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      Mučeniška Pot


Prime Riflessioni Sugli Arresti Del 13 Febbraio.

CACCIA ALLE STREGHE? NO GRAZIE.
A pochi giorni dalla manifestazione (pacifica, tanto per gradire) contro l’allargamento della base USA a Vicenza, è partita in Italia una operazione “antiterrorismo” in grande stile. La nostra prima riflessione è dove inizia e dove finisce il segreto istruttorio dato che sono state pubblicate così tante “indiscrezioni”: sulle risposte degli indagati agli inquirenti, sul contenuto delle intercettazioni telefoniche ed addirittura alcune foto scattate ad uno degli indagati durante gli appostamenti effettuati dalla polizia.
Cerchiamo di ricostruire i fatti, basandoci su quanto apparso sulla stampa. Due anni e mezzo fa (estate 2004) è stata rinvenuta, nei pressi di Doberdò del Lago (che non è una metropoli né un crocevia internazionale), una valigetta contenente alcune copie di una rivista clandestina (“Aurora”) nonché alcune pagine di un “documento programmatico” definito a suo tempo “molto interessante” dagli inquirenti. Pochi mesi dopo furono denunciati, in riferimento a questo materiale, alcuni presunti “eversori”, che, se non andiamo errati, risultarono poi del tutto estranei alle accuse loro rivolte (del resto è d’uso in questo paese sbattere in prima pagina il mostro, salvo non comunicare poi che il mostro è stato prosciolto). Comunque i triestini denunciati allora non sono stati nominati in questo blitz.
Le indagini che avrebbero portato all’identificazione di questa nuova “colonna” di brigatisti rossi sarebbero dunque partite da quella valigetta di Doberdò. Questi gli attentati in preparazione: ad una delle ville di Berlusconi, al quotidiano Libero, a due emittenti televisive, alla sede dell’ENI ed ad un suo dirigente, ad alcuni dirigenti dell’ex Breda per i morti d’amianto che non hanno mai avuto giustizia ed infine al giuslavorista Ichino. Un bel po’ di carne al fuoco, insomma, e questi attentati sarebbero stati sventati “appena in tempo”, se abbiamo capito bene, perché i “terroristi” ne avrebbero parlato al telefono; inoltre il controllo su di essi era tale che anche le esercitazioni che taluni di costoro facevano nelle campagne del Veneto sarebbero state sempre sorvegliate dalla polizia, che alla fine di ogni esercitazione avrebbe provveduto a raccogliere i bossoli rimasti a terra (che evidentemente gli “eversori” usavano lasciare in loco).
Ora, è ben vero che noi non siamo terroristi e quindi non ragioniamo come tali, però non possiamo fare a meno di chiederci che razza di terroristi abbiamo davanti se in due anni e mezzo si sono messi a preparare tutti questi attentati senza concluderne neanche uno. Che avrebbero organizzato tutto al telefono, quando è universalmente noto che tutto ciò che viene detto al telefono è intercettabile; che avrebbero fatto esercitazioni di tiro senza accorgersi che erano sotto controllo e senza asportare le tracce (bossoli) della loro attività.
A coordinare le operazioni nel Veneto (compreso il recupero delle armi nelle campagne) ci dicono sia stato il questore di Padova Alessandro Marangoni, che fu, per coincidenza, questore di Gorizia anche nell’estate 2004 (all’epoca del ritrovamento di Doberdò); precedentemente fu capo di gabinetto della Questura di Napoli, quello che, dopo gli scontri della manifestazione noglobal del 17/3/01 (una sorte di “prova generale” del G8 di Genova di pochi mesi dopo?) si sarebbe egli stesso, di fronte ai giudici “assunto la responsabilità dell’ordine di prelevamento nei pronto soccorso cittadini” (“Repubblica” 10/5/02) quando i manifestanti ricoverati dopo gli scontri furono prelevati dalla polizia e portati alla caserma Raniero, dove furono oggetto di ulteriori violenze. Marangoni fu poi prosciolto ed evidentemente la sua carriera non risentì di tutto questo.
Per comprendere la possibile evoluzione di tutto questo ci sembra fondamentale leggere un articolo di Maddalena Rebecca sul “Piccolo” del 15 febbraio. Dopo averci rassicurato che non esiste una “pista NTA”, definito dagli inquirenti un “gruppo praticamente scomparso” (ma gli NTA, alla fine, non si erano rivelati come un gruppo “virtuale” creato da una sola persona, Luca Razza, che si limitava a rivendicare attentati e minacciarne altri, senza alcun collegamento con chicchessia?), la giornalista scrive che “più valida potrebbe rivelarsi la ricerca nell’ambiente anarcoinsurrezionalista”, cioè quel prezzemolo che non manca mai quando si parla di “terrorismo”. E questo perché, garantisce la reporter, “da fonti investigative emerge che non ci sono dubbi sul fatto che alcuni anarchici triestini conoscessero Davide Rotondi”. Oh perbacco. Anche tutti i suoi colleghi di lavoro lo conoscevano, persino il sindaco di Duino Aurisina. Vorremo mica coinvolgere anche loro, no?
Proseguiamo con l’escalation: Rotondi, scrive Rebecca, essendo originario di Padova “avrebbe potuto stringere contatti con giovani triestini” che frequentano il Centro sociale Gramigna di Padova. “Su questo piano la comunicazione tra Trieste e Padova è sempre stata intensa”, ci ricorda l’articolo. Diamine, neanche due ore di macchina. E poi “basta pensare che tra i manifestanti che nel ‘98 organizzarono la protesta contro il CPT in Porto Vecchio c’erano anche Alessandro e Massimiliano Toschi, due dei quindici arrestati nel blitz di lunedì mattina. Come loro, altri giovani triestini avrebbero potuto avvicinarsi alle posizioni di Rotondi e di Seconda posizione facendo quindi un identico salto di qualità: dall’attivismo politico, lo stesso che anima tante manifestazioni di piazza, alla ben più radicale adesione alla lotta armata”.
L’istintivo commento che ci viene in mente sarebbe “e se mia nonna avesse le ruote sarebbe un carretto”, ma restiamo seri. Alla fine di quella manifestazione, tra i cui promotori ricordiamo anche il senatore Fulvio Camerini, noto cardiologo triestino e lo scrittore cileno Luis Sepulveda, altro tipo di adesioni avrebbero potuto porsi: ad esempio qualcuno, ammirato dalla calma con la quale Camerini si pose a dare i primi soccorsi alle persone manganellate, avrebbe potuto decidere di dedicarsi alla medicina, oppure si sarebbe posto l’obiettivo di leggere i racconti di Sepulveda. Non è mica sempre detto che uno debba diventare “terrorista”, signora Rebecca, anche se viene a contatto con uno di loro, magari senza saperlo.
Vale la pena di commentare anche le affermazioni del giornalista Livio Caputo su “Il Vicenza” del 17 febbraio, nella rubrica dal titolo “politicamente scorretto” (unica cosa sulla quale concordiamo). Nella sua mente, scrive, “le domande si accavallano”. La prima ci è oscura: “per chi votino, ammesso che votino, i presunti brigatisti rossi e i loro fiancheggiatori in questo momento occupati a diffondere scritte sui muri (problema: la diffusione è solo delle scritte o anche dei muri?), manifesti ed e-mail per chiederne la liberazione? (di chi? dei muri?)”. La seconda invece è la domanda clou: “sono stati i nuovi brigatisti a infiltrare la CGIL o è stato proprio il sindacato a fare da incubatrice ai redivivi profeti della lotta armata?”.
E qui, signori, la CGIL avrebbe tutti i diritti di incavolarsi col signor Caputo. Anche se, come s’è visto, ha preferito accettare acriticamente le condanne preventive dei suoi iscritti e indire presidi contro il “terrorismo”. Nessun presidio però dopo la morte del poliziotto a Catania, ucciso dagli ultras: o il calcio violento non è “terrorismo”?
Dopo le elucubrazioni della stampa, vediamo cosa dice chi dovrebbe tirare le fila di tutto questo, cioè il sostituto procuratore generale romano, Antonio Marini, che (nota Ansa del 16 febbraio), commentando un documento programmatico sequestrato, ha dichiarato alla stampa che nell’ambito delle “nuove BR” si è nuovamente “riproposta la divisione tra ala militarista e ala movimentista”, e l’ala movimentista, cui appartengono gli ultimi arrestati, sottolinea Marini, “è persino più pericolosa di quella militarista, perché i componenti sanno infiltrarsi e mimetizzarsi nel tessuto sociale”. Il parere del procuratore è quindi il seguente: “questa operazione è stata molto importante, perché punta a prosciugare l’acqua in cui nuotano i terroristi”.
Naturalmente noi speriamo di avere frainteso le parole del dottor Marini, perché potrebbe sembrare che abbia detto che è necessario “prosciugare” il “tessuto sociale” nel quale si “infiltrano” gli eversori. E, disgraziatamente, in quel tessuto sociale non ci sono solo terroristi: nei movimenti ci sono (e ne sono la stragrande componente) persone del tutto estranee a qualunque tipo di scelta violenta nell’ambito della lotta politica.
Tutto ciò ci sa molto di caccia alle streghe, scusateci se siamo i soliti allarmisti esagerati paranoici eccetera. Smentiteci, per favore, saremo lieti di pubblicare le rassicurazioni di chiunque.
Anche perché ci dà da pensare che questa operazione sia stata compiuta proprio a pochi giorni dalla manifestazione di Vicenza (rigorosamente pacifica, of course), e c’è stato chi ha subito messo le mani avanti dicendo che il “brodo di coltura” dei “terroristi” è proprio nelle manifestazioni e nei movimenti di piazza.

Febbraio 2007

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