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      Mučeniška Pot


Ricerca Storica Tra Divulgazione E Finzione.

RICERCA STORICA TRA DIVULGAZIONE E FINZIONE.

Mi si consenta di iniziare con una valutazione personale: quando ho iniziato a pubblicare le mie ricerche in ambito storico, i miei detrattori, dopo avere valutato che non era possibile muovermi delle critiche di merito perché quanto scrivevo era sostanzialmente corretto, iniziarono a dire che comunque, non essendo io una storica di professione, il valore del mio lavoro era di conseguenza sminuito.
Potete quindi comprendere il mio stupore attuale, visto che negli ultimi tempi pare invece essere invalso l’uso di delegare la divulgazione della conoscenza storica proprio ai non storici di professione, giornalisti e scrittori. Punta di diamante il noto giornalista Giampaolo Pansa, che (lungi comunque dal fare approfondimenti storici) si è da qualche anno dedicato alla pubblicazione di svariati libri incentrati su presunte “rivelazioni” (va ricordato che i fatti da lui narrati sono comunque risaputi da decenni) sui crimini (reali o presunti) che sarebbero stati commessi da partigiani.
Poi c’è lo storico Gianni Oliva che ha però una propria particolare tesi su come fare “divulgazione storica”: come egli stesso sostiene, scrivendo da divulgatore invece che da storico, non è più vincolato alla necessità di compilare dei testi più che precisi e carichi di note a piè di pagina che renderebbero pesante la lettura. Per questo motivo un “divulgatore” può, secondo Oliva, anche permettersi qualche “inesattezza”, come ad esempio citare come prova di un crimine l’autopsia di un corpo che non fu mai recuperato (ci riferiamo alla vicenda di Giuseppe Cernecca, come da Oliva trattata in “Foibe”, Mondadori 2004).
Che nella divulgazione storica un giornalista sia avvantaggiato rispetto ad uno storico, lo sostiene anche il giornalista triestino Fabio Amodeo, il quale, presentando il proprio libro sul CLN triestino (“Trieste 30/4/45”, Editrice Goriziana 2007) il 9/11/07, ha detto che la lettura di un testo storico scritto da un giornalista è più facile, perché questo può fare ciò che uno storico non può permettersi, cioè di saltare avanti ed indietro nel tempo o da un argomento ad un altro.
Anche lo storico Raoul Pupo, presentando il 26/2/08 la collana edita dal quotidiano triestino “Il Piccolo” e curata da Fabio Amodeo e dal ricercatore Mario Cereghino “Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra” (che raccoglie una serie di documenti britannici tratti dagli archivi del Public Record Office), ha rivalutato il ruolo dei giornalisti rispetto agli storici: secondo lui in genere i libri di storia diplomatica sono “di una noia mortale”, mentre il giornalista riesce a catturare l’attenzione del lettore evidenziando le parti più interessanti e tralasciando le più noiose.
Possiamo però osservare, a proposito di quest’ultima valutazione, che, se si tratta solo di una questione di “stile”, gli storici potrebbero imparare a scrivere più da “giornalisti” e non essere “di una noia mortale”, senza per questo sacrificare contenuti e documenti. Perché a volte una parte “noiosa” può essere importante e non andrebbe tralasciata solo perché “noiosa”: basterebbe fare uno sforzo stilistico e renderla “interessante” al lettore.

I risultati di questo nuovo filone editoriale li abbiamo davanti nelle librerie ed anche nelle edicole. Vorremmo ora fare una breve analisi di alcune di queste recenti produzioni “divulgative”.
Iniziamo proprio dalla collana curata da Amodeo e Cereghino, che ha finalmente reso pubblici moltissimi documenti interessanti (anche se non tutti inediti) conservati negli archivi britannici.
È forse proprio nel fatto di avere privilegiato, nella presentazione di questi documenti, la necessità di renderne la lettura “leggera” che si trova la pecca di questa pubblicazione, che avrebbe, a nostro parere, richiesto una serie di approfondimenti e chiarimenti che invece mancano. Non intendiamo qui analizzare tutti i volumi della collana, ma faremo riferimento solo ad una parte del volume n. 2, dedicato al periodo che va da maggio a dicembre 1945.
Un fatto che gli autori hanno evidentemente dato per assodato, ma che secondo noi avrebbe dovuto essere invece evidenziato, è che negli archivi sono conservati diversi tipi di documenti, tutti “autentici” (nel senso che esistono concretamente) ma non per questo necessariamente portatori di verità conclamate. Per spiegarci meglio, in un archivio si possono trovare circolari, istruzioni operative o lettere di incarico, che sono effettivamente documenti “ufficiali”, nel senso che una determinata autorità (ad esempio un comando militare), ordina ai propri sottoposti di operare in una determinata maniera. In questa categoria possiamo inserire, ad esempio, tutti i documenti relativi agli ordini impartiti dal Comando alleato sulle modalità di ricerca di cadaveri nella “foiba” di Basovizza, compreso il verbale conclusivo che impone la sospensione delle ricerche medesime perché non vi è stato alcun riscontro concreto di quanto denunciato dagli “informatori” (nella fattispecie dal CLN triestino) in merito ai presunti infoibamenti.
Questi documenti, che riportano fatti concreti (ad esempio la nota del 3/8/45: “le prove raccolte da fonti alleate e civili si sono rivelate in molti casi inconcludenti e contraddittorie”, o la dichiarazione del generale Alexander del 22/11/45: “il materiale estratto risulta inutile come prova, il genio militare sta semplicemente perdendo il suo tempo”), hanno ovviamente un valore del tutto diverso da quello di altri documenti come le informative, dove i relatori riferiscono notizie, informazioni ed anche semplici “voci” raccolte su determinati argomenti e problemi, che possono essere o no attendibili, ma vengono comunque riportate ai superiori per essere vagliate.
A questa seconda categoria appartiene ad esempio il Rapporto del 13 luglio 1945 (pubblicato alle pag. 46 e 48 del volume in questione), che parla dei presunti “infoibamenti” avvenuti a Basovizza, nel quale leggiamo: “secondo un medico (…) un commissario jugoslavo avrebbe dichiarato (…) secondo altre dichiarazioni gli jugoslavi obbligavano le persone a saltare all’interno della fossa (…) confermata da una mezza dozzina di bambini di origine slovena. Nei pressi della foiba, il primo maggio, avrebbero infatti visto due ufficiali che costringevano un centinaio di persone a gettarsi all’interno del pozzo. I commenti dei ragazzini (“Come gridavano i fascisti”) conferiscono alla storia un’aura di veridicità”.
L’attendibilità delle notizie riportate in questa informativa è del tutto dubbia: infatti il relatore riporta prima le parole di “un medico” (anonimo) che riporta le presunte dichiarazioni di “un commissario jugoslavo” (anch’esso ignoto); poi “altre dichiarazioni” (non si sa di chi) ed alla fine una “conferma” che arriverebbe da “una mezza dozzina di bambini” (anch’essi senza nome) che avrebbero raccontato una storia che di per se stessa non sta in piedi. “Due ufficiali” da soli avrebbero costretto “un centinaio di persone a gettarsi nel pozzo” senza alcuna resistenza da parte dei prigionieri? Analogo discorso va fatto per altre informative come questa, dove si parla di fonti “molto attendibili” (ma che rimangono, curiosamente, sempre ignote) che asseriscono esistere testimoni e prove dei massacri di Basovizza, massacri che alla fine vengono smentiti dai fatti, cioè dalle ricognizioni operate dagli Alleati.
Pubblicare documenti senza evidenziare le contraddizioni che essi presentano, e che non sempre sono note ai lettori ai quali è rivolta la pubblicazione (essendo appunto un’opera di divulgazione è rivolta ai non “addetti ai lavori”), non è un buon servizio di “divulgazione”, perché per un malinteso concetto di “leggibilità” si trascurano informazioni necessarie alla comprensione dei fatti.
Ed infine non si comprende la conclusione alla quale arrivano i due autori: “una verità impossibile da trovare produrrà il risultato che il caso Basovizza resti aperto ancor oggi, a più di sessant’anni di distanza”. Ma proprio grazie alla lettura dei documenti pubblicati appare molto chiaramente che in merito ai presunti massacri esistono solo “voci”, mentre i rapporti ufficiali dimostrano che le ricerche delle salme non portarono ad alcun risultato concreto.

Un esempio invece di come si possa “fare storia” senza alcun ausilio di documentazione si trova nel libro di Frediano Sessi “Foibe rosse” (Marsilio 2007), dedicato alla vicenda di Norma Cossetto, uccisa in Istria nell’ottobre del 1943. Ricordiamo che l’unico fatto accertato su questa vicenda è che Norma Cossetto è stata recuperata da una foiba, mentre riguardo alle violenze da lei subite c’è solo memorialistica, i racconti dei parenti della vittima sono pieni di incongruenze, e lo stesso maresciallo dei Vigili del fuoco di Pola, Arnaldo Harzarich che sovrintese ai recuperi dalle foibe, dà due versioni del tutto diverse dello stato del ritrovamento della salma della giovane donna. Nel verbale di interrogatorio reso agli angloamericani nel 1945 (in archivio IRSMLT n. 346) infatti dice: “violentata per tutta la notte da 17 aguzzini viene gettata in foiba con un pezzo di legno ficcato nei genitali”, mentre nella versione citata dal Bollettino dell’Unione degli Istriani n. 28/1998 leggiamo: “con le braccia stese lungo i fianchi, quasi in riposo, nuda, giaceva una giovane donna. Era Norma Cossetto ed il suo corpo non presentava a prima vista segni di sevizie”.
Sessi però non si è curato di queste contraddizioni, infatti, dopo alcuni capitoli dedicati alle interviste con testimoni dell’epoca, nel capitolo “Lampi di verità sulla vita di Norma?” spiega: “al punto in cui siamo è possibile dare forma ai pensieri di Norma e a quella parte della sua vita che solo lei avrebbe potuto raccontare; farne una storia verosimile in forma di diario, a partire dai “lampi di verità” emersi dalle testimonianze e dalla scarna documentazione (…) in questa ricostruzione realtà storica e immaginazione convergono (…) un metodo che si giustifica (..) con la scarsa documentazione disponibile a fronte della ricchezza di particolari, spesso coincidenti, emersi dai racconti dei testimoni. Un azzardo storico? In fondo, tutte le storie fanno i conti con la finzione perché arrivano a noi solo attraverso il linguaggio e la scrittura”.
Segue quindi uno scritto in forma di diario redatto da Sessi e così introdotto: “se qualche testo scritto di Norma fosse pervenuto fino a noi, avrebbe potuto avere questa forma e questi contenuti”. La seconda metà del libro, quindi, è tutta pura fantasia ed immaginazione, scritta da un autore molto bravo, che induce il lettore a pensare di leggere il vero diario di Norma, un diario che non fu mai scritto ma che viene “immaginato” da Sessi.
Ricordiamo che Frediano Sessi si è fatto un nome per le sue ricerche piuttosto accurate sulla Shoah, ed è anche autore di un bel racconto per ragazzi dal titolo “L’isola di Rab” (Mondadori 2000), nel quale spiega ai giovani lettori cosa accadeva nella Jugoslavia occupata dall’esercito italiano e descrive il campo di detenzione fascista di Arbe-Rab. Però alla fine è caduto anche lui, come altri, nella trappola bipartisan della presunta necessità di fare luce anche sui “crimini” che sarebbero stati commessi dai partigiani (jugoslavi in questo caso). Visto che su questi crimini, reali o presunti che siano, esiste molta poca documentazione (al contrario di quanto si può trovare in merito ai crimini commessi dai nazifascisti), in mancanza di prove su cui basarsi lo scrittore decide dedicarsi alla “finzione” della ricostruzione storica.
Che il motivo per cui non si trova documentazione di certi crimini consista forse nel fatto che la maggior parte dei “crimini” che vengono sbandierati dalla propaganda in realtà non sono avvenuti, è un dubbio che dovrebbe sorgere in un investigatore scrupoloso. Se però lo scopo della scrittura sta nel dovere a tutti i costi creare le prove di fatti inesistenti, semplicemente perché bisogna creare un contraltare al nazifascismo criminalizzando la Resistenza, va da sé che tutte le dicerie, le chiacchiere, le “mitologie” vengano assunte in forza di prove.
Perché la questione qui non è se nel settembre/ottobre 1943 i partigiani in Istria compirono degli eccidi: è assodato che vi furono esecuzioni sommarie, vendette personali, e che i corpi degli uccisi furono anche gettati nelle “foibe”. Ma dato che questo fatto potrebbe anche venire accettato dall’opinione pubblica come una delle varie conseguenze della guerra, nasce il bisogno di riscrivere la storia travisando la realtà degli eventi. Come prima cosa è necessario far lievitare il numero dei morti (che in realtà furono tra i trecento ed i quattrocento, e non migliaia come vorrebbe la propaganda); e per la creazione del mito della “barbarie slavo comunista” bisogna descrivere tutte le sevizie cui venivano sottoposti i prigionieri prima di essere “infoibati”. Dato che è tecnicamente impossibile valutare su un corpo recuperato in avanzato stato di decomposizione se la vittima aveva subito violenze (tanto meno sessuali) mentre era ancora in vita, si sono create una serie di presunte testimonianze (non attendibili, perché nessuna di queste è verificabile ai fatti) che parlano delle esecuzioni e delle violenze.

Passando alla storia più recente, parliamo di Dario Fertilio (autore anche di “La morte rossa. Storie di italiani vittime del comunismo”) che ha pubblicato, nella collana “gli Specchi” di Marsilio (guarda caso diretta proprio da Sessi, e che comprende anche, tra i vari titoli, l’autobiografia del terrorista nero Pierluigi Concutelli, il rapporto dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, affiliata ai radicali e nella quale hanno trovato “lavoro” per uscire dal carcere altri due ex terroristi neri, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro), il romanzo “La via del Che”. In questo romanzo Fertilio praticamente riscrive la storia di Cuba, che (scrivono le note di copertina) “si rivela ben diversa da quella che (il protagonista, n.d.a.) aveva sognato: in pieno disfacimento il regime castrista, corruzione e affarismo dilagano, il razzismo non ha più maschere, la violenza si respira nell’aria. Scoprirà così che le ragazzine si prostituiscono a quattordici anni e gli slogan ossessivi della propaganda fanno da grottesco sottofondo alla miseria e alla lotta quotidiana per l’esistenza. Ma anche i diari del Che, offerti a Riccardo Modena, si rivelano un miraggio: emergono via via nuovi inquietanti particolari sull’autentica personalità del guerrigliero, documenti finora tenuti segreti ribaltano l’immagine di lui diffusa in Occidente”.
Pura fantasia, naturalmente: ma alla fine il risultato che si ottiene è quello di riscrivere la storia tramite la finzione. Sessi ha preso ispirazione dalle cose che si dicono su Norma Cossetto ed ha creato un diario che potrebbe essere stato scritto dalla ragazza; Fertilio inventa di sana pianta e “ribalta” l’immagine storica del Che.
Invece per quanto riguarda le pubblicazioni storiche non romanzate, ci troviamo di fronte a due possibili tipi di storiografia: quella fatta dagli storici professionisti e rivolta agli addetti ai lavori, corretta ma di “una noia mortale”, inadatta al lettore “comune”, al quale invece vengono dedicati libri “divulgativi”, dove la precisione è approssimativa, perché è necessario proporre una lettura “piacevole” e perché divulgatori e scrittori non sono obbligati, come gli storici, ad una analisi scientifica dei documenti e dei fatti (magari i giornalisti lo sarebbero, ma purtroppo non sempre lo fanno).
Una situazione culturale che somiglia in modo preoccupante a quella descritta in “1984” di George Orwell, ed alla quale è necessario opporre una forte resistenza, tenuto conto anche delle recenti dichiarazioni di Marcello Dell’Utri, esponente di spicco di Forza Italia, ma anche (come leggiamo in un articolo di Maria Antonietta Calabrò sul “Corriere della Sera” del 9 aprile scorso) “condannato in via definitiva per false fatture e frode fiscale e, in primo grado, a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa”, che ha sollevato nuovamente il problema della riscrittura dei libri di storia.
“I libri di storia” ha detto “ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione”.
Bene gli ha risposto nell’occasione l’ex ministro del lavoro Cesare Damiano, nel corso di un incontro svoltosi a Trieste nello stesso giorno delle esternazioni del senatore. Dopo avere dichiarato di non sentire “assolutamente” il bisogno di riscrivere i libri di storia sulla Resistenza, Damiano ha asserito: “I miei maestri sono stati coloro che hanno fatto la Resistenza, che hanno liberato l’Italia dalla barbarie del nazi-fascismo”. Ed ancora: “l’Italia oggi è libera e democratica e può guardare con fiducia il suo futuro anche perché la Resistenza ha riconsegnato la libertà. Quindi non sento il bisogno di riscrivere i libri anzi sento il bisogno di insegnare quella storia ai nostri giovani e ai nostri figli perché dal passato si trae ispirazione per il futuro” (dichiarazioni da nota Ansa del 9/4/08).

Aprile 2008

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