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Padre Placido Cortese.

LA STORIA DI PADRE PLACIDO CORTESE.
Nicolò Cortese nacque nell’isola di Cherso nel 1907, e prese i voti a 17 anni, diventando padre Placido nel 1924 come frate minore francescano; nel 1930 diventò sacerdote e dopo l’esperienza di una parrocchia a Milano, nel 1937 ritornò a Padova con l’incarico di direttore del Messaggero di Sant'Antonio, la rivista dei frati della basilica.
Nel 1942 venne istituito nella vicina località di Chiesanuova uno dei campi di concentramento fascisti per gli internati sloveni e croati provenienti dalla Jugoslavia occupata. Padre Placido, coerente con il suo ideale di sostegno verso i poveri ed i meno fortunati, iniziò subito ad aiutare i prigionieri, portando di nascosto viveri e beni di conforto ed anche corrispondenza per i prigionieri, con i quali poteva comunicare anche perché conosceva la loro lingua materna.
Dopo l’occupazione nazista il religioso organizzò una rete clandestina per far scappare chi rischiava di venire deportato nei lager: ex prigionieri di Chiesanuova, Ebrei, militari allo sbando; con l’aiuto dei suoi collaboratori (citiamo le due giovani sorelle Martini, che furono per questo deportate a Mauthausen, che per stornare i sospetti accompagnavano i fuggiaschi alla stazione e poi nel viaggio in treno sulla linea Verona, Milano, verso la Svizzera) padre Placido riuscì a mettere in salvo centinaia di persone.
Padre Placido fabbricava documenti falsi usando la tipografia della rivista che dirigeva e cercando tra le foto degli ex voto lasciati dai parenti sotto la statua di S. Antonio immagini che potevano adattarsi alle persone cui doveva dare una nuova identità.
Si diffuse così la voce che tramite padre Placido della Basilica del Santo era possibile mettersi in salvo dalle deportazioni, ma naturalmente ciò venne a conoscenza anche dei nazifascisti. Tradito da un conoscente, padre Cortese fu arrestato l’8/10/44 da agenti in borghese e consegnato alla SS; portato a Trieste, rinchiuso nel palazzo di piazza Oberdan fu ferocemente torturato, ma non fece alcun nome. Dato che non si sa se sia morto sotto le torture o fucilato né si sa cosa ne sia stato della sua salma, forse bruciata nella Risiera, lo possiamo definire un desaparecido del regime nazifascista.
Così lo ricorda l’artista Zoran Musič, che era stato anche detenuto nel bunker della Gestapo:
“L’avevano picchiato duramente. Era una persona squisita. Teneva un comportamento da mite e pieno di speranza. Pregava sempre, a mezza voce. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere, la fermezza e la fede di quel piccolo e fragile padre, che non si arrese e non tradì nulla”.
Da alcuni anni è in corso la causa di beatificazione per padre Cortese.

(Biografia tratta da http://www.vocazionefrancescana.org/p/p.html).

settembre 2016

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