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Quella strage fascista di Gabriele Adinolfi. Recensione.

LA PIÙ BREVE SINTETICA RISTRETTA RECENSIONE DELLA MIA CARRIERA GIORNALISTICA.

Basta una parola per recensire il sedicente “romanzo storico” (parole grosse...) di Gabriele Adinolfi sulla strage di piazza della Loggia:
INFAME.
Beh, una spiegazione però ai lettori gliela devo, dato che non auspico leggano il testo. Semplicemente infame l’illazione che a mettere la bomba in piazza sia stata una delle vittime, un comunista, partigiano, volontario internazionalista in Spagna.
Un paio di anni fa Adinolfi (che è stato condannato per reati associativi nell'ambito di Terza posizione “a causa della sua latitanza operativa in Italia”, scrive nel suo sito Noreporter) aveva partecipato ad un dibattito indetto da CasaPound a Brescia dal titolo “C’era una volta 28 maggio 1974” assieme al rappresentante dei familiari delle vittime della strage di Brescia, Manlio Milani (che purtroppo si è prestato al gioco): avrà avuto la faccia tosta di esprimere questa sua teoria anche di fronte a chi ha perduto i propri cari in quell’attentato?
Tralasciando questo punto, brevemente un paio di altri commenti. Il testo è scritto in maniera molto sciatta, con dialoghi per nulla credibili, con personaggi che sembrano gli stereotipi della subcultura post-fascista degli anni ‘70, i comunisti brutti e sciatti; le “compagne” che la danno al primo che capita, ed anche se sembrano mascoline sono “troje”, ed è particolarmente di cattivo gusto la scena in cui la leader (oltretutto ebrea…) dell'organizzazione terroristica rossa va a letto con il bagnino che l’ha salvata e dopo essere stata sodomizzata (sentendosi finalmente una donna completa, sembrerebbe) scopre che l’uomo che l’ha fatta tanto godere è anche fascista...; e con il tipico piagnucolìo vittimista dei fascisti che si vedono perseguitati dai rossi che non pensano ad altro che picchiarli e farli fuori ed alla fine sono anche supportati da polizia e magistratura, notoriamente “di sinistra”, che invece di castigare i comunisti violenti si accaniscono contro i poveri “neri” che invece portano avanti gli ideali migliori, quelli di Evola, per intenderci. Ed è particolarmente orrido il dialogo tra il giovane latitante fascista (ovviamente innocentissimo) ed il vecchio brigatista nero, che afferma che sia loro che i partigiani hanno fatto fuori i nemici, con il distinguo però che “sono stati loro (i partigiani) a cominciare”.
Eh beh, se la lucidità analitica dell’autore è questa, non c’è da stupirsi se la bomba fascista diventa comunista!
Il libello (romanzo storico è una parola grossa, come già detto) si basa sostanzialmente su una serie di dialoghi dai quali traspare la teoria che negli anni ‘70 la Trilaterale, i comunisti, la borghesia, gli industriali, la Nato, Israele, il vecchio CLN bianco e la Gladio (un’ammucchiata davvero originale!) si sarebbero messi d’accordo per dare il potere alle sinistre e pertanto avrebbero incastrato i neofascisti attribuendo loro le stragi.
Questa è peraltro una teoria espressa anche dall’ex ordinovista Maurizio Barozzi (oggi collaboratore di Rinascita nazionale, rivista della galassia rossobruna), che definisce le stragi di quel periodo “effettivamente ambigue”, soprattutto quelle dal 1974 in avanti, le quali sarebbero servite per “portare il paese alla sua omologazione progressista, neoradicale, da Seconda Repubblica”.
Definizione piuttosto originale della “seconda repubblica”, che dopo un ventennio di berlusconismo oggi esprime un governo di larghe intese che sta stravolgendo (e non in senso progressista) la Carta costituzionale, ma tant’è, è questa l’espressione di certa destra montante.
Dopo avere letto per dovere di studio questo abominio, ora sono indecisa se archiviarlo tra i documenti che fanno ribrezzo ma è utile conservare, oppure seguire l’esempio del grande (e grosso) Nero Wolfe, che quando legge un libro che non gli va giù lo getta nella stufa dicendo l’immancabile pfui!, ma invitando ovviamente i lettori a non acquistarlo.

luglio 2014

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