Articolo

      Mučeniška Pot


Perché Intitolare Una Via a Trieste a Mario Granbassi?

PERCHÉ INTITOLARE A TRIESTE UNA VIA A MARIO GRANBASSI?
Tra i vari tipi di revisionismo storico e culturale è da tempo in vigore anche quello, neppure tanto strisciante, che si basa sul concetto che, indipendentemente da quanto e cosa una persona abbia fatto in vita, il solo fatto che sia morta per morte violenta ne fa di diritto un “eroe” o quantomeno qualcuno da onorare e commemorare.
Come il fatto di voler considerare, genericamente, “martiri delle foibe” tutti coloro che furono uccisi per regolamenti di conti o vendette personali durante o dopo la seconda guerra mondiale, indipendentemente se questi in vita si erano macchiati di crimini o semplicemente hanno avuto la sventura di trovarsi nel momento sbagliato al posto sbagliato. C’è una certa qual differenza tra un Salvo D’Acquisto, che sacrificò la propria vita per salvare quella di altri, ed il malcapitato agente della polizia fascista che fu ucciso sbrigativamente per vendetta da parte di chi aveva patito sotto le sue torture.
Ambedue morti ingiustamente per mano altrui, la morte ingiusta non può però cancellare ciò che era la persona in vita.
Come l’ex prefetto, nonché magistrato del Tribunale speciale per la Dalmazia, Vincenzo Serrentino, condannato a morte in Jugoslavia, che era stato denunciato per crimini di guerra alla Commissione competente delle Nazioni unite per il quale è stata consegnata agli eredi una targa ricordo in quanto è stato considerato “ infoibati”.
Un altro dei mezzi usati per la riabilitazione di esponenti del regime fascista (e, di conseguenza, anche del fascismo tout court) sono le operazioni toponomastiche.
Sta suscitando un grosso dibattito, con ripercussioni anche internazionali, la proposta della Giunta comunale di Trieste di dedicare una scalinata al giornalista triestino Mario Granbassi, volontario filo franchista nella guerra di Spagna, morto nel 1939 durante le battaglie per la conquista della Catalogna che resisteva ancora all’invasione golpista. Contro questa intitolazione si è costituito un Comitato, coordinato da Claudio Cossu e che vede aderenti, tra gli altri, Boris Pahor, Pier Aldo Rovatti, Fulvio Camerini, Sergio Grmek Germani, Claudio Venza, Alessandro Giadrossi, Franco Cecotti, Diana de Rosa e altri docenti universitari, tra i quali una sessantina di insegnanti dell’Università di Barcellona; messaggi di adesione sono stati inviati inoltre da Moni Ovadia, Enzo Collotti, Fulvio Salimbeni, Mimmo Franzinelli e Margherita Hack.
Vediamo innanzitutto la motivazione per la medaglia d’oro alla memoria conferita a Granbassi nel 1940:
Comandante del plotone arditi di battaglione, si lanciava audacemente contro una munitissima posizione nemica che, con nutrito fuoco, causava forti perdite al suo battaglione, riuscendo, dopo aspro combattimento a corpo a corpo, a scacciarne l’avversario. Ferito, si faceva medicare sommariamente. Ripreso il comando dei suoi arditi, si gettava ancora, con suprema audacia, nella lotta finché, investito da una raffica di mitragliatrice, cadeva colpito a morte. Prima di spirare inneggiava all’Italia, incitando i suoi uomini a continuare la lotta e a non preoccuparsi della sua persona.
Motivazione che logicamente (essendo stata redatta in piena epoca di guerra fascista) non tiene conto che il “nemico” contro cui combatteva Granbassi era in realtà quella parte del popolo e dell’esercito legittimo di Spagna che difendeva la Repubblica dalle formazioni golpiste di Franco, e che l’intervento fascista italiano nella guerra di Spagna ha rappresentato un’ingerenza politica e militare che ha causato migliaia di morti tra la popolazione civile. Ricordiamo che l’aviazione fascista bombardò ripetutamente la Spagna, come “esperimento” di prova degli effetti che potevano provocare gli attacchi aerei sulla resistenza della popolazione; che nella sola Barcellona i bombardamenti fascisti provocarono 3.000 morti; e per dare l’idea degli ideali che mossero il governo fascista, citiamo Galeazzo Ciano che scrisse nel suo “Diario”: “Meglio che ci temano come aviatori piuttosto che ci apprezzino come mandolinisti”. Tutto questo poteva andare bene per le autorità italiane nel 1940, ma pensiamo che nel 2008 qualcosa dovrebbe essere cambiato.
Prendiamo ora il diario di Granbassi, che in merito alla sua decisione di partire volontario ad aiutare i golpisti scrisse:
“La sento tanto profondamente come una guerra fascista, questa che sono venuto a combattere, sacrificando i miei affetti più cari e abbandonando il mio posto di lavoro!”. Ed ancora: “Gridare il nome del Duce, in faccia a questa trincea comunista, in questa notte di guerra, tanto lontano dalla Patria, è per me una soddisfazione che mi dà un’emozione profonda”.
Come contraltare a queste frasi da militante fascista vengono a volte citate altre parole di Granbassi, rivolte alla famiglia: “Piccoli miei, Fernanda, povera e buona mamma, come ho potuto lasciarvi?” Ma nessuno aggiunge la risposta che lo stesso Granbassi si dà: “Ma la fede è più viva che mai!”, frase che ci restituisce l’immagine del fanatico che ritroveremo in altre espressioni, come “ogni annunzio di azione mi eccita” e “invidio i miei colleghi che sono in trincea”.
Questo l’ideale che spinse Granbassi ad andare in Spagna: combattere i “rossi” e far vincere il fascismo, abbandonando per esso la famiglia e la sua professione di giornalista. In epoca fascista questo era più che sufficiente per intitolargli una via, che il Comune di Trieste gli dedicò nell’ambito dell’eliminazione dalla toponomastica di nomi non “ariani”: infatti il nome di Granbassi “eroe fascista” soppiantò quello dello storico Samuele Romanin, che era troppo “giudeo” per poter essere ricordato in una città fascista, soprattutto dopo l’emanazione delle leggi razziali.
Nell’immediato dopoguerra il Consiglio comunale di Trieste decise di mutare la toponomastica cittadina, per adeguarsi ai nuovi valori democratici che avevano sostituito quelli fascisti. In questo contesto il nome dell’“eroe fascista” Mario Granbassi fu tolto ed il tutto sembrò finire così.
Ma dato che a volte ritornano, alcuni mesi or sono il vicesindaco di Trieste, Gilberto Paris Lippi (più di trent’anni di militanza politica, dal Fronte della Gioventù all’MSI, poi AN, oggi Partito della Libertà) propose di rinnovare a Granbassi l’intitolazione di un pezzo di strada, nella fattispecie una scalinata nel rione di San Vito. Stavolta però non con la motivazione di “eroe fascista”, ma per i suoi “meriti giornalistici”.
Eh sì, perché Granbassi, oltre ad essere un volontario fascista fanatico fu anche un giornalista. Ma fu un buon giornalista, bravo al punto da meritare di essere ricordato in una via?
Vediamo chi era Granbassi prima di andare a morire in Catalogna. Scrive Guido Botteri (su “La Bora”, gennaio 1980):
“Mario Granbassi ha 12 anni quando, anche a Pisino, arriva l’Italia; ha 15 anni al momento della marcia su Roma e ne ha 18 quando si instaura la dittatura. Le tradizioni della famiglia (il padre, un Niederkorn, di ceppo originario del Lussemburgo, è esponente di un irredentismo con vocazioni socialiste) si innestano, e in parte si contraddicono, negli scontri nazionalistici tra italiani e croati, particolarmente aspri al centro dell’Istria. Fascismo e Italia sono intesi come sinonimi”.
Vogliamo qui ricordare che fu proprio nel corso degli “scontri nazionalistici tra italiani e croati” a Pisino che i nazionalisti italiani crearono la delicata poesiola che recita
A Pola xe l’Arena,
La “Foiba” xe a Pisin
che i buta zò in quel fondo
chi ga zerto morbin.
E a chi con zerte storie
Fra i piè ne vegnerà,
Diseghe ciaro e tondo:
Feve più in là, più in là.
Versi che teorizzano la pratica dell’infoibamento per motivi etnici, metodo ideato non dagli “slavi”, come vuole la vulgata corrente, ma dagli irredentisti istriani filo-italiani.
Tornando a Granbassi, è stato detto che la via viene dedicata al giornalista e non al combattente, quindi vediamo la carriera giornalistica di Granbassi. Ventitreenne, nel 1930 era già il conduttore di una rubrica radiofonica dell’Eiar rivolta ai piccoli ascoltatori intitolata “Mastro Remo”; dal 17 maggio 1934 fu redattore di un giornalino omonimo pure dedicato ai bambini. Sui contenuti di questo giornalino leggiamo cosa scrive il Comitato: “Su questi giornali per i fanciulli Granbassi ostentava armi e gagliardetti oltre alla figura del duce. C’erano fucili e baionette, maschere antigas e aquile imperiali”. Ed ancora: “quei bambini, trascinati dal pifferaio, qualche anno più tardi sarebbero stati mentalmente e fisicamente pronti a partire per il fronte con entusiasmo, confidando nella sicura, prossima vittoria, in un’avventura che allora sembrava solo una semplice sfilata con rulli di tamburi e bandiere al vento. (…) In Africa, Russia, Grecia, Albania, nel nome del duce, gli antichi combriccolini- così Granbassi definiva i suoi ascoltatori - partivano maldestramente preparati e con inadeguato equipaggiamento”.
Vedi la riproduzione di una pagina del giornalino, che dimostra chiaramente quali fossero i canoni educativi promossi da Mastro Remo.
Trascriviamo il testo che non è facilmente decifrabile nella copia:
“Il Balilla della Lupa il suo tempo inver non sciupa/di primissimo mattino balza giù dal suo lettino
Ci sia il ghiaccio o ci sia il sole, ci sia quello che si vuole/non trascura un’abbondante bella doccia rinfrescante
Mente sana in corpo ardito, va alla scuola poi spedito/e sui libri con impegno tempra l’animo e l’ingegno
Terminata la lezione, coi compagni in un plotone/mentre rulla l’adunata marcia al passo di parata
Aria e moto a profusione pel Balilla van benone/più non busca raffreddori chi si abitua a restar fuori
Passa il giorno e quando è sera fa il saluto alla bandiera/quindi a casa ratto ratto se ne torna soddisfatto
Qui lo attende la mammina lieta al par di una regina/perché ei cresce forte e bello e più vispo di un fringuello
Il Balilla alfin di gusto dorme il buon sonno del giusto/e già fiero ed esultante sogna quando sarà fante”.
Possiamo a questo punto concordare con Fabio Omero, capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, che ha detto: “la giunta di centrodestra afferma di voler ricordare il Granbassi giornalista, ma non credo che i suoi meriti in questo campo siano superiori a quelli di Adolf Hitler nella pittura. Dovremo aspettarci prossimamente anche delle vie Hitler?”
Dopo queste proteste, naturalmente, si sono scatenate le risposte (più o meno sgangherate) dei nostri politici locali. Iniziamo dagli amministratori (servizio di Gabriella Ziani sul “Piccolo” del 28/11/08), primo fra tutti il sindaco Roberto Di Piazza, che forse per fugare definitivamente ogni dubbio sul fatto che si voglia dedicare la via ad un fascista piuttosto che ad un giornalista, ha così dichiarato:
“Rispondo in maniera fascista: me ne frego. Una via di nome Granbassi, Tito o Stalin? Me ne frego comunque”.
Invece il vicesindaco Paris Lippi, non sappiamo se ispirato o no dalle parole di Omero, oltre a dare prova di estrema raffinatezza verbale, cerca anche di dirottare la questione su mera polemica:
“Potrei capire se avessi proposto di intitolare una via a Hitler. (…) Questi signori che parlano di libertà e principi hanno mai visto quante lapidi inneggianti ai titini ci sono sul Carso? Perché non si incatenano anche lì e fanno tutto ’sto bordello per Granbassi?”
Già nel corso di un’intervista rilasciata alla Rai regionale Lippi aveva sostenuto che in fin dei conti il regime di Franco non era un regime isolato (ma nel dicembre 1946, ha detto Cossu, l’Onu aveva condannato il regime franchista invitando gli stati a ritirare gli ambasciatori) e che piuttosto sarebbe stato meglio togliere le intitolazioni al IX Korpus jugoslavo che ci sono in Carso. Richiamato su questo particolare dalla giornalista ha precisato che a Sgonico c’è una scuola intitolata al 1° maggio 1945, che quindi celebra gli infoibamenti e che andrebbe tolta.
Ricordiamo che altri “camerati” di partito di Lippi (l’allora parlamentare europeo Gastone Parigi, assieme all’attuale sottosegretario Roberto Menia, a Sergio Dressi e Fulvio Sluga) sono stati anni or sono condannati in primo grado per avere cercato di rimuovere a martellate la lapide suddetta, sotto gli occhi esterrefatti ed impauriti di bambini, genitori ed insegnanti.
Su questo argomento è ritornato anche l’avvocato Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega Nazionale: “riterrei doveroso che nessun personaggio trovatosi all’epoca ad approvare questi eccidi (le foibe, n.d.r.) compaia nella toponomastica (…) vedrei la cancellazione della tabella (…) con il nome di Vittorio Vidali” (“Il Piccolo”, 2/12/08).
Ora, noi comprendiamo che ultimamente è tornato di moda incolpare Vidali di svariati crimini (in passato l’assassinio di Trotski, recentemente di essere stato il “grande vecchio” delle BR), però una cosa che sicuramente non gli si può addebitare è una corresponsabilità negli “infoibamenti” del maggio 1945 a Trieste. Vidali ha per questi un alibi di ferro, si trovava in Messico ed è rientrato in città appena nella primavera del 1947; e non ci risulta abbia mai “approvato” alcun eccidio. Inoltre, dato che Sardos sa sicuramente che la via Vidali a Trieste è intitolata al giornalista irredentista Giuseppe Vidali vorremmo capire quale “tabella” dedicata a Vidali vorrebbe cancellare.
Dobbiamo purtroppo inoltre rilevare che taluni esponenti locali hanno dato nuovamente prova di scarsa conoscenza storica, dato che è stato dimostrato che gli “infoibamenti” non furono opera dell’esercito jugoslavo ma si trattò di vendette personali commesse da singoli. Infine, seguendo la logica di Lippi, il IX Korpus jugoslavo era l’esercito di un paese alleato che non è stato isolato e quindi non c’è alcun motivo di togliere lapidi di riferimento ad esso.
Lippi è poi del tutto esplicito chiaro nello spiegare come valuti le sensibilità della parte politica che non vorrebbe la via Granbassi e chi tenga il coltello dalla parte del manico: “Questo vale anche per la sensibilità della mia, e siccome siamo noi la maggioranza in città, noi decidiamo”.
Punto e basta, nonostante il parere contrario della Deputazione di storia patria?
Un fratello di Mario Granbassi, Manlio, fu cronista del “Piccolo” per molti anni e la sua carriera ebbe inizio nell’autunno del 1943, quando firmò una serie di articoli con la sigla P.C. (per mantenere l’incognito) per descrivere i recuperi dalle foibe istriane. Egli era l’unico giornalista accreditato (oggi si direbbe embedded) dai nazisti che operavano i recuperi, coordinati dal maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich, il quale, cosa molto interessante, quando anni dopo fu interrogato dagli angloamericani rispetto a quanto aveva trovato, fece riferimento per le identificazioni più che non a verbali propri, agli articoli di Granbassi (a volte però le descrizioni di Granbassi sono discordanti dai ricordi personali del maresciallo).
Così ha scritto lo storico Fulvio Salimbeni (tra l’altro aderente al Comitato contro la via Granbassi): “… la serie di articoli di Manlio Granbassi sugli infoibamenti in Istria nell’autunno del 1943, apparsi nel “Piccolo” d’allora e ristampati unitariamente, a cura di Roberto Spazzali, nel n. 1 del 2000 dei “Quaderni Giuliani di storia”, non perché dalla loro riproposta si potessero ricavare dati inediti o finora non adeguatamente valutati, ma per il fatto che essi consentivano di cogliere il modo in cui quei sanguinosi eventi venivano percepiti e presentati, plasmando una certa immagine sia della minaccia incombente sulla popolazione locale sia del nemico, il che rientra in pieno nell\'odierna ottica degli studi sul ruolo della comunicazione di massa nel forgiare e modellare le mentalità collettive”
Dunque una valutazione che fa apparire anche Manlio Granbassi, in linea col fratello maggiore, più come un propagandista che non come un cronista.
Ma se Granbassi è la punta dell’iceberg, teniamo presente che tra le altre proposte abbiamo anche quelle di intitolare il “Molo T” della Sacchetta ad Antonio Marceglia e Spartaco Schergat, “arditi del mare e medaglie d’oro”, leggiamo nelle note ufficiali, ma noi vorremmo aggiungere “militi della X Mas protagonisti di atti di guerra contro l’esercito britannico, nel corso della guerra fascista”. Forse qualcosa è cambiato dal 1940, in termini di ideologie e sentimenti, però queste alzate d’ingegno dei nostri amministratori ci fanno pensare che si stia molto rapidamente tornando a quei tempi.

Dicembre 2008

Questo articolo è stato letto 2984 volte.

Contatore Visite