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Riflessioni sul 25 aprile 2009

FESTA DI CHI?

NON RICONCILIATI

NO. IL 25 APRILE NON È LA FESTA DI TUTTI.
NON È LA FESTA DEI RAZZISTI DELLA LEGA.
NON È LA FESTA DEI GOLPISTI BERLUSCONIANI.
NON È LA FESTA DEI NEOFASCISTI IN CARRIERA E AL GOVERNO.
IL 25 APRILE È IL RICORDO DEL GIORNO DELL\'INSURREZIONE ANTIFASCISTA.
IL 25 APRILE È LA RESISTENZA CHE CONTINUA.
IL 25 APRILE È L\'APPELLO ALLA LOTTA CHE OGGI È DA CONDURRE CONTRO LA GUERRA E CONTRO IL RAZZISMO, PER IL RICONOSCIMENTO DI TUTTI I DIRITTI UMANI A TUTTI GLI ESSERI UMANI.
NO. IL 25 APRILE NON È LA FESTA DI TUTTI.

PEPPE SINI

Passata nel dimenticatoio la proposta di alcuni anni fa, elevata da svariati esponenti politici, tra i quali l’ex sindaco di Trieste (nonché ex deputato ed ex governatore della Regione in quota centrosinistra) Riccardo Illy, di “eliminare” la ricorrenza del 25 aprile perché ormai considerata “inutile” e “sorpassata”, oggi ci troviamo di fronte ad una proposta ben peggiore: il fronte revisionista, cavaliere Berlusconi tessera P2 1816 in testa, ha pensato di trasformare la Festa della Liberazione in Festa della Libertà (dove la libertà, si suppone, sarebbe intesa nel senso di libertà per i più forti di prevaricare i più deboli, come insegna la politica del Polo – ora Popolo – della Libertà).
Si parla anche di unificare le due feste del 25 aprile e del 2 giugno (e non nel senso di fare un mese e mezzo di festa continua, come ha proposto qualche burlone, cosa che potrebbe anche andarci bene), unificazione che servirebbe soltanto a stravolgere il significato di ambedue le ricorrenze.

Quanto al 25 aprile di quest’anno, la situazione politica è tale da far dire al giornalista, già partigiano, Giorgio Bocca, che è il peggiore 25 aprile da lui vissuto. In effetti abbiamo sentito dire cose che non avremmo mai voluto sentire dalle autorità: la necessità di ricordare in questa occasione anche i caduti della RSI, sconfitti, assieme ai partigiani liberatori, perché avevano tutti e due combattuto per la patria.
E qui casca l’asino. Perché tirare in ballo il concetto di “patria” in questa circostanza, quando nel corso della Seconda guerra mondiale la lotta non era tra “patrie” ma tra diversi fini politici, era in sostanza tra nazifascismo ed antinazifascismo? Perché come si fa a sostenere che i combattenti della RSI combattevano per la “patria” quando erano di fatto agli ordini degli occupatori germanici ed il loro scopo non era tanto quello
di unificare l’Italia sotto qualsivoglia governo quanto quello di mantenere in vigore un regime nazifascista? Così come nel fronte antifascista vi era chi combatteva per la “patria” ma vi era anche chi lottava semplicemente per la democrazia o anche per il socialismo.
La patria, in questo contesto c’entrava ben poco: e farcela entrare oggi ci fa pensare a quella vecchia massima di Friedrich Durrenmatt: “quando lo stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria”.
Quanto alle commemorazioni per i morti della RSI, c’è già una ricorrenza nella quale chi lo desidera li può ricordare, ed è il 2 novembre, giornata del culto dei defunti.
Anche nel discorso fatto dal sindaco di Trieste Roberto Di Piazza nel corso della celebrazione ufficiale alla Risiera di San Sabba sono stati espressi dei concetti che non ci sono piaciuti.
L’ormai vecchia teoria di dover arrivare per forza ad una memoria condivisa, espressa dal sindaco con le parole della necessità di avere “una Trieste coesa” nel ricordo del 25 aprile, è stata successivamente spiegata così: non è “giustificabile partecipare alle commemorazioni animati da uno spirito di vendetta”, ed è quindi necessario “isolare e non amplificare quei deboli, anche se udibili richiami a un clima di intolleranza e di diffidenza” che vengono dal sindaco identificati nelle “provocazioni di una sparuta minoranza che opera in maniera trasversale: azioni compiute da chi oggi è ideologicamente sbandato perché politicamente fallito”.
Ebbene, no, signor sindaco, non è così che stanno le cose. Pensiamo alle parole dello storico Nicola Tranfaglia, che ha detto che il volto del fascismo di oggi è quello di un populismo mediatico e autoritario; e consideriamo che coloro che denunciano questo pericolo per la democrazia sono gli stessi che si richiamano ai veri valori della resistenza, cioè l’antifascismo, e non si possono criminalizzare come “sparuta minoranza di provocatori”.
Noi dobbiamo denunciare il pericolo di un autoritarismo che passa attraverso leggi che intendono equiparare i repubblichini ai partigiani; leggi che vogliono legalizzare le ronde trasformandole in milizie private di partito in modo da sostituirle alle forze di polizia che, avendo come compito istituzionale la difesa dello stato concepito come collettività di cittadini devono mantenersi al di sopra delle parti e non fare necessariamente gli interessi delle forze di governo se essi sono contrari alle normative in vigore; leggi che vogliono impedire ai cittadini di scioperare e di manifestare liberamente; leggi che tolgono i minimi diritti civili agli immigrati, obbligando addirittura i medici a violare il loro giuramento e denunciare e rifiutarsi di curare i “clandestini”; un autoritarismo che dopo anni ed anni di propaganda che ha criminalizzato la resistenza ed i liberatori, passa anche attraverso la revisione toponomastica, dove vie e strade vengono dedicate ad esponenti fascisti, si vedano i casi di Granbassi e Grilz a Trieste, e le numerose vie intitolate a Giorgio Almirante in tutta Italia, mentre vi è chi, nella fattispecie l’ANVGD locale, chiede ai sindaci di 12 Comuni italiani di attuare “un’operazione di giustizia” nei confronti degli esuli e di cambiare la titolazione delle strade intitolate al defunto Capo di Stato jugoslavo Tito (nota ANSA del 24/4/09).

È vero, noi non siamo tutti uguali: c’è chi pone al primo posto il rispetto dei diritti di tutti e non solo dei propri, e c’è chi non lo fa.
Ed è anche vero che noi democratici siamo intolleranti, perché noi non tolleriamo il fascismo in nessuna delle sue forme, non tolleriamo le ideologie violente e guerrafondaie, non tolleriamo le ideologie di sopraffazione e di sfruttamento e proprio perché siamo per i diritti umani e per il diritto ad una esistenza giusta e dignitosa continueremo a resistere contro chi questi diritti non li condivide e vuole una pacificazione proprio per impedire che essi vengano riconosciuti.

aprile 2009

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