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Ora e Sempre Resistenza! 25 aprile 2014

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

NON LEOPARDI, IL MITRA.
Tempo ci assali nelle notti
brevi di luna e sui monti del Carso
nelle doline nutri i giochi del cuore
lo slavo e io beviamo l'aspro Terrano
ricordando i villaggi bruciati dai fascisti,
raccogliamo un mazzo di zinnie soltanto,
rosse zinnie di agosto,
per adornare i cimiteri
dei nostri partigiani trucidati.
Fery Fölkel

Per la celebrazione organizzata dalla Lega nazionale nel decennale dell’istituzione del Giorno del ricordo del 10 febbraio, il Comune di Trieste ha messo a disposizione la “prestigiosa e nobile” (parole del sindaco Cosolini) sala del Ridotto del Teatro Verdi, stessa location delle riunioni delle logge massoniche che cospiravano, all’epoca dell’Impero austroungarico, per l’italianità di Trieste. Il sindaco (che peraltro non ha ritenuto di partecipare di persona alla commemorazione per i 70 anni della fucilazione di 71 ostaggi ad Opicina, ma ha delegato l’assessore Treu) è pure intervenuto all’evento, ribadendo l’inaccettabilità della messa in discussione dell’appartenenza di Trieste all’Italia, considerando “l’itinerario fatto di sangue per il ricongiungimento di Trieste all’Italia”, e la condanna di un non meglio identificato “negazionismo” delle foibe stigmatizzato dal presidente della Lega nazionale, l’avvocato Paolo Sardos Albertini.
Sardos ha sostanzialmente affermato che è necessario “fronteggiare” certi “personaggi” che in occasione del Giorno del ricordo parlano “per negare” gli eventi, personaggi, ha proseguito, che hanno “ben poco credito” e sono stati “sconfessati in maniera solenne” dalla promulgazione della legge sul Giorno del Ricordo che ha dichiarato che “foibe ed esodo sono tragedie importanti”.
Forse è perché Sardos è un avvocato e non uno storico che manifesta la convinzione che la storia è quella sancita per legge? Convinzione piuttosto curiosa ed applicabile più ad uno stato totalitario che non ad uno stato di diritto, come riteniamo invece sia il nostro. D’altra parte, a leggere attentamente (scusate il bisticcio) la legge, è ben chiaro che ciò che viene sancito non è l’imposizione di una lettura storica, ma la necessità di approfondire, dal punto di vista storico, le “più complesse vicende del confine orientale”.
Approfondimento che Sardos farebbe bene a fare, visto che ha affermato che le foibe e l’esodo sono “la tragedia più grave che ha colpito la nazione italiana nei 150 anni della sua storia unitaria”, con un esodo di 350.000 persone ed il massacro nelle foibe di 10/15.000 italiani”. E che la Lega nazionale, della quale è presidente e che ha in gestione il museo del monumento nazionale della “foiba” di Basovizza, apre con queste parole la pagina internet dedicata all’“approfondimento” della vicenda delle “foibe”:
Almeno diecimila persone, negli anni drammatici a cavallo del 1945, sono state torturate e uccise a Trieste e nell'Istria controllata dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito. E, in gran parte, vennero gettate (molte ancora vive) dentro le voragini naturali disseminate sull'altipiano del Carso, le "foibe".

Dunque sembra che l’avvocato Sardos abbia bisogno di un ripasso storico, pertanto (con l’auspicio di non essere considerati “negazionisti” solo perché non concordiamo, in base ai documenti ed ai dati storici da noi analizzati, con le sue valutazioni), vediamo di fare un breve aggiornamento.
Cominciamo con i “numeri” dell’esodo: nel 1958 l’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati pubblicò una sorta di censimento dal quale appare che i “profughi legalmente riconosciuti” erano 190.905 (poco più della metà della cifra detta da Sardos). Quanto agli “infoibati”: per quanto riguarda l’Istria, dall’8 settembre 1943 fino all’aprile del 1945 erano state registrate 500 pratiche di persone uccise in vario modo dai partigiani jugoslavi (da una nota del federale dell’Istria Bilucaglia pubblicata in “…e fu l’esilio” di Luigi Papo, Settimo sigillo) e furono circa duecento le salme esumate dalle varie foibe istriane nell’autunno 1943). Relativamente all’immediato dopoguerra dalla provincia di Trieste risultano scomparse meno di 500 persone, da Gorizia 550, da Fiume 400 (per la maggior parte militari e forze di polizia); nella città di Pola, come testimoniato da Sergio Cionci (che aveva lavorato all’Ufficio epurazione) in un’intervista rilasciata al giornalista Andrea Romoli, “non vi furono massacri”, gli arrestati in maggio scontarono uno o due mesi ai lavori forzati e poi rientrarono a casa (nella presentazione libro “L’ultimo testimone” a Pordenone 24/2/14) .
Questi sarebbero i dati storici reali, dei quali dovrebbe tenere conto chi si occupa delle visite guidate alla “foiba” di Basovizza (dove, come abbiamo già ribadito, non risulta si siano svolte esecuzioni di massa).
Come aggiornamento storico per l’avvocato Sardos, ma non solo, vorremmo ora fare un breve excursus delle tragedie che hanno colpito la nazione italiana dal 1860 ad oggi.
Iniziamo dalle catastrofi naturali, e citiamo solo i tre terremoti più disastrosi: Basilicata, 1857: 12.000 morti; Messina e Reggio Calabria, 1908: 100.000 morti; Abruzzo 1915: 33.000 morti.
Parliamo poi dell’epidemia di colera che tra il 1884 ed il 1887 causò 1.655 morti nella provincia di Cuneo, 1.438 in quella di Genova e 7.994 in quella di Napoli.
Passiamo alle guerre (tutte di aggressione, detto per inciso). Nelle varie campagne di Libia hanno perso la vita 8.000 militari italiani; nella guerra d’Etiopia più di 6.000.
Nella prima guerra mondiale, invece, i morti italiani furono 651.000 militari e 1.021.000 civili (432.000 di essi a causa dell'influenza spagnola). Naturalmente in questo contesto non sono considerati i caduti della nostra regione, che faceva parte dell’Impero austroungarico.
Passando alla seconda guerra mondiale, secondo i dati forniti dall’Istituto centrale di statistica nel 1957, abbiamo 291.376 morti militari e 153.417 morti civili, di cui 61.432 a causa dei bombardamenti e 64.000 dovuti alla repressione nazista.
Nell’ottobre del 1943 il ripristino dell’“ordine” nazifascista in Istria costò dai diecimila ai tredicimila morti (secondo i comunicati ufficiali apparsi sulla stampa dell’epoca) che non vengono mai nominati quando si parla della tragedia delle foibe istriane.
Volendo fare un discorso specifico per Trieste, possiamo dire che nella nostra attuale provincia per cause di guerra sono morte 7.700 persone (censite dall’Istituto Friulano di Storia del Movimento di Liberazione che ha pubblicato quattro volumi relativi alle province della Regione), di cui quasi metà civili, 762 sotto i bombardamenti, 1.470 deportate nei lager nazisti (tra esse più di 400 partigiani e 668 Ebrei).
Cominciamo parlando degli arresti e le deportazioni della Comunità ebraica, che iniziarono nell’ottobre del 1943, e culminarono con l’arresto e la deportazione degli ottanta anziani ricoverati nella Pia casa Gentilomo (20/1/44).
Passiamo ad un elenco di esecuzioni e rappresaglie, chiedendo preventivamente scusa se abbiamo tralasciato qualche episodio.
2 ottobre 1943: incendio di rappresaglia del paese di Caresana (Mačkolje);
7 marzo 44: impiccagione nel centro di Opicina della staffetta Rozaljia Kos, sessantenne, madre di sei figli;
3 aprile 1944: 71 prigionieri fucilati per rappresaglia al poligono di Opicina, sembra che furono usati i loro corpi per provare la funzionalità del forno crematorio della Risiera;
23 aprile 1944: 51 prigionieri impiccati per rappresaglia nell’edificio del Conservatorio di musica di via Ghega (alcuni anche alle finestre affinché la popolazione potesse vederli);
28 maggio 1944: incendiato per rappresaglia il villaggio di Gabrovizza (Gabrovec), 9 morti tra cui una bambina di 5 anni;
29 maggio 1944: 11 partigiani impiccati per rappresaglia a Prosecco;
16 agosto 1944: dati alle fiamme dai nazifascisti i villaggi di Malchina, Ceroglie, Visogliano, Medeazza;
29 agosto 1944: fucilazione di 5 staffette e di 3 partigiani ad Opicina;
18 settembre 1944: 19 partigiani fucilati ad Opicina tra cui Natale Kolaric;
21 settembre 1944: 5 partigiani della “missione Molina” uccisi in Risiera;
31 dicembre 1944: fucilato in Risiera il partigiano Bruno Vellenik;
10 gennaio 1945: rastrellamento del villaggio di Borst, 4 morti;
7 febbraio 1945: fucilati nel cortile del carcere del Coroneo 4 partigiani della “banda Vellenik”;
21 marzo 1945: rastrellamento nel villaggio di Longera, 4 morti;
28 marzo 1945: 5 gappisti impiccati in via D’Azeglio;
28 aprile 1945: 20 partigiani fucilati ad Opicina.

Va inoltre ricordato che a Trieste funzionò il campo di concentramento della Risiera di San Sabba, attraverso il quale transitarono migliaia di persone, di tutte le etnie, rastrellate nei paesi del circondario ma anche da zone più lontane, per la maggior parte (soprattutto gli Ebrei) furono inviate nei lager nazisti. Risultano censite 315 vittime, ma le stime parlano di alcune migliaia di uccisi, per lo più partigiani sloveni e croati. Le persone venivano uccise in modo sommario ed i loro corpi bruciati nel forno che fu fatto saltare in aria dalle SS prima di abbandonare la città in previsione dell’arrivo dell’Esercito jugoslavo.
Ricorre quest’anno il settantesimo anniversario della maggior parte di questi eccidi e della “inaugurazione” del lager della Risiera: eppure in questa città si sente parlare solo di esodo istriano e di foibe, per lo più basandosi su dati storici falsati e senza contestualizzazione, come se non ci fosse stata una guerra mondiale dichiarata anche dall’Italia fascista a fianco del suo alleato nazista. Ma finché si continuerà a fare propaganda invece che storia, i fantasmi del passato non verranno mai sconfitti, e torneranno fuori, come sta accadendo in tutta Europa.

25 aprile 2014

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