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Recensione di Le Altre Gladio di Giacomo Pacini.

RECENSIONE:
Giacomo PACINI, “Le altre gladio”, Einaudi 2014.
Già in passato Giacomo Pacini si è occupato della struttura Gladio e dell’Ufficio affari riservati: lavori nei quali però aveva dimostrato una scarsa conoscenza dei fatti relativi al confine orientale. Se ciò poteva essere comprensibile in studi che non trattavano specificamente di questo tema, è invece grave il fatto che in questa ultima opera, che parla della nascita e dello sviluppo della Gladio a partire proprio dalle problematiche del confine orientale, siano ribadite, stavolta come ineluttabili presupposti delle analisi successive, le stesse falsità storiche già in precedenza avallate.
Ricordiamo che nel 1997, l’allora presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino aveva rilasciato un’intervista al mensile (espressione della cosiddetta destra sociale) Area nella quale diceva che “una volta chiarite le foibe si riuscirà a capire la storia interna del paese: perché gli uomini della destra radicale e i partigiani bianchi si sono uniti in gruppi clandestini anticomunisti”.
Il libro di Pacini è praticamente lo svolgimento del tema di cui Pellegrino ha suggerito il titolo; e tale svolgimento può essere definito giustificazionista, nel senso che giustifica la creazione non solo della Gladio, ma anche dei “gruppi clandestini anticomunisti” evocati da Pellegrino, in base ad un elenco di fatti che, o sono male interpretati, o addirittura inventati di sana pianta; e come se non bastasse, capovolgendo addirittura la consequenzialità dei fatti, facendo nascere le strutture anticomuniste, dopo i fatti di Porzus e dopo le “foibe”.
Scrive infatti Pacini: “nella memoria collettiva degli osovani la strage di Porzus diventa uno dei simboli indelebili delle efferatezze di cui erano capaci i comunisti (…) assieme ai cosiddetti quaranta giorni di occupazione di Trieste costituì un momento chiave nel processo che portò alla decisione di creare il complesso delle strutture anticomuniste tipo stay behind” (pag. 40).
Il primo punto da evidenziare è che Pacini non considera quanto è emerso dai documenti reperiti negli ultimi anni in svariati archivi (italiani, britannici, statunitensi), e cioè che già nella seconda metà del 1944 i resistenti “bianchi”, cioè gli anticomunisti, avevano iniziato, con la collaborazione dei servizi angloamericani, una strategia di isolamento dei comunisti, spesso arrivando ad accordi con le formazioni repubblichine. Tale strategia è stata addirittura sfacciata al confine orientale, dove la Divisione Osoppo (nella persona del suo dirigente Candido Grassi) aveva preso contatti con la Decima Mas di Borghese nel gennaio del 1945, quindi prima dell’eccidio di Porzus. Difficile da un punto di vista logico attribuire la creazione di un’alleanza anticomunista ad un eccidio che non era ancora avvenuto… eppure Pacini lo fa.
Incomprensibili sono inoltre altri passaggi del suo studio. Ad esempio, quando cita la relazione degli osovani Bolla e Paolo (De Gregori e Berzanti) sulla “volontà dei responsabili da parte iugoslava di impadronirsi con ogni mezzo (diplomazia, propaganda e forza) della Slavia italiana (terra appartenente al Regno d’Italia sin dal 1866)” e della loro convinzione che gli sloveni “lavorassero subdolamente (…) per diffondere sentimenti slavi tra le popolazioni della Slavia italiana” (pag. 34), non sembra essere colto dal dubbio che se un territorio è denominato “Slavia italiana” forse i suoi abitanti (“slavi” annessi all’Italia) non avevano bisogno che vi fosse chi “lavorasse subdolamente” per “diffondere sentimenti slavi” tra di loro, che magari già condividevano.
Così non è accettabile da un punto di vista storiografico (ma neppure deontologico) che per descrivere una presunta situazione a Trieste durante i “40 giorni” di amministrazione jugoslava, Pacini scriva “l’ingresso dell’esercito jugoslavo venne accolto con folate di paura che corrono per le strade, come se fosse arrivata una epidemia mortale, che può insinuarsi casa per casa. Sentimento condiviso anche da una larga parte dei triestini di fede comunista, ma contrari alla politica annessionista di Tito” (p.46). Perché solo nella nota (a fondo volume) chiarisce che la frase è tratta dal libro di Carlo Sgorlon, “La foiba grande”, e neppure in nota spiega che non si tratta di un libro di storia ma di un romanzo che narra fatti inventati di sana pianta. Ricordiamo infatti l’infelice passo sulla “foiba” di Basovizza, dove secondo l’autore “ era stato buttato un feudatario odioso, un uomo carico di delitti, al tempo del patriarca di Aquileia, Marquardo, cui allora l’Istria apparteneva”. Dato che il patriarca Marquardo rimase in carica dal 1365 al 1381, mentre la “foiba” di Basovizza è un pozzo di ispezione di miniera, scavato dalla ditta Skoda tra il 1901 ed il 1908, complimenti alla fantasia dello scrittore, ma non è accettabile che venga usato come “fonte” storica. Né è accettabile che Pacini per quantificare gli “infoibati” a Trieste citi esclusivamente quanto scritto in un “rapporto alleato”: “fino al 5 giugno si sarebbero verificati 15.000 arresti e 6.500 esecuzioni” (pag. 48), cifre che neppure i più sfegatati propagandisti si permettono più di usare.
Inoltre Pacini usa regolarmente una terminologia che non è storica, ma propagandistica perché non parla di “jugoslavi” ma di “titini”, opponendoli agli “alleati” (intendendo per tali solo gli angloamericani), ignorando che la Jugoslavia era un paese alleato a tutti gli effetti. E ciò nonostante abbia riportato una frase di Diego de Castro: “gli USA non erano favorevoli ad una unione tra X Mas ed Osoppo perché “avrebbero utilizzato un loro cobelligerante, l’Italia, per combattere un loro alleato, e cioè contro la Jugoslavia” (p. 45).
Non depone quindi a favore della serietà del ricercatore il fatto di avere usato le fonti adeguate alla tesi che voleva dimostrare, senza peritarsi di andare a cercare conferma in documenti o testi documentati; né è sintomo di professionalità l’avere omesso, in uno studio di questa portata, la bibliografia di riferimento; così come lascia un po’ basiti il fatto che Pacini identifichi come Rowert l’agente dell’OSS Nicholson, mentre il suo vero nome era Thomas John Roworth; e grave che identifichi il giovane carabiniere morto in circostanze strane presso Aurisina il 6/6/74 come Claudio Bojan anziché Bojan Claudi.
Un breve cenno ai capitoli dedicati alle formazioni armate neofasciste che operarono azioni di terrore con i soldi dell’Ufficio Zone di Confine, dove l’Autore interpreta questo scandalo come se la cosa fosse scappata di mano ai referenti governativi, minimizzando la loro responsabilità.
Ed infine, parlando per fatto personale, pur avendo Pacini citato alcuni lavori di chi scrive (relativi ai fatti del 1972 e del 1974, ed alla figura di Diego de Henriquez), si è ben guardato da indicare il nome dell’autrice degli articoli indicati.

ottobre 2014

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