche noi siamo scioccati da parole del genere, e siamo sconcertati nel vedere che il generale Aussaresses, orgoglioso rivendicatore di simili azioni, sia stato invitato a parlare a questo convegno. L’unico senso che avrebbe, a parer nostro, un suo intervento, sarebbe quello di dire, finalmente, che si vergogna di ciò che ha fatto e chiede scusa.
Altrimenti, troviamo la sua presenza scandalosa ed offensiva nei confronti di tutti i torturati ed i desaparecidos del mondo.

Aggiungiamo che Aussaresses fu poi “istruttore” alla “Escola de las americas”, di Panamà, dove gli USA insegnavano ai militari dell’America latina le tecniche di repressione (metodi di tortura compresi: vi ricordate il film di Costa Gavras “L’Amerikano”?) e successivamente, negli anni Settanta, fu istruttore dell’esercito in Argentina. L’Argentina di Videla, si suppone, quella nella quale scomparvero nel nulla migliaia di persone, le donne incinte venivano torturate, fatte partorire, i loro bambini rapiti e consegnati a famiglie legate alla dittatura, ed infine assassinate; l’Argentina dove le Madri di Plaza de Mayo da decenni chiedono sia fatta chiarezza e giustizia sulla morte dei loro figli e nipoti e dove, tanti anni dopo la caduta della dittatura, ancora nel settembre scorso è nuovamente desaparecido un testimone dei crimini della giunta militare, mentre i suoi torturatori di allora girano liberti ed indisturbati.

Ma nonostante tutto, non è stata la presenza del generale Aussaresses al festival goriziano (presenza per la quale bisogna ringraziare gli sponsor, immaginiamo) a scandalizzarci di più. No, la cosa peggiore è stato il contorno che ha circondato la figura del vecchio generale (condannato in patria e portato in trionfo a Gorizia); sono state le dichiarazioni degli “esperti” che lo hanno presentato ciò che maggiormente ci hanno colpito. È stato agghiacciante sentire i relatori sostenere che quando le circostanze eccezionali lo richiedono, e la lotta al terrorismo è una di queste circostanze, allora anche la tortura va bene, vanno bene anche le eliminazioni sbrigative senza processo, perché si tratta di salvare altre persone sacrificando quelle che si fanno prigioniere; e peggio ancora è stato constatare che di fronte a questi concetti il pubblico applaudiva e non abbiamo visto nessuno dissociarsi.
Perché noi pensavamo fosse un concetto basilare della nostra democrazia, sul quale non transigere, il fatto che quando una persona (sia pure il più feroce e pericoloso criminale esistente) viene arrestata dalle autorità e detenuta, lo Stato democratico che la tiene in prigionia non può in alcun modo venire meno alle proprie regole e non può sottoporla a trattamenti violenti e degradanti, per nessun motivo, né tanto meno procedere ad una sua eliminazione sbrigativa, né condannarla prima del processo. Uno Stato che permettesse questo tipo abusi non sarebbe più uno Stato di diritto: e se noi accettiamo che questa regola basilare venga meno, se accettiamo che qualcuno si arroghi il diritto di decidere quali sono le “circostanze eccezionali” e su quali prigionieri applicarle, vuol dire che siamo pronti per un nuovo nazismo.

Maggio 2007

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