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Ricordo di di Michele Cacioppo.

MISTERI TRIESTINI NELLE INDAGINI DELL'ISPETTORE MICHELE CACIOPPO.

In questo 2016 che continua a registrare la morte di tantissime persone di grande valore, ultimo in questa tragica serie si è aggiunto l’incidente stradale che è costato la vita all’ispettore Michele Cacioppo, che oltre ad essere una bella persona dal punto di vista umano, era inoltre un investigatore puntiglioso ed instancabile. È stato infatti anche grazie al suo impegno ed alla sua costanza nella ricerca documentale che le indagini sulle stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia hanno potuto fare dei passi avanti nell’identificazione (purtroppo non ancora completa) di alcuni dei responsabili; ed è stato proprio Cacioppo a reperire nell’archivio “perduto” dei Servizi di via Appia i documenti che hanno permesso la ricostruzione dell’attività del cosiddetto “noto servizio” o Anello, la struttura parallela della quale il venerabile Licio Gelli disse “io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello”
(https://www.facebook.com/notes/paolo-cucchiarelli/licio-gelli-io-avevo-la-p2-cossiga-aveva-gladio-e-andreotti-lanello/10150411892440045/).
Ed anche dopo il pensionamento, l’ispettore Cacioppo era rimasto a disposizione come consulente esterno della Procura per le indagini, tuttora in corso, sulla strage di Brescia.
È dunque una perdita terribile, non solo per i familiari cui va il nostro abbraccio, ma anche per tutti coloro che ricercano a vari livelli la verità sugli anni bui della strategia della tensione in Italia.
Noi vogliamo ricordare qui il contributo da lui dato nell’indagine su un fatto che riguarda la nostra città, avvenuto la sera del 2 maggio 1974, nello stesso momento in cui scoppiava l’incendio doloso che distrusse il magazzino di Diego de Henriquez causando la morte dello studioso triestino.
Facciamo un passo indietro per ricordare che il 27 aprile precedente una bomba era esplosa nella scuola slovena di via Caravaggio, fortunatamente senza provocare vittime in quanto il fatto era avvenuto in serata. Su questo attentato indagava il sostituto procuratore Claudio Coassin, che fu pochi giorni dopo fatto oggetto di minacce; la sera del 2 maggio giunse una telefonata anonima al 113 “affermando che in una cabina telefonica di piazza Garibaldi si doveva trovare un messaggio che puntualmente poi è stato rinvenuto tra le pagine dell’elenco telefonico”. Ecco il volantino, intestato “Ordine nero – sezione Codreanu comunicato n. 1 per la zona di Trieste”:
Il Consiglio supremo per la rivoluzione nazionalsocialista ha deciso, a breve scadenza, il sequestro del sostituto procuratore Coassin Claudio affinché venga liberato il camerata Giorgio Freda e come lui tutti gli altri camerati ingiustamente incarcerati dalle prigioni del sistema borghese. Abbiamo già colpito una volta a San Giovanni, colpiremo ancora per debellare questo sistema antifascista.
Seguiva, in caratteri più grandi, lo slogan Fuori dall’Italia gli infoibatori slavi, libertà ai camerati, ed in calce al foglio era tracciata una svastica grondante sangue.
Sulla stampa leggiamo che a telefonare sarebbe stata una voce giovanile e che “il volantino è vergato a mano con caratteri uguali a quelli usati da Ordine nero negli analoghi manifestini diffusi a Torino”; e l’opinione dell’allora dirigente della Squadra politica, Giovanni Volpe, era che per il fatto che si fosse indicato Freda col nome Giorgio anziché Franco poteva dimostrare che il messaggio era autentico.
Il maggiore Giovanni Ferrara dei Carabinieri osservò da parte sua che “avvertire chi si vuole rapire mi pare un’ingenuità”, mentre il minacciato, il dottor Coassin, dichiarò di non essere preoccupato, ma si riteneva un personaggio scomodo perché non guardava né a destra né a sinistra (specifichiamo che I dati sono tratti dal Piccolo del 3 e del 4 maggio 1974).
Il settimanale Meridiano di Trieste dedicò un articolo a questo fatto, e pubblicò, in riferimento a Codreanu, la copertina del libello “La terra degli avi”, il cui direttore responsabile era l’avanguardista nazionale Gianfranco Sussich (che si era trovato poche settimane prima, al momento dell’arresto dei terroristi legati al MAR di Carlo Fumagalli, nella loro base logistica assieme al maggiore dei due fratelli avanguardisti Scarpa, Claudio), e che portava lo stesso nome del giornale del Movimento legionario romeno dei seguaci di Codreanu: infatti “in esso si trovano l’elogio di Codreanu e della guardia di ferro”. E concludeva: “una ben architettata trama nera sta inquinando Trieste, la città che dopo gli anni cupi della guerra fredda è assurta a simbolo di pace e di slataperiana (cioè ispirata alle idee dello scrittore Scipio Slataper, nda) pacifica convivenza tra popoli diversi. I teppisti agiscono sotto etichette diverse (Avanguardia nazionale, Ordine nuovo, Ordine nero, Europa civiltà) ma hanno la stessa matrice e sono manovrati da una stessa mano, quella che tenta di seminare il caos nel paese e minare la fiducia nel sistema democratico” (Meridiano di Trieste, “I brigatisti neri”, n. 19 del 8/5/74).
Di questo volantino (e degli altri che ne seguirono) parlò anche l’ispettore Cacioppo in sede di dibattimento per la strage di Brescia (dalla trascrizione dell’udienza del 20/5/10 (R.G. 003/08), reperibile in http://www.28maggio74.brescia.it/).
“Il volantino l’ho preso anche perché c’è questo riferimento rivendicativo all’attentato alla scuola slovena del 27 aprile che è precedente di quasi più di un mese alla strage di Piazza della Loggia. Più che altro per fare un parallelo anche con la strage di Piazza della Loggia che stranamente la prova viene fatta sempre con un attentato alla scuola slovena precedente a quella di Piazza Fontana.
Tutti i volantini, a differenza del secondo, risultano scritti con carattere runico. Secondo quanto si legge nella relazione tecnica della Divisione Polizia Scientifica del 7 ottobre del 1974 i tre volantini sono stati scritti con accentuato impegno disegnativo da una stessa persona. L’ufficio politico tra l’altro ritenne di riconoscere la voce dell’anonimo che aveva preannunciato al 113 il primo volantino, quello della scuola slovena, in quella del noto Francesco Neami. Per tale fatto il Neami unitamente al Luin e Viezzoli due estremisti di destra di Trieste furono raggiunti da comunicazione giudiziaria. Non so come è finita la vicenda. Una vera e propria perizia non so sulla voce se sia stata mai effettuata dalla Procura”.
Si diceva prima che la stessa sera in cui fu deposto il volantino nella cabina telefonica di piazza Garibaldi, ad un centinaio di metri di distanza prendeva fuoco il magazzino di Diego de Henriquez. È un dato di fatto che lo studioso conosceva molti “camerati” (la sede di Avanguardia nazionale si trovava all’epoca nella strada parallela a via San Maurizio), e l’ultima sera della sua vita passeggiò nella zona di Largo Barriera, piazza limitrofa alla piazza Garibaldi. Forse l’anziano studioso aveva incrociato quella sera qualcuno che conosceva, e che avrebbe potuto ricollegare il giorno dopo a quei volantini minatori?
E come ultima coincidenza segnaliamo che i primi inquirenti a recarsi sul luogo dell’incendio furono il dottor Coassin (minacciato nel volantino) ed il maggiore Ferrara (che aveva minimizzato le minacce magistrato): queste prime indagini si conclusero con un’archiviazione per morte accidentale e ci volle l’impegno dei cronisti del Meridiano e dei familiari della vittima perché le indagini fossero riaperte e si accertasse che invece l’incendio era stato doloso. Ma questa è, come direbbe Lucarelli, un’altra storia che abbiamo già narrato in altre sedi.

dicembre 2016


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