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      Mučeniška Pot


Riflessioni Post-elettorali 2008

DEBACLE.
Ormai di valutazioni sul recente orrendo risultato elettorale ne sono state fatte tante, e non ci dilungheremo nei particolari né ripeteremo cose già dette e ridette. Non ci attarderemo nelle valutazioni sulle responsabilità di chi (un Partito democratico a caso), per portare avanti il proprio progetto di bipolarismo assoluto, ha, alla fine, ottenuto in concreto semplicemente il risultato che il potere è di nuovo in mano a quelle destre che già nel quinquennio 2001/2006 avevano governato con effetti disastrosi.
Né entreremo nel merito della sconfitta del progetto Sinistra arcobaleno (da noi abbondantemente prevista, anche se non pensavamo si sarebbe arrivati ad una tale debacle), progetto ambizioso quanto velleitario e distante da ogni seria valutazione politica, sconfitta della quale i sopravvissuti dovranno farsi carico e rimettersi a ragionare in maniera costruttiva e non suicida.
Dobbiamo ora considerare che è conseguenza di certi errori politici il fatto che oggi abbiamo un Parlamento che non rappresenta nei fatti tutto l’elettorato; che comunque questo risultato è dovuto anche ad un sistema elettorale abnorme (è vero anche d’altra parte che nessun partito si è attivato concretamente per cambiarlo); consideriamo anche che il padronato aveva già deciso di scaricare il centrosinistra che, dopo avere sistemato un po’ le finanze nazionali aveva avuto l’idea di ripartire un po’ di ricchezza anche ai lavoratori, e come conseguenza immediata l’economista Fiorella Kostoris (coniugata Padoa Schioppa) ha già detto cosa pensa del futuro economico di questo Paese.
“In passato” ha detto “Berlusconi aveva proposto di lavorare di più (…) forse in una forma che non era la migliore e in un momento in cui il Paese non era maturo per accettare (…) Forse il Paese oggi, nelle condizioni di durezza del nostro sistema, è disposto ad accettare una terapia d’urgenza (…) lavorare di più vuol dire lavorare più ore all’anno e soprattutto più anni nella vita”.
Sangue sudore e lacrime, come già annunciato dal futuro governo nei confronti degli statali. C’è da stupirsi? Tutto come da copione, ma il nocciolo della questione, il primo punto da cui ripartire, è il fatto che il Paese obiettivamente ha votato a destra. E questo voto è dovuto al fatto che in Italia c’è una cultura di destra, e della destra più deteriore, quella egoista, xenofoba, intollerante, quella che ha fatto della prevaricazione e del razzismo i propri cavalli di battaglia; quella che di fronte ad un leader che minaccia di prendere le armi contro il governo di Roma (“ladrona”…), lungi dal condannare queste esternazioni come pericolose e criminali le minimizza, sostanzialmente condividendole; e si tratta di quella destra che già da tempo ha a propria disposizione delle milizie armate private, milizie che ha già a volte usato per “sostituirsi” alle regolari forze dell’ordine.
Ma responsabilità dell’exploit di questa destra va anche cercato altrove, e cioè in quei politici che si dicono di sinistra ma che in questi anni, invece di fare una politica di sinistra, si sono appiattiti sulle posizioni revisioniste della destra in materia di rilettura della storia dell’antifascismo e della resistenza, politici che hanno gettato fango sul movimento partigiano, arrivando a volte a paragonare gli errori di alcuni militanti che si fecero giustizia da sé ai crimini dei nazifascisti che assassinavano e torturavano in conseguenza di un progetto politico.
In tutti questi anni vi sono stati politici, giornalisti, scrittori che hanno voluto a tutti i costi “revisionare” la storia della resistenza, distruggendo tutto ciò che di positivo era in essa; ed accanto a questa revisione abbiamo assistito anche alla criminalizzazione degli anni settanta, un periodo che vide sì anche lo sviluppo di gruppi armati, gruppi che erano però del tutto marginali a quello che fu invece un grande movimento di massa per i diritti civili e politici, che portò a conquiste importanti tra le quali citiamo solo lo statuto dei lavoratori, la riforma del diritto di famiglia e le leggi sul divorzio e l’aborto, la riforma psichiatrica, l’equo canone, la rappresentatività studentesca nelle scuole. Tutte cose che oggi, guarda caso, si vogliono mettere in discussione, se non sono già state di fatto cancellate.
Dopo anni di questa propaganda distruttiva di tutto ciò che di buono e positivo aveva prodotto il movimento comunista e genericamente di sinistra nel corso del dopoguerra, non dovrebbe stupirci che l’elettorato sia andato a scegliere l’altra parte, quella che non ha mai fatto autocritica del proprio passato, quella che ritiene sempre validi i valori di oppressione dell’uomo sull’uomo, a patto, naturalmente, che si sia tra gli oppressori e non tra gli oppressi.
Crediamo che per cambiare questo stato di cose l’impegno da prendere è quello di una rivoluzione culturale che ci porti a cambiare la mentalità delle persone, che parli di solidarietà e non di egoismo, di giustizia e non di sfruttamento, di convivenza e non di emarginazione e razzismo. Un impegno difficile, per il quale bisognerà rimboccarsi le maniche e cominciare nuovamente da zero, ma un impegno necessario per evitare che la situazione precipiti in un baratro ancora più oscuro.

Aprile 2008

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