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Olio di Oliva per Studiare la Storia.

PER IMPARARE LA STORIA USEREMO L’OLIO DI RICINO? NO, L’OLIO DI OLIVA!

Cari lettori, permettetemi di lasciarmi andare ai ricordi personali che mi legano a Gianni Oliva, divulgatore storico al quale sono particolarmente legata da quella volta che ci siamo trovati assieme a parlare ad un convegno sulle “foibe” a Venaria Reale, ad un certo punto citai la testimonianza (presumibilmente super partes) dell’agente britannico di collegamento con l’Esercito jugoslavo, John Earle (tuttora in vita) relativamente al fatto che l’esercito jugoslavo non eliminava gli italiani “sol perché italiani”, ma solo se erano fascisti. Al che l’Oliva rispose che all’epoca tutti gli italiani erano fascisti e perciò gli jugoslavi facevano fuori tutti gli italiani, e di fronte a questa affermazione che ho valutato, e valuto tuttora, del tutto fuori luogo, devo però ringraziare Oliva per avermi fatto provare per la prima volta un senso di orgoglio nazionale come cittadina italiana, io che sono internazionalista, ed ho avuto un moto di ribellione ed ho ribattuto che le parole di Oliva mi offendevano profondamente come italiana e come antifascista, e che offendevano ancora più profondamente tutti i tanti italiani che all’epoca non erano stati fascisti e che per il loro essere antifascisti avevano pagato la propria scelta con le persecuzioni, la prigione, il confino, l’esilio ed anche la vita, andando a combattere nella Resistenza; e che fu proprio grazie al loro sacrificio che l’Italia è potuta andare al tavolo della pace non come una nazione sconfitta ma come una nazione che aveva saputo riscattarsi dal fascismo che aveva scatenato una guerra infame.
Qualche anno dopo ho potuto constatare che l’Oliva è ancora dell’opinione che all’epoca tutto il popolo italiano era fascista, ha infatti affermato che il silenzio sulle “foibe” e sull’esodo non fu un silenzio voluto dal PCI (che pure aveva tutto l’interesse a non parlare di foibe, dato che ragionava come partito internazionalista e non nazionale, ed oltretutto era in imbarazzo perché gli infoibamenti erano sì stati fatti dagli jugoslavi, ma le “liste di proscrizione” erano locali) ma un silenzio di stato perché per anni vollero farci credere che il 25 aprile era la festa di tutti gli italiani, che gli italiani non avevano perso la guerra, che la guerra era stata una responsabilità solo del Re e di Mussolini, mentre invece il fascismo aveva potuto governare per tanti anni perché la classe dirigente e la base popolare erano favorevoli. Per poter travasare tutta questa classe dirigente dal vecchio al nuovo regime si dovette fingere di non avere perso la guerra: e per andare avanti in questa finzione si doveva negare che ci furono 10.000 infoibati dopo la fine della guerra (questo dato Oliva lo ha tratto, dice, da “osservatori imparziali dell’esercito alleato che non avevano alcun interesse a falsificare le cifre” e che “presumevano” nel 1945 la cifra di 10-12.000 infoibati) e che centinaia di migliaia di esuli dovettero andare via dalla Jugoslavia, “non per decreto”, aveva specificato prima, ma perché “in Jugoslavia non c’era futuro né speranza, sarebbe stato impossibile vivere”.
Questa la sintesi oliviana del motivo per cui ci furono per decenni “silenzio ed omissioni” sulla sorte degli italiani del confine orientale, che sarebbero stati gli unici a pagare il prezzo della sconfitta dell’Italia (beh, i morti sotto i bombardamenti e la distruzione di buona parte della penisola non furono uno scherzo neppure per gli altri, oserei dire).
Tuttavia Oliva aveva anche precedentemente affermato che c’erano dei motivi di equilibrio internazionale nel non voler mettere in difficoltà la Jugoslavia dopo la rottura di Tito con Stalin ed il passaggio della Jugoslavia tra gli “interlocutori” dell’Occidente; chiave di lettura piuttosto diffusa, anche se io propenderei per l’altra interpretazione, che afferma che quando l’Italia si trovava a rischio di processo per i crimini di guerra commessi in Jugoslavia, oltre che in Grecia ed Albania, i servizi militari crearono il contraltare delle “foibe” di cui si sarebbero macchiati gli Jugoslavi nei confronti degli italiani, e così le due cose si annullarono a vicenda, con buona pace della giustizia militare.
Torniamo sul discorso per cui in Jugoslavia “sarebbe stato impossibile vivere”. Eppure non sembra che fino a che durò la tanto vituperata Jugoslavia la gente stesse tanto male dall’altra parte, neppure la comunità italiana che ha sempre goduto di diritti che la comunità slovena in Italia si sta ancora sognando.
Oliva ne ha avute anche per Tito. che era un nazional-comunista; che dopo che l’ideologia nazionalista italiana aveva portato all’invasione della Jugoslavia con i tedeschi la reazione dall’altra parte fu di creare un nazionalismo jugoslavo che creasse un collante tra i territori in modo da liberarli dall’occupazione; l’idea di Tito era di inglobare tutti i territori misti per farli diventare jugoslavi, e quindi eliminare tutti coloro che si opponevano all’annessione (più avanti ha specificato che il “nazionalismo slavo ha portato agli infoibamenti”). Ora si capisce perché lubrificare con olio di Oliva gli “infoibati” e farli diventare 10.000: se si valutassero le cifre esatte, non considerando nel novero degli “infoibati” i morti in combattimento, i militari deceduti in prigionia, le vittime di vendette personali ed i criminali di guerra condannati a morte, si vedrebbe che gli oppositori al “progetto jugoslavo” uccisi nel periodo erano talmente pochi da non poter in tal modo giustificare la teoria “annessionistica” di Oliva.
Dopo questa analisi storica del tutto personale, Oliva ha ribadito le proprie teorie didattiche, per le quali deve essersi ispirato a quanto teorizzato (come futuro negativo) nel “1984” di Orwell. Secondo Oliva un libro di divulgazione storica non deve essere come un libro di storia che su trenta righe di testo ha venti righe di note a piè di pagina che appesantiscono la lettura e distraggono il lettore. Ed il dovere dello storico è non solo fare il ricercatore ma anche il divulgatore. In linea di massima potremmo anche essere d’accordo, ma riteniamo comunque che forse è meglio divulgare cose che si sono verificate tramite delle ricerche che non ricercare e divulgare cavolate (chiediamo scusa per il termine, ma ogni tanto ci lasciamo prendere dall’emotività), come accaduto in una “nota a piè di pagina” (di cui Oliva avrebbe effettivamente fatto meglio a fare a meno) del suo “Foibe” quando scrive che la lapidazione e la decapitazione di Giuseppe Cernecca erano dimostrate dall’autopsia effettuata sul suo corpo, mentre è risaputo che la figlia ha sempre detto di non avere mai recuperato il corpo del genitore, quindi sarebbe interessante sapere da dove Oliva ha tratto i dati di questa autopsia.
Altro assioma oliviano è che per imparare la storia contemporanea è meglio rivolgersi alla letteratura che ai libri di storia, perché il letterato ha un approccio emotivo e non razionale e quindi racconta la verità a differenza di chi scrive la storia per trasformarla.
A prescindere che uno storico non dovrebbe scrivere la storia per trasformarla (ma che razza di storici frequenta Gianni Oliva, ci domandiamo a questo punto), sappiamo bene che a volte la letteratura, proprio in quanto opera d’arte che non ha necessariamente obblighi di attendibilità e credibilità, può permettersi di sviare dalla realtà dei fatti. Ad esempio leggiamo nella “Foiba grande” di Carlo Sgorlon (autore citato positivamente da Oliva) che il Pozzo della miniera di Basovizza (oggi “foiba di Basovizza”, monumento nazionale) veniva usato per gli “infoibamenti” già all’epoca del Marquardo di Aquileia (cioè nel Trecento) , racconto che è effettivamente molto emotivo ma scarsamente storico, dato il pozzo di Basovizza è stato scavato per la ricerca del carbone all’inizio del Novecento… circa 600 anni dopo.
Ma meglio di tutto per Oliva sarebbe fare un libro fotografico in cui si ricostruisce un percorso e quindi è più divulgativo possibile. La storia a fumetti o a didascalie, come nei giornalini del Ventennio? Ci spieghi Oliva come può divulgare la storia dell’incendio del Balkan con quattro righe sotto la foto del Narodni dom distrutto dalle fiamme; o se basta pubblicare una foto di Auschwitz ed una dei recuperi dalle foibe istriane corredate da due righe di ideologia per concludere che nazisti e comunisti erano tutti criminali; ed infine come si potrebbe commentare, sempre in didascalia, una foto di Hiroshima.
Infine, il seguace della neolingua ha concluso che meglio di tutto sarebbe fare divulgazione storica in TV, come ha sempre fatto “l’ottimo Minoli” che andrebbe spostato in prima serata. L’ottimo Minoli, in effetti, tanto spazio ha dato, in materia di foibe, alle fantasie di Graziano Udovisi, alle bufale delle microcamere calate negli abissi a riprendere teschi che sembravano messi artatamente in posa, e via di seguito.
Ci rimane un unico dubbio: diventeremo un popolo di pecoroni o un popolo di buoi?

marzo 2011

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