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      Mučeniška Pot


Ordine Pubblico Nel 2010

LA TRAPPOLA DELLA VIOLENZA.
Il 14 dicembre scorso a Roma, in concomitanza con il voto di fiducia al governo del cavaliere tessera P2 1816 Silvio Berlusconi, gli studenti (ma non solo) sono scesi in piazza per esprimere la loro sfiducia ad un governo che sta distruggendo il Paese, e ad un certo punto le manifestazioni sono degenerate in scontri che, fortunatamente, non hanno avuto conseguenze gravi dal punto di vista dell’integrità fisica di nessuno.
Prima di valutare la conseguenza politica di questi scontri, vorremmo riportare alcune cose che sono state dette nel corso di un’assemblea universitaria svoltasi a Trieste il 20 dicembre.
Uno studente, che aveva assistito ai movimenti del settore cosiddetto dei “black bloc” (ma perché i “black bloc” escono allo scoperto solo in determinate occasioni?) dal momento in cui li ha incontrati sul Lungotevere, ha fatto presente che questi persone, che secondo lui erano un migliaio, sono state libere di fare di tutto, ed ha anche ipotizzato che all’interno del gruppo vi fossero elementi di destra (questa osservazione ci è stata fatta anche da un’altra persona cui era sembrato di vedere bandiere di destra nelle immagini mandate in onda), ma che non tutto il gruppo si era messo a “spaccare”, molti si erano sistemati come a protezione degli altri. Ad un certo punto, ha detto il testimone, sul Lungotevere queste persone arrivate con caschi si sono avvicinate ad un furgoncino da lavoro (che sembrava lasciato lì apposta, ha commentato lo studente) dal quale hanno prelevato pietre e bastoni e si sono lanciati in un’ora di danneggiamenti ad “obiettivi anticapitalistici” (relata refero: ma personalmente diremmo atti di teppismo tout court), tra cui una Mercedes probabilmente russa.
Queste persone non hanno usato molotov, si sono dedicate a puro teppismo, senza che alcuno sia intervenuto, neanche quando, ad un certo punto sono arrivati due vigili urbani in moto e sono stati aggrediti; a conferma che non sarebbero stati i black bloc a tirare le molotov, il testimone ha detto che nel tragitto verso piazza del Popolo questi hanno sì assaltato bancomat e pompe di benzina, ma senza prelevare carburante.
In piazza del Popolo, infine, la polizia ha caricato le persone che stavano dietro quelle coi caschi, ed ad un certo punto, sempre stando al racconto di questo studente, la gente in piazza sarebbe stata dalla parte dei black bloc perché questi si sarebbero messi a difendere i manifestanti aggrediti dalla polizia.
Fino qui la descrizione di quanto sarebbe accaduto. Non essendo stati presenti, riportiamo quanto detto confidando che la relazione sia stata corretta, ma naturalmente la presentiamo con beneficio d’inventario.
Ciò che invece vogliamo considerare ora sono i commenti che abbiamo sentito fare, sia nel corso dell’assemblea, sia in generale nei blog e sulla stampa.
Non si è trattata di una sparuta minoranza che si è data alla violenza, abbiamo sentito dire, ma dato che gli arrabbiati sono molti è logico che poi questa rabbia sia sfociata in violenza. Abbiamo anche sentito dire che è giusto che si possa arrivare fino sotto i palazzi del potere e che per poterlo fare bisogna mettere in gioco i propri corpi, e quindi per questo è giusto andare ai cortei con i caschi per evitare di prenderle. Ed abbiamo anche sentito dire che in fin dei conti bruciare una mercedes è solo un modo di fare paura a chi può permettersi di comprarla.
Chi scrive ha vissuto, nel bene e nel male, il movimento del 77, e posso dire che di fronte a certi discorsi, fatti a più di trent’anni di distanza, ho avuto paura. Paura perché quando si inizia a parlare di come gestire la violenza nelle manifestazioni di massa si sa dove si comincia ma non si sa come si va a finire. Paura perché ricordo come si è evoluto (involuto, più esattamente) il movimento del 77, che da una giusta critica al comportamento della sinistra tradizionale, oscillante tra immobilismo e compromesso a tutti i costi, ha finito col fare della provocazione il fine e non il mezzo di lotta politica. E quando la violenza, da teppismo diffuso, è diventata violenza vera, con il salto del fosso verso la lotta armata di una minima parte del movimento, il resto del movimento, che si era limitato a giocare col fuoco, ha preferito il riflusso che ricominciare a fare politica in maniera costruttiva.
Lo so che posso sembrare un grillo parlante (figura simbolica che detesto, detto per inciso), ma vorrei porre alcune riflessioni a chi si appresta a tornare in piazza contro la politica criminale di questo governo che ci sta portando alla rovina.
Dato per assodato che chi ci governa se ne frega abbondantemente se scendiamo in piazza o no, quindi le nostre manifestazioni non dovrebbero essere finalizzate tanto a farci vedere da “loro”, o cercare di mettergli paura (!), ma piuttosto a cercare un contatto con la gente che ancora non si muove e non ha preso coscienza, quindi cosa c’è di più positivo nel “mettere in gioco i propri corpi” (leggasi “prenderle”) per sfondare la fantomatica linea rossa invece di manifestare tranquillamente altrove, senza bisogno di indossare i caschi (che sono di una scomodità notevole da portarsi dietro, e, scomodo per scomodo, forse è meglio un cartello esplicativo che faccia capire perché si è in piazza).
C\'è un\'arrabbiatura generalizzata? D\'accordo, ma non è teppistandosi che si risolvono i problemi che ci fanno arrabbiare.
Che senso ha cercare di alzare il livello dello scontro in maniera violenta, sapendo che alla fine non si ottiene nulla, salvo rischiare che qualcuno ci lasci la pelle com’è già successo? Perché non ci chiediamo piuttosto come mai certe strane compagini (dai black bloc agli anarchici informali che mandano pacchi bomba) saltino fuori solo in determinati momenti, cioè subito dopo che il potere ha lanciato l’allarme terrorismo politico in arrivo, come a dargli ragione? E guarda caso, subito dopo questi scontri, che pure non sono stati tra i più violenti che ci si ricordi, è scattato l’allarme, la richiesta di vietare tutte le manifestazioni, addirittura a ricorrere al fermo preventivo di polizia. Casualità o progetto a tavolino?
Perché poi ci si dovrebbe vergognare a dire che l’imperatore è nudo, e cioè che spaccare bancomat e bruciare mercedes è puro teppismo idiota e non ha nulla di politico? Non perché bancomat e mercedes siano valori da difendere, ma perché semplicemente non sono loro gli obiettivi della lotta che è necessario intraprendere.
Quali sono gli obiettivi, allora? Innanzitutto far comprendere a chi ci sta attorno che la situazione è tragica, che dalla crisi non ci tireremo fuori con le politiche di questo governo, che non è vivendo al di sopra delle nostre possibilità per rincorrere valori che non sono veri valori che migliorerà la nostra vita. Che abbiamo bisogno di una rivoluzione che sia prima di tutto culturale, che vada a far comprendere i reali bisogni che abbiamo, che non sono le tecnologie più avanzate o i reality in TV, né il tifo allo stadio o l’happy hour del venerdì sera. Che il pianeta è in pericolo per tutto ciò che il modello capitalista ha portato avanti in questi anni, che mentre tre quarti del mondo vive in miseria noi che abbiamo da mangiare ci nutriamo di veleni, che il motivo per cui questo potere odia tanto la cultura è che sa perfettamente che se la gente inizia a ragionare finisce col comprendere che “quella che chiamano una situazione legale è solo una legge che fa della gran massa dei cittadini delle bestie da soma per soddisfare i bisogni snaturati di una minoranza insignificante e corrotta” (Georg Buchner, 1833).
Dove il difficile sarà riuscire a fare tutto questo senza cadere nella trappola del potere che ci vuole spingere alla violenza per criminalizzarci e metterci fuori legge.

dicembre 2010

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