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Riflessioni Antifasciste Nell'Anniversario Della Liberazione 2007

RIFLESSIONI ANTIFASCISTE NELL’ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE 2007.

Negli ultimi quindici anni ci hanno ripetuto fino alla nausea che ormai le ideologie sono crollate e che tutto quello che è accaduto, a livello di lotte politiche, nel Novecento, è da condannare; che il fascismo, il nazismo ed il comunismo sono tutte ideologie totalitarie da buttare (su capitalismo ed integralismi religiosi, che sono più vecchi delle ideologie del Novecento, nessuno sembra invece avere da ridire). Il risultato cui siamo giunti è che, mentre da parte sinistra si è accettata in gran parte questa banalizzazione della politica, e ben pochi ormai si richiamano ai migliori valori del comunismo e del socialismo, da parte destra, invece, stiamo assistendo ad una rivalutazione del fascismo, del quale si tendono ormai a ricordare solo certe cose (quelle che fanno contento l’uomo della strada come “la pubblica amministrazione funzionava ed i treni arrivavano in orario”), dimenticando di parlare di abiezioni come le leggi razziali e le condanne a morte e gli anni di carcere comminati agli antifascisti anche per reati “minori”.
Prendiamo in mano la prestigiosa rivista “Area” diretta da Marcello De Angelis, oggi senatore di AN, “al tempo responsabile del movimento extra-parlamentare Terza Posizione (oggi sciolto), lasciò il suo Paese nel 1980 per rifugiarsi a Londra” (note biografiche di Letizia Coppola per Novopress), nonché membro del gruppo di rock “nero” 270bis, gli autori ed interpreti della (non molto nota) “Cuore Nero” che così recita: “E io ho il cuore nero/e tanta gente/mi vorrebbe al cimitero/Ma io ho il cuore nero/e me ne frego e sputo/in faccia al mondo intero.../Il braccio che si stende calando giù la sbarra/lo schianto delle ossa, lo stridere dei denti/lo sguardo inorridito di mille benpensanti:/ci vuole così poco per essere contenti”. Nel numero di dicembre 2006 troviamo un articolo firmato da Luciano Lanna dal quale apprendiamo che c’è “nel DNA della destra italiana il rifiuto di qualsiasi approccio razzista”. A prova di ciò l’autore porta le dichiarazioni di Giano Accame del 1988: “la nostra educazione si è alimentata con il popolarissimo motivetto di Faccetta nera”, il cui spirito, leggiamo, era prova della “vocazione antirazzista e mai tentata da suggestioni xenofobe della tradizione fascista e post-fascista”. Agli scettici, che magari ricordano le leggi razziali promulgate dal fascismo, gli articoli dell’orrida pubblicazione “La difesa della razza” su cui scriveva anche Giorgio Almirante, la proibizione di parlare in qualsiasi lingua che non fosse l’italiano, la quantità di “non italiani” messi a morte in Africa, Jugoslavia, Grecia, Albania, per portare avanti il sogno imperiale fascista, il giornalista spiega che in Africa il fascismo abolì la schiavitù, in Libia restaurò “a spese dello Stato” moschee e addirittura vietò la vendita di alcolici durante il Ramadan. Con buona pace, ovviamente, di tutti gli africani (musulmani, pagani ed anche cristiani) gasati e massacrati dal fascismo, in Libia, Etiopia e Abissinia.
Ma dobbiamo parlare in questo contesto anche del recente studio dello storico Giuseppe Parlato “Fascisti senza Mussolini” (il Mulino), che è stato presentato a Trieste nel febbraio scorso. Questo studio, sostiene Stefano De Luca che ha introdotto l’autore, parla sia delle origini del neofascismo sia della nascita della Repubblica, e quindi dell’identità politica di tutti gli italiani, a prescindere dalle loro connotazioni politiche. Non sappiamo se fosse nelle intenzioni dei relatori, però dalle loro parole traspare a volte l’idea che il fascismo sia praticamente endemico nella vita politica italiana. Parlato infatti afferma che il fascismo, dopo essersi radicato profondamente nel territorio, aveva creato strutture tali, soprattutto nella pubblica amministrazione (ma anche nel corpo insegnante) che non poteva sciogliersi di colpo, ma andò ad “innervare” le organizzazioni del sistema democratico. A proposito dell’epurazione dei quadri fascisti, che iniziò nel 1943 e si concluse nel 1946, Parlato sostiene che fu impossibile “espungere” le strutture del fascismo dal tessuto politico e che non sarebbe stato possibile epurare dalla pubblica amministrazione tutti i fascisti, considerando come tali tutti gli iscritti, in quanto i funzionari pubblici erano fascisti “come poi sarebbero diventati democristiani”, perché erano semplicemente servitori dello stato, al di là di ogni ideologia. Dato che le cariche pubbliche erano tutte ricoperte da fascisti (che erano gli unici in grado di fare quel lavoro), ci si rese conto che per poter mandare avanti l’Italia era impossibile epurare, perché sarebbero mancati gli impiegati e i dirigenti necessari.
Parlato ricorda anche che il settore privato cercava di assumere proprio gli epurati perché si aveva la sicurezza che erano persone “anticomuniste e col senso dello Stato”.
Una cosa che va considerata, però, è che nella polizia, ad esempio, non furono epurati neppure coloro che sotto il fascismo si erano macchiati di crimini e delitti, mentre furono allontanati nei primi anni del dopoguerra tutti gli ex partigiani che erano entrati nel corpo. E questo particolare, non colto da Parlato, ci porta al nodo della questione: il timore di un possibile attacco comunista all’Occidente paventato dagli alleati “occidentali”, portò questi a cercare di instaurare rapporti con gli ex fascisti, che secondo Parlato non sono da considerarsi dei “traditori” per questo, in quanto erano stati spinti dalla necessità di ritenere chiusa la partita del fascismo ma ancora aperta quella tra comunismo ed anticomunismo.
Le nuove prospettive che si aprivano per dirigenti come Borghese ed altri erano di passare dalla lotta tra fascismo ed antifascismo alla lotta tra comunismo ed anticomunismo, nella quale i fascisti avrebbero potuto ritrovare il loro ruolo perduto. Cose queste che scaturiscono chiaramente dai documenti provenienti dagli archivi dei Servizi USA, studiati anche da Parlato ma raccolti e pubblicati da Nicola Tranfaglia in modo organicamente diverso nel suo “Come nasce la Repubblica” (Bompiani, con note di inquadramento storico curate da Giuseppe Casarrubea). Questi documenti attestano come, in previsione della guerra fredda, agli USA servisse di “riciclare” persone e organismi di sicura fede anticomunista, pescando quindi a piene mani tra i “vecchi arnesi” del fascismo, Junio Valerio Borghese e la sua Decima Mas in testa.
Come corollario per inquadrare il clima del dopoguerra, Parlato ha aggiunto anche che alle elezioni del 1948, considerando forte il “pericolo comunista” in alcune zone “rosse”, accadeva che il prefetto desse ordine ai carabinieri di dare le chiavi delle armerie al rispettivo funzionario del fascio nel caso le elezioni fossero andate “male” (nel senso che avesse vinto la sinistra).
Parlato tratta anche del recupero fatto dal PCI della classe dirigente fascista, e di come molti intellettuali fascisti si iscrissero al Partito comunista. A questo proposito vi suggeriamo anche la lettura di “Fascisti rossi” di Paolo Buchignani (Oscar storia Mondadori), che descrive accuratamente come il Partito comunista dell’immediato dopoguerra avesse accolto tra le sue file molti ex fascisti, non solo “giovani che avevano sbagliato”, ma addirittura persone che avevano ricoperto ruoli di non poco conto all’interno del PNF prima e del PFR poi, o avevano operato da ufficiali nella Decima Mas. Tutte cose queste sulle quali il PCI prima ed i suoi eredi politici poi non hanno mai fatto autocritica o chiarezza.
Tornando allo studio di Parlato, infine, egli sostiene che sarebbe stata proprio la DC ad un certo punto ad “inventare” il MSI per frenare l’emorragia fascista verso il PCI ed a creare, tramite i fondi stanziati dalla Confindustria, un partito a destra come difesa anticomunista.
Da tutte queste letture ed analisi appare che l’Italia “nata dalla Resistenza” non poteva fare a meno dei fascisti, fossero o no “pentiti”. Illuminante a questo punto la lettura di una ordinanza di archiviazione e quindi proscioglimento dall’accusa di collaborazionismo di alcuni militi della RSI emanata dal Procuratore generale di Trieste Colonna.
Il magistrato motivò la decisione richiamandosi al “problema del riscatto dei giovani traviati dal Littorio. Il fascismo tenne la gioventù in perpetuo stato di pupillaggio, conservandoli nelle fasce dei detti memorabili di Mussolini: credere, obbedire, combattere ed alimentando in loro la riluttanza a pensare. (…) Libro e moschetto era il loro motto: il libro si riduceva a poche pappe sopite e prive di sapienza civile e il moschetto legittimava l’ignoranza, la prepotenza e la tracotanza spavalda (…) l’8/9/43 i giovani si trovarono in preda ad una crisi sentimentale più che ad una crisi di sconfitta militare: il crollo delle loro illusioni e delle loro idolatrie. (…) È necessario guarire questi malati per recuperarli nella grande famiglia democratica. Il carcere non è un mezzo di guarigione ma di distruzione e per la ricostruzione della Patria essi sono necessari, sono la nostra fede e la nostra speranza” (10/11/45).
Per comprendere come furono “recuperati nella grande famiglia democratica” taluni di quei “malati” citiamo un intervento di Gianfranco Gambassini, già esponente di punta della Lista per Trieste, che in un suo recente libro di memorie non ha avuto remore a rivendicare la propria adesione alla Repubblica di Salò, nonostante questo abbia comportato per lui anche il dover fare parte di un plotone di esecuzione che fucilava i propri compatrioti avversi alla scelta nazifascista alla quale invece lui aveva aderito. Nel corso del dibattito seguito alla presentazione del testo di Parlato, Gambassini ha sostenuto che in Italia c’è stata una guerra civile che non finirà mai, perché dopo l’8/9/43 tutti gli italiani dovettero fare una scelta di campo, quantomeno per salvarsi la vita, scelta che rivendicata anche dopo la fine della guerra e per tutta la vita, e che verrà trasmessa di generazione in generazione, a figli ed a nipoti.
Da quando le scelte di campo si trasmettono per via ereditaria tramite il DNA? Eppure non sono rari i casi di figli fascisti di padri comunisti e viceversa. Ma ciò che troviamo sconcertante è che questa idea (tipica di coloro che, odiando il mondo che li circonda, sono convinti che tutto il mondo li odia) di Gambassini sia stata applaudita da molti dei presenti. Noi siamo antifascisti e rivendichiamo il nostro antifascismo, ma (come la stragrande maggioranza degli antifascisti) non ci sogneremmo mai di affermare che saremo sempre nemici dell’opposta parte politica al punto da sentirci in “guerra civile”, mentre se c’è ancora chi la pensa come Gambassini davvero ci sono grossi problemi per la democrazia.

Aprile 2007

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