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      Mučeniška Pot


Piazza Fontana Noi Sapevamo.

“PIAZZA FONTANA NOI SAPEVAMO”.
Questo il titolo di un libro pubblicato da tre giovani giornalisti (Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato, Aliberti editore), libro che si basa su una lunga intervista fatta al generale Gian Adelio Maletti, già dirigente del SID nei primi anni ’70, da anni rifugiato in Sudafrica perché condannato in via definitiva per i depistaggi computi durante le indagini sulle stragi e l’eversione di destra. Maletti,è dunque una persona che potrebbe dire molto sui coinvolgimenti che i servizi ebbero nella strategia della tensione in Italia, ma non ha mai parlato, neppure quando, recentemente, è stato sentito dai giudici della Corte d’Assise di Brescia sulla strage del 28 maggio 1974.
Maletti oggi ha più di ottant’anni, ma dalla descrizione dei giornalisti sembra ancora una persona molto in gamba e con un’ottima memoria. Ciononostante più volte si è trincerato dietro un comodo “non ricordo”, con la giustificazione che sono passati tanti annI.
Il libro è stato recensito molto favorevolmente da Nando Mainardi (segretario del PRC dell’Emilia Romagna) su “Liberazione” (29/5/10), ma ha anche ricevuto parole di elogio da Vincenzo Vinciguerra, il terrorista nero che si è assunto la responsabilità dell’attentato di Peteano (dove tre giovani carabinieri furono dilaniati da una bomba e le indagini relative furono deviate propri da alti ufficiali dell’Arma che era stata così duramente colpita). Oggi Vinciguerra, che si considera un guerriero usato dal potere (ma non ha mai fatto ammenda dei propri crimini) è diventato, non si sa come, un opinionista sulle vicende della strategia della tensione, e le sue valutazioni e riflessioni vengono diffuse anche da siti che si potrebbero definire “democratici” o “progressisti” (uno per tutti, il sito della Fondazione Cipriani, di cui parliamo in altro articolo di questo sito).
Essendo noi notoriamente “dietrologi” e diffidenti, il fatto che Vinciguerra abbia parlato bene di questo testo ci ha messo un po’ sul chi vive, ed in effetti, dopo averlo letto non ne abbiamo tratto una buona impressione. Intanto è (a parer nostro, ovviamente) scritto molto male, lo stile linguistico è quello, ormai purtroppo di moda, sciatto e colloquiale più adatto ad un blog su internet che non ad un testo storico (sono passati quarant’anni da piazza Fontana, ed ormai i fatti del tempo possono essere considerati a tutti i sensi eventi storici). Che gli stessi autori non considerino il loro scritto degno di rimanere a lungo nelle biblioteche viene suggerito dalla dedica finale (che, lo confessiamo, ci ha lasciato un po’ basiti):
Questa parte di albero è diventata libro sotto i moderni torchi di PuntoWeb, Ariccia (Roma) nel mese di aprile 2010. Possa un giorno dopo aver compiuto il suo ciclo presso gli uomini desiderosi di conoscenza ritornare alla terra e diventare nuovo albero.
Non vorremmo avere capito male, ma forse gli autori hanno tanta poca stima del loro lavoro che intendono dire che una volta letto questo libro lo si può tranquillamente mandare al macero?
Accantonata la questione dello stile (che dopo tutto è una questione di pelle e non è fondamentale), possiamo passare al contenuto. La prima cosa che ci ha stupito, di questa vicenda, è che una persona come Maletti abbia accettato di farsi intervistare da tre giovani giornalisti non di fama, né esperti in materia (prima di questa “avventura” si erano occupati più di cronaca e di sport che di giornalismo investigativo) ed oltretutto “comunisti” (cosa questa che però il generale avrebbe scoperto solo mentre i tre bevevano il caffè con lui a casa sua), e che il contatto tra i giornalisti e lui era avvenuto molto semplicemente dopo una serie di contatti mediante posta elettronica.
Maletti viene descritto come una persona tutto sommato amabile e simpatica, e sulle sue responsabilità (obiettivamente piuttosto gravi, da un punto di vista giudiziario) ci si scomoda persino a citare un passo di Oriana Fallaci (autrice che peraltro noi non apprezziamo quando si mette a trinciare giudizi morali, come in questo caso): Quando ti accorgi che il bene e il male sono punti di vista, come il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, ogni strada ti appare incerta e ogni giudizio arbitrario. Ti senti sicuro solo dei tuoi dubbi.
Non concordiamo con queste conclusioni: tutte le categorie citate da Fallaci non sono punti di vista, sono dati di fatto, sono le valutazioni personali che sono punti di vista. Commettere una strage è sempre male ed ingiusto, da tutti i punti di vista, così come coprire i responsabili. È vero che capita piuttosto spesso, quando si intervista una persona ed essa ci appare nella sua dimensione umana, che si tende a mettere in secondo piano le sue responsabilità oggettive perché si instaura con essa un rapporto personale, però un buon giornalista non dovrebbe cadere in questa trappola e mantenere il distacco necessario.
Da questo libro apprendiamo che il padre di Maletti era l’ufficiale che nel 1937 guidò le truppe italiane nel massacro del monastero dei Debra Libanos, poco lontano da Addis Abeba, dove furono passati per le armi 449 monaci. Pietro Maletti fu un criminale di guerra, in sintesi, e constatiamo che Gian Adelio Maletti giustifichi con la “ragion di stato” le azioni del padre, senza peraltro chiedersi cosa ci facesse in Africa l’esercito italiano.
Nel corso della lunghissima intervista Maletti si è mostrato, una volta di più, reticente e vago, lasciandosi spesso andare ad una memorialistica che a noi è sembrata più una serie di ricordi depistatori che non le divagazioni di una persona anziana. Passando alle cose di una certa importanza, ad un certo punto Maletti ha parlato in merito alla questione dell’esplosivo usato a piazza Fontana. Nel 1971, dopo essere entrato in servizio al SID, condusse alcune indagini sull’esplosivo e gli arrivò una breve informativa di poche pagine dal Centro di controspionaggio di Padova (diretto all’epoca dal capitano Bottallo), confermata, in seguito, dal tenente colonnello Pignatelli, che dirigeva il Centro di controspionaggio di Trento. In questa informativa si parlava di alcuni camion che avevano trasportato una certa quantità di materiale esplosivo proveniente da un deposito militare americano in Germania, consegnandolo infine ad un esponente della cellula di Mestre di Ordine nuovo. Non si sa quando avvenne il trasporto, Maletti suppone poco prima della strage, ma è sicuro del tipo di esplosivo, “un esplosivo dal doppio impiego: civile e militare Trinitrotoluene, trotil. Ovvero, tritolo”.
È interessante questa certezza di Maletti perché giunge pochi mesi dopo la pubblicazione del libro di Paolo Cucchiarelli “Il segreto di piazza Fontana” (Ponte alle Grazie), nel quale il giornalista ha posto il dubbio che l’esplosivo usato per la strage potesse essere il Vitezit, di fabbricazione jugoslava, esplosivo che veniva portato clandestinamente in Italia da ustascia croati e veniva scambiato con quello di provenienza Nato (a questo scopo sarebbe servito il Nasco di Aurisina, presso Trieste, usato come deposito di scambio). In tale modo attentati compiuti in Italia da neofascisti con esplosivo jugoslavo potevano facilmente venire attribuiti alla sinistra.
In seguito a questa ipotesi di Cucchiarelli, la magistratura milanese ha aperto un’indagine per verificare la presenza del Vitezit alla Banca dell’Agricoltura, e proprio nello stesso periodo (a quarant’anni di distanza dagli eventi) casualmente appaiono queste dichiarazioni di Maletti, che si dichiara sicuro che l’esplosivo usato era tritolo proveniente dalla Germania. A domanda specifica aggiunge che “può darsi che i trasportatori fossero di nazionalità jugoslava” e che i camion possono essere “finiti a Zara, o meglio ancora a Pola, oppure verso sud”. Come dire: dappertutto, generale?
Tocchiamo ora l’altro argomento che ci è sembrato interessante, la novità che ha tanto colpito “Liberazione” e Vinciguerra, cioè la presenza in piazza Fontana di un nome finora sconosciuto, Ivano Toniolo, ordinovista padovano nel gruppo di Freda, Ventura e Pozzan. I tre giornalisti chiedono a Maletti se Toniolo “potrebbe essere il nome giusto”. “Può darsi. Ma c’erano anche altre persone, non solo Toniolo”, risponde Maletti, aggiungendo che gli attentatori “erano in quattro: due dentro e due fuori dalla banca”, e poi si rifiuta di dire altro.
Toniolo, figlio di una dirigente locale dell’Msi, sarebbe stato indicato da un informatore (la “fonte Turco”, al secolo Gianni Casalini, altro ordinovista) come complice degli attentati ai treni del 1969. Nel 1972, fu arrestato per associazione sovversiva, ma presto rilasciato andò in Spagna da dove sembra essere passato per il Sudafrica per approdare definitivamente in Angola nel 1982, dove dovrebbe avere iniziato a lavorare come geometra e si sono perse le sue tracce.
I tre autori dell’intervista osservano che sembra “difficile” che un militante neofascista decidesse di rifugiarsi nell’Angola governata dai “filosovietici” dell’MPLA, e ne concludono che nel 1982 Toniolo “non era più un militante neofascista”, ma dato che “sapeva molte cose”, “conosceva la strategia dei terroristi, e la condivideva. Probabilmente, ebbe un ruolo di primo piano. Forse, però, non si aspettava i morti. Era veramente convinto, cioè, che la bomba di piazza Fontana non dovesse fare vittime. Ebbe una sorta di rigetto. Abbandonò l’attività politica, abbandonò l’Italia, e se ne andò all’estero. Non si fece mai più rivedere: cercò di cambiare vita”.
Questa teoria non ci convince, per una serie di motivi. Innanzitutto perché non era necessario non essere più militanti neofascisti per trasferirsi in Angola nel 1982, soprattutto se si era passati dal Sudafrica. Forse una certa memoria storica è andata perduta, quindi è doveroso ricordare alcuni fatti.
Verso la fine degli anni ’60 era attiva l’Aginter press, organizzazione guidata dal francese Yves Guerin Serac che, sotto la copertura di un’agenzia di stampa svolgeva in realtà varie attività eversive, coordinando neofascisti di vari paesi. Tra le attività in atto c’era anche l’infiltrazione nei movimenti di liberazione delle colonie portoghesi, fra essi l’MPLA di Agostinho Neto in Angola (ricordiamo che fino al 1974, cioè fino alla “rivoluzione dei garofani” che mise fine alla dittatura in Portogallo, Angola, Mozambico e l’attuale Guinea Bissau sottostavano ancora al regime coloniale). A questo aggiungiamo che in Italia il materiale dell’MPLA fu per un certo periodo edito dalla Litopress, una tipografia fondata da Giovanni Ventura con l’appoggio economico dei due nobili veneti Pietro Loredan e Giorgio Guarnieri, conosciuti negli ambienti di sinistra come partigiani di Giustizia e Libertà (ebbero durante la Resistenza contatti con i servizi angloamericani) ma ideologicamente schierati a destra: e questa attività di Ventura era finalizzata alla ricerca di collegamenti e collaborazioni all’interno dell’estrema sinistra, a scopo di infiltrazione.
Se aggiungiamo che dopo il 1975 l’allora governo razzista del Sudafrica operò in modo da organizzare la controguerriglia in Mozambico ed in Angola, non è poi un pensiero tanto peregrino che un giovane neofascista in fuga dall’Italia per motivi forse non solo ideologici si sia recato in Angola non tanto per simpatia con il governo “filosovietico” quanto come emissario della controrivoluzione. Naturalmente queste sono solo ipotesi ed illazioni, esattamente come sono ipotesi ed illazioni le interpretazioni dei tre intervistatori di Maletti, e vanno quindi prese con il beneficio del dubbio.
Infine riportiamo il punto che meno abbiamo digerito di tutto il lavoro: “il Tg1 di Augusto Minzolini dedica al quarantennale dell’eccidio un lunghissimo servizio. Le parole strage di Stato, però, non vengono mai pronunciate. Ha scritto qualcuno: «La giustizia è come un timone. Dove lo giri, va». Evidentemente, vale anche per il giornalismo”.
È molto strano che in un lavoro su piazza Fontana si citi proprio questa frase attribuendola ad un non meglio identificato “qualcuno” (per la cronaca, è del filosofo cinese Lao Tze), senza specificare che fu usata da Franco Freda come titolo del pamphlet scritto per “sputtanare” le indagini del commissario Juliano e dei magistrati di Padova, che si stavano avvicinando pericolosamente ai gruppi della destra eversiva veneta, il cui coinvolgimento nella strage di piazza Fontana fu in seguito dimostrato, anche se troppo tardi per giungere a delle condanne giudiziarie. Questa citazione monca è una banale sciatteria degli autori oppure un messaggio trasversale?
Nell’insieme il lavoro dà l’impressione di un sacco di tempo e di energia sprecati. Maletti non ha detto nulla di nuovo, ha solo mescolato ulteriormente le carte in tavola, ma nello stesso tempo l’immagine che viene proposta al lettore è quella di una persona tutto sommato simpatica, un vecchio militare forse un po’ rigido, ma disponibile anche a conversare con dei “comunisti”, come si sono a lui presentati i tre autori.
Non riusciamo però a comprendere perché un Nando Mainardi consideri attendibile Maletti al punto di dire che le sue dichiarazioni non lasciano spazio alle “fantasiose” teorie di Cucchiarelli, pur evidenziando che Maletti aveva la tessera della P2. E sempre perché siamo dietrologi, non possiamo fare a meno di chiederci cui prodest: a chi è funzionale la pubblicazione di questo libro?

settembre 2010

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