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Ricordi E Dimenticanze Della Repubblica Italiana.

RICORDI E DIMENTICANZE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Il ministro Ignazio La Russa ha detto che i “partigiani rossi che volevano per l’Italia un futuro stalinista meritano rispetto ma non di essere celebrati come portatori di libertà”, perché intende necessario distinguere tra chi “lottava per instaurare in Italia una democrazia e chi voleva invece il socialismo”; di conseguenza “non vi può essere una parificazione con i partigiani che lottavano per dare all’Italia un regime democratico”.
Questa valutazione politica è, a parer nostro, offensiva per coloro che sono morti e per coloro che hanno sofferto nella clandestinità, sotto le torture, sacrificato anni della propria vita per lottare contro il nazifascismo. Perché forse il ministro non lo sa, ma il motivo primario che spinse i partigiani (rossi o bianchi che fossero) alla lotta era quello di eliminare il nazifascismo dalla storia: il futuro assetto dell’Italia si sarebbe discusso dopo, e che sarebbe stato quello che avrebbe voluto la maggioranza degli italiani era cosa che ben sapevano anche coloro che, di per sé, avrebbero desiderato realizzare il socialismo (non necessariamente lo “stalinismo”, signor ministro) nel nostro Paese.
E poi, ci si consenta: dato il passato politico del ministro, dato che a tutt’oggi rappresentanti del suo partito plaudono a figure politiche come Almirante (uno dei pilastri “culturali” oltre che istituzionali della Repubblichetta mussoliniana) e continuano a festeggiare senza remore l’anniversario della marcia su Roma, una presa di posizione come questa sui distinguo tra partigiani e partigiani ci pare fuori luogo. Nel 1944, da che parte si sarebbe schierato La Russa? Con il CLNAI, nel Partito liberale o nella neo costituita Democrazia cristiana (dando per assodato che non nel PCI o nel PSI o nel Partito d’azione)? Permetteteci di dubitarne: secondo noi ben altra parte sarebbe stata da lui scelta.

LA REPUBBLICA ITALIANA RICORDA…
La legge 30 marzo 2004, n. 92 ha istituito il “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli “Infoibati”. Questo riconoscimento, che si concretizza nella consegna di una targa con la scritta “La Repubblica italiana ricorda”, è stato finora assegnato a diverse persone, tra le quali spicca la figura di Vincenzo Serrentino, ricordato con la motivazione che fu “l’ultimo prefetto di Zara italiana”: arrestato a Trieste nel maggio 1945, fu fucilato a Sebenico nel 1947 dopo due gradi di processo, anche se questo particolare solitamente non viene riferito quando si parla della vicenda.
In realtà Serrentino non fu solo prefetto di Zara; di origine siciliana, iniziò la sua carriera politico-amministrativa
a Zara, nel 1919, dove fu inviato come militare dopo che la città fu assegnata all’Italia in seguito al trattato di pace.
Il suo primo incarico fu di segretario generale del sindacato di agricoltura e commercio e “in tale veste si adoperò per la restituzione delle terre agli agricoltori italiani, confiscate durante la dominazione asburgica” (come scritto sul “Giornale” del 10/2/07): in sostanza si occupò di ridare ai latifondisti le terre che erano state distribuite ai contadini dal “cattivo” governo imperialregio.
Successivamente Serrentino, iscritto al PNF dal marzo 1921, fu tra i fondatori del Fascio di combattimento di Zara “Dalmazia irredenta”, partecipò alla marcia su Roma, all’impresa di Fiume di D’Annunzio, fu ufficiale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, segretario politico del PNF e poi membro del Direttoriofederale del Fascio.
Ma il motivo per cui la Jugoslavia lo processò e condannò a morte sta nel ruolo da lui ricoperto nell’ambito del Tribunale straordinario per la Dalmazia, l’organo di giustizia che servì a dare una copertura “legale” alle rappresaglie contro il movimento partigiano durante l’occupazione militare della Dalmazia nel corso della seconda guerra mondiale. Questo Tribunale (composto da Serrentino, dal presidente, generale Gherardo Magaldi e dal tenente colonnello Pietro Caruso, che divenne poi questore repubblichino di Roma: fu condannato a morte e giustiziato nel 1944 dopo la liberazione della capitale) era soprannominato “volante” perché i suoi membri si recavano di volta in volta nei luoghi dove era necessario firmare le condanne a morte degli “imputati”, spesso semplici ostaggi che dovevano essere fucilati per rappresaglia e non perché fossero stati riconosciuti effettivamente responsabili di determinati reati.

LA REPUBBLICA ITALIANA PERÒ DIMENTICA…
Mentre Serrentino è ricordato dalla Repubblica italiana, tra coloro che probabilmente il ministro La Russa non considera “portatori di libertà”, dato che era comunista, c’è la prima partigiana combattente caduta, la muggesana Alma Vivoda che fu uccisa a Trieste in via Pindemonte mentre si recava ad un appuntamento con una staffetta il 16 giugno 1943 (prima della caduta del fascismo, quindi). Vivoda non è ricordata in alcun modo dalla Repubblica italiana, né le sono state dedicate vie a Trieste: e tra le varie proposte che abbiamo sentito fare per gli aggiornamenti della toponomastica triestina il suo nome non è mai comparso.

LA REPUBBLICA ITALIANA PREMIA…
Se Alma Vivoda non viene ricordata, in compenso chi ha ricevuto una medaglia è colui che l’ha uccisa: il carabiniere Antonio Di Lauro che fu insignito, per questa azione, della medaglia di bronzo al valor militare (in Supplemento alla Gazzetta Ufficiale n° 259 dd. 13/10/58).
Il carabiniere Di Lauro ha un precedente ancora più scandaloso: Nel 1954 il noto torturatore capo dell’Ispettorato Speciale di PS di Trieste Gaetano Collotti fu insignito di medaglia di bronzo alla memoria per un’azione antipartigiana da lui condotta nell’aprile ‘43, come leggiamo nella motivazione (in Gazzetta Ufficiale. n. 12, d.d 16/1/54):
“In qualità di vice commissario di PS, incaricato di procedere ad alcuni arresti di partigiani di una località del goriziano, venuto a conoscenza del probabile passaggio di elementi partigiani nemici in località prossima, accompagnato da pochi agenti, predisponeva un appostamento. Successivamente, rimasto solo, ne affrontava coraggiosamente alcuni armati, riuscendo ad ucciderne uno, a catturarne un altro ed a ferirne un terzo che si dava alla fuga unitamente ad altro piccolo gruppo posto in agguato nelle vicinanze. Tolmino (Gorizia) 10 aprile 1943”.
Per questa onorificenza furono elevate proteste a tutti i livelli, anche interrogazioni parlamentari e proteste del consiglio comunale di Trieste. Quindici mesi dopo l’invio delle segnalazioni (ampiamente documentate in merito all’attività di torturatore di Collotti), il sottosegretario alla Difesa Braglia rispose giustificando la concessione della medaglia, decretata dallo stesso Ministero nell’ottobre del 1952, con ragioni di ordine burocratico. Ciò perché l’istruttoria era stata ripresa dopo l’armistizio dell’8 settembre e conclusa favorevolmente “nulla essendo emerso dalla pratica che potesse influire sulla decisione in senso negativo”. Infine era impossibile un provvedimento di revoca perché il decorato era deceduto.

IL COMUNE DI TRIESTE RICORDA…
Già molto è stato detto sulla scelta di dedicare un tratto della via Revere, la scalinata che dà su Piazzale Rosmini, alla memoria di Mario Granbassi, scelta motivata ufficialmente per il “valore giornalistico” di Granbassi. Granbassi (si veda nel sito l’articolo “Perché intitolare a Trieste una via a Mario Granbassi?”) in realtà più che un giornalista era stato un propagandista, e di quelli proprio peggiori, dato che il target, come si direbbe oggi, erano i bambini che venivano invogliati a diventare piccoli fascisti fanatici ed a cui veniva inculcata una cultura guerrafondaia e militarista. Granbassi andò volontario in Spagna sul fronte franchista e fu ucciso in battaglia. Un curriculum che molti cittadini di Trieste non ritengono valido per un riconoscimento come l’intitolazione di una via e per questo hanno elevato proteste che hanno innescato un notevole dibattito in città. A queste obiezioni comunque il Comune ha risposto che il 13 maggio si farà l’inaugurazione della scalinata.

Ma a Trieste esiste già una via dedicata ad un altro giornalista, Almerigo Grilz, che dopo un passato di militante “focoso” nel Fronte della Gioventù di Trieste divenne reporter di guerra ed andò in Mozambico a fare da press agent ai guerriglieri della Renamo, l’organizzazione armata dal governo razzista del Sudafrica per combattere il legittimo governo di Maputo, nato dopo la ritirata dal Paese dei colonizzatori portoghesi nel 1975. La Renamo si macchiò di crimini orrendi contro la popolazione civile (si vedano a questo proposito i reportages dello scrittore e giornalista statunitense Kurt Vonnegut, riportati nel nostro sito nell’ articolo “La vera storia di Almerigo Grilz”), ma Grilz non era andato lì per documentare questi crimini, quanto per dimostrare l’ “eroismo” dei combattenti “anticomunisti”. Il nostro concittadino perse la vita nel corso di un combattimento tra esercito governativo e ribelli, e secondo il Comune di Trieste questo è un motivo sufficiente per intitolargli una via.

IL COMUNE DI TRIESTE INVECE DIMENTICA…
A prescindere dal fatto che forse non è del tutto giusto continuare a cambiare i nomi delle strade, sia per una questione di memoria storica, sia per motivi di ordine pratico, di fronte a continue nuove dediche di parti di vie o strade in città ad illustri sconosciuti o comunque personalità che non hanno avuto quella grande influenza nella vita cittadina, vi sono invece molti concittadini che sembrano non avere diritto ad un ricordo pubblico, almeno secondo la sezione toponomastica locale.
Possiamo ricordare, citando un po’ a casaccio, lo psichiatra Franco Basaglia, il “padre” della riforma psichiatrica che, pure con tutti i limiti che ogni riforma ha (nessuna normativa è perfetta) ha permesso di ridare dignità ai malati di mente.
Poi c’è Diego de Henriquez, lo storico e collezionista di oggettistica militare, che volle creare un “museo di guerra per la pace”, per dimostrare, esponendo le macchine militari quanto si spenda per uccidere a fronte del poco che si spende per aiutare la gente a vivere meglio. De Henriquez, che fu anche testimone di eventi storici e raccolse in una serie di quadernetti (i suoi famosi “diari”) annotazioni sugli avvenimenti triestini (e non) dal 1943 al 1975, anno della sua morte, perse la vita in circostanze mai chiarite nell’incendio probabilmente doloso del suo magazzino. E come sulla sua morte non fu mai fatta chiarezza, così a più di trent’anni di distanza non ha neppure diritto ad un ricordo ufficiale
Neanche lo scrittore Fulvio Tomizza, di origini istriane, ma mai irredentista, anzi fautore di una convivenza costruttiva fra etnie e culture diverse viene proposto per un ricordo.
Così neppure il giornalista, scrittore e poeta Carolus Cergoly ha finora avuto diritto ad una via: forse perché fu direttore del “Corriere di Trieste”, quotidiano che non nascondeva la propria simpatia per l’ipotesi Territorio Libero di Trieste?
Un breve accenno infine ai pittori triestini di etnia slovena Avgust Černigoj e Lojže Spacal, due artisti internazionalmente riconosciuti come innovatori e geniali e di cui, quindi, la città dovrebbe andare fiera: forse perché erano sloveni nessuna via a Trieste viene loro dedicata?

Aprile 2009

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