Articolo

      Mučeniška Pot


Riflessioni su Goli Otok

Nell’ambito della discussione storico-politica e delle polemiche innescate in merito alla cosiddetta “questione delle foibe”, un elemento che viene spesso inserito (e sempre a sproposito, lo diciamo subito) è quello riguardante la vicenda comunemente denominata “Goli Otok” (dal nome dell’isola dove vennero internati la maggior parte dei prigionieri), ossia la repressione che lo stato jugoslavo operò, a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta nei confronti degli oppositori politici facenti riferimento alla politica sovietica.
Desidereremmo innanzitutto sfatare in questa sede alcuni luoghi comuni che fanno parte della cultura collettiva su questo argomento. Precisiamo che useremo, virgolettati, i termini semplificativi, che vengono solitamente usati parlando di questo argomento anche se non li riteniamo scientificamente validi.
Innanzitutto vorremmo dire che non è vero che di Goli Otok non si sia mai parlato: se n’è parlato, eccome. Se n’è parlato da subito, ed all’inizio proprio nell’ambito della sinistra, quando alla componente “stalinista” dei partiti comunisti faceva comodo, in funzione “antititoista”, avere degli argomenti da usare per screditare il governo jugoslavo. Successivamente se n’è parlato, a destra, sempre per lo stesso motivo, mentre negli ultimi anni s’è cominciato a parlarne anche a sinistra in maniera meno strumentale, allo scopo di voler chiarire dei fatti che sono purtroppo avvenuti, degli errori che sono stati commessi, per evitare che vengano commessi di nuovo, ma con l’attenzione politica che potrebbe essere sintetizzata nel famoso detto “non gettare via il bambino assieme all’acqua sporca”. Ossia: sono stati fatti degli errori, sono stati commessi dei crimini, ciò non significa che tutto il sistema sia da ripudiare.
Ma perché si giunse a Goli Otok? Bisogna ricostruire la storia nella sua interezza, se si vuole comprendere ciò che è accaduto. Per questo sentiamo cosa hanno raccontato diversi testimoni, protagonisti e vittime della repressione.
Nell’ambito del conflitto politico tra Tito e Stalin, quando Tito volle staccarsi dall’orbita sovietica e mantenere la propria autonomia rispetto all’URSS, i servizi segreti sovietici diedero vita ad una serie di operazioni sporche di provocazione e di infiltrazione all’interno della Jugoslavia dissidente, inviando agenti provocatori che compivano atti terroristici (come l’uccisione di poliziotti o di militari), pescando questi agenti anche tra criminali comuni cui veniva promessa la cancellazione dei propri debiti con la giustizia se si fossero prestati a queste azioni. Non tutti i prezzolati che furono inviati in Jugoslavia a questo scopo portarono a termine il compito: alcuni si consegnarono alle autorità jugoslave spiegando il motivo per cui erano entrati clandestinamente nel Paese. Molti però accettarono l’incarico e commisero i crimini che erano stati loro commissionati.
Di fronte a tutto questo, lo stato jugoslavo rispose con una repressione, spesso anche feroce, della quale rimasero vittime anche persone che non c’entravano per niente, che erano state coinvolte per errore oppure perché c’era qualche loro avversario politico che aveva interesse a “fare loro le scarpe” per prendere il posto lasciato vuoto dal “dissidente” rimosso. Uno schema questo che quindi non presenta nulla di nuovo e di diverso dagli schemi di qualunque potere costituito che si trova di fronte ad un’attività eversiva e terroristica che minaccia la propria sopravvivenza. Dobbiamo inoltre tenere presente che nel contesto di cui parliamo, il rancore nei confronti di chi operava in armi contro lo stato jugoslavo era acuito dal fatto che i nemici del momento erano spesso gli stessi compagni di lotta di pochi anni prima, quelli assieme ai quali si era lottato contro un nemico comune, a prezzo di tremendi sacrifici; si viveva una situazione nella quale di colpo il compagno, l’alleato, il fratello, era diventato il Caino che cercava di distruggere tutto quello che era stato costruito assieme faticosamente.
Il fenomeno definito comunemente “Goli Otok”, nacque in un momento eccezionale e rimase un fatto eccezionale che si esaurì negli anni e non si ripeté successivamente. Quando sentiamo le “anime belle” che definiscono “totalitaria” la Jugoslavia e Tito un “dittatore”, ergersi a giudici del significato di democrazia, e condannare la Jugoslavia per Goli Otok, vorremmo chiedere loro di operare un’analisi spassionata anche delle democrazie occidentali, l’Italia prima di tutte.
Ricordiamo che nella nostra democratica Italia, non solo si torturavano i “terroristi” al momento della cattura (si veda il caso di Di Lenardo), ma si organizzavano violenti pestaggi nelle carceri speciali (Asinara, Trani); e del resto anche oggi l’universo carcerario, come i centri di accoglienza per immigrati, sono costellati da episodi di violenze e maltrattamenti,
Ricordiamo le torture cui fu sottoposto Luciano Rapotez negli anni Cinquanta a Trieste, perché gli si voleva far confessare un delitto che non aveva commesso; ricordiamo anche la strategia della tensione che ha prodotto decine di morti sui quali non si è mai fatta chiarezza, perché al momento di tirare le fila della questione c’era sempre qualcuno che invocava il “segreto di Stato”, ed in questo modo la strage di piazza Fontana a Milano non ha ancora un colpevole dopo 36 anni. Ricordiamo che un innocente è precipitato dal quarto piano della questura milanese, in presenza di cinque funzionari di polizia che avrebbero dovuto impedire una tragedia simile, ma non l’hanno fatto, ma hanno cercato invece di infangare il nome dell’anarchico Pinelli dicendo che si era confessato colpevole dell’attentato di piazza Fontana, cosa del tutto falsa, come verrà successivamente appurato.
Ed è accaduto che un ricercato per meri reati associativi (nessun atto di violenza gli era imputato), disarmato, sia stato ucciso a Trieste dagli agenti di polizia venuti per arrestarlo, in pieno giorno, in una strada affollata di gente, e chi lo ha ucciso è stato assolto con la motivazione di “eccesso di legittima difesa putativa”.
Infine ricordiamo Paolo Dorigo, che ha scontato dieci anni di prigione, condannato in base all’unica testimonianza di un “pentito” che non è stato neppure sentito in sede di giudizio e quindi non ha potuto subire un controinterrogatorio da parte della difesa, per avere lanciato una molotov (senza provocare feriti o danni) contro la base di Aviano. Nel corso di questa spropositata detenzione Dorigo ha denunciato di essere sottoposto a continue pressioni psicologiche e di avere subito l’installazione di un microchip nel cervello che gli avrebbe causato grossi problemi di salute. Ora Dorigo è agli arresti domiciliari e del suo caso continuano ad interessarsi i suoi avvocati; noi non possiamo valutare se quanto denunciato da lui corrisponda al vero o no, però pensiamo che se anche si trattasse semplicemente del prodotto della sua immaginazione, un sistema carcerario che riduce in questo modo, dal punto di vista psicologico, chi è detenuto, è un sistema che in un paese democratico andrebbe riformato.
Quindi, ben vengano le riflessioni su Goli Otok, se ad esse si aggiungono anche le denunce sui metodi repressivi dei Paesi in cui viviamo, passati e presenti, come gli odierni orrori di Guantanamo.

Febbraio 2006

Questo articolo è stato letto 3322 volte.

Contatore Visite