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      Mučeniška Pot


Riflessioni sul film 'Il cuore nel pozzo'

Anche dopo l’istituzione della giornata della memoria del 27 gennaio, anniversario della liberazione del lager di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, la destra nazionalista ed anticomunista non ha perso occasione, come le è consueto, di farsi avanti per pretendere un altro anniversario da celebrare come contraltare, e tanto ha brigato che è riuscita ad ottenere, con la sconsiderata approvazione di parte del centrosinistra, che il 10 febbraio, anniversario della firma del trattato di pace che chiudeva definitivamente la seconda guerra mondiale, diventasse la “giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo”. Questa giornata, che cade a ridosso del 27 gennaio, è ora talmente propagandata che arriva al punto addirittura di oscurare e mettere in secondo piano le celebrazioni della prima “giornata della memoria”, ottenendo, come al solito, di mistificare la storia, paragonare carnefici a vittime e mancare di rispetto a tutti coloro che (indistintamente) hanno perso la vita nel corso di quell’immane tragedia che fu la seconda guerra mondiale, voluta dall’imperialismo nazifascista, dai “padri” spirituali di alcuni fra gli stessi promotori di questa seconda “giornata del ricordo”.

Maurizio Gasparri, ministro postfascista delle telecomunicazioni, ha inviato lettere alle emittenti private italiane invitandole a ricordare con programmi appositi la “tragedia delle foibe” in occasione del 10 febbraio: non ci risulta che abbia inviato analoga lettera per invitare a celebrare degnamente il 27 gennaio. Ma Gasparri, in merito alla programmazione mediatica per il 10 febbraio, aveva già espresso le sue intenzioni in un’intervista alla Stampa del 18/4/02.
Alla domanda “Ora gli sceneggiati vanno molto: ha qualche altra idea?”, ha risposto: “Credo sarebbe interessante realizzarne uno sulla tragedia delle foibe”. Ed alla successiva: “E perché proprio uno sceneggiato e non un programma storico?”, ha così spiegato: “Se facciamo un documentario, magari con la riesumazione delle ossa, provochiamo soltanto ripulsa. Penso che sarebbe più efficace una fiction che raccontasse la storia di una di quelle povere famiglie. Sono grandi tragedie. Come quella dell’Olocausto o di Anna Frank”.
A queste intenzioni di Gasparri possiamo aggiungere le dichiarazioni fatte da uno degli amministratori della RAI, Marcello Veneziani, pubblicate sul periodico “Area” di dicembre 2003. Dopo aver sostenuto che quello che è mancato alla “storiografia per così dire di destra” (ma la storiografia non dovrebbe essere “di destra o di sinistra”, a parer nostro, dovrebbe semplicemente essere “seria”) sono stati “strumenti adeguati, case editrici forti, adeguate casse di risonanza”, ha esposto i suoi progetti per il futuro della RAI.
“Mi sono soffermato” ha detto “su due temi specifici uno è quello della necessità di ricostruire l’autobiografia della Nazione attraverso la storia degli italiani, cosa che è stata già approvata e messa in cantiere dal settore che attualmente si chiama Rai fiction (…) ho chiesto che fosse riaperto il capitolo rimosso di alcune pagine importanti della storia d’Italia (…) uno è il progetto di una fiction sulle foibe, uno sceneggiato storico che è attualmente in progettazione presso Rizzoli (…)”.
Da queste dichiarazioni del ministro e dell’amministratore si può capire quale fosse, da subito, l’interesse della parte pubblica sull’argomento, e quanto disinteressati siano stati gli autori, registi e sceneggiatori che si sono impegnati a realizzare l’opera così “commissionata”. Vediamo quindi come questa tragedia simile, per Gasparri, a quelle dell’Olocausto e di Anna Frank è stata realizzata.

I polemici sostengono che la televisione è l’arma finale del dottor Goebbels. Noi non ci sentiamo di essere così perentori, però è un dato di fatto che dire “l’hanno detto in tivù” dà una patente di veridicità alle fesserie più enormi. Ed è pure un dato di fatto che, quando si vuole influenzare in un determinato modo la coscienza collettiva argomenti specifici, il modo migliore per ottenere il risultato voluto è quello di far passare in televisione ciò che si vuole far entrare nella testa della gente. Ed a questo scopo, un “buono” sceneggiato (adesso lo chiamano fiction, che fa più “americano”) è il sistema perfetto per plagiare la testa della gente.
Dunque Rai Fiction ha commissionato al produttore Angelo Rizzoli (ve lo ricordate? Era stato travolto dallo scandalo della P2, tempo fa. E chi ancora aveva la tessera della P2, così, a primo colpo di memoria? Berlusconi, l’avvocato Augusto Sinagra...) uno sceneggiato sulle “foibe”.
Regista Alberto Negrin; uno dei protagonisti è tale Leo Gullotta che ci dicono sia simpatizzante di Rifondazione Comunista... sarà vero?
Sul sito “Panorama.it” troviamo un articolo firmato da Laura Delli Colli che dice “Foibe. Un film per capire”. Cosa capiranno dunque i volonterosi spettatori di questo sceneggiato che andrà in onda il 6 e 7 febbraio?
“Il massacro di migliaia di civili inermi. La tragedia della pulizia etnica nelle terre slavizzate a forza. Gli spietati partigiani di Tito in azione...”, scrive la giornalista. Ed ancora: “una tragedia rimossa costata non meno di 20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale: la pulizia etnica (...) Mentre l’Italia viveva la fine della guerra, i partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia intere famiglie, uomini e donne e spesso con loro i bambini, solo perché oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei territori. Almeno diecimila i desaparecidos di un massacro...”.

Complimenti alla giornalista, che è riuscita in così poche righe ad accumulare una tale quantità di boiate storiografiche (oltre che falsità belle e buone) finalizzate alla diffusione di idee razziste da meritarsi il premio Minculpop alla memoria dei solerti redattori de “La difesa della razza”. Ma per capire se questo è il “messaggio” di verità storica che il regista Negrin intende diffondere alle masse teledipendenti italiane, leggiamo la trama del film. “La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di un’italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio (...) sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato all’orfanotrofio”.
L’attore Dragan Bjelogrlic, che impersona il “crudele Novak”, afferma: “La crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in uno sloveno così negativo... In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne alla sofferenza delle violenze etniche”.
Quanto al “rifondarolo” Gullotta, ecco come risponde alla domanda della giornalista su cosa gli dica “la sua coscienza civile sulle foibe”.
“Ho cercato di capire, di saperne di più (...) dar voce a una tragedia dimenticata è la prima ragione che mi ha convinto ad accettare. Questo non è un film schierato, ma un atto di doverosa civiltà”.
Ha cercato di capire, Gullotta? Di saperne di più? In effetti, con questo film si arriva a sapere tanto di più rispetto a quello che è successo in realtà: perché, da quanto scritto in questo articolo, appare una sceneggiatura che si basa su presupposti storici falsi per raccontare una vicenda degna della fantasia di una Liala sadomaso, e che arriva a delle conclusioni che sembrano fatte apposta per rinfocolare quegli odi etnici che al nostro confine orientale non si sono mai sopiti.
Quali sono le falsità? La pulizia etnica, mai esistita da parte dei “partigiani di Tito” (ma è tanto difficile accettare il dato di fatto storico che si era trattato di un esercito, sia pure popolare, riconosciuto come cobelligerante dagli Alleati?); la “slavizzazione forzata”, dove nei territori di cui si parla (l’interno dell’Istria) gli italiani non sono mai stati la maggioranza; la quantità dei morti, che non sono stati né “venti-trentamila”, né migliaia, ma poche centinaia nell’autunno del ’43 e nessuno (sì, avete letto bene: nessuno) dopo la primavera del ’45, in Istria, perché mentre nella prima ventata di potere popolare, dopo l’8 settembre, una sorta di jacquerie comportò esecuzioni più o meno sommarie nei confronti di esponenti del regime fascista, alla fine del conflitto, quando le autorità statali jugoslave presero il controllo del territorio, non ci furono esecuzioni sommarie: e se qualcuno fu processato e condannato a morte da tribunali regolarmente insediatisi, questo è un fatto che non avvenne solo in Jugoslavia, ma in tutta Europa, Italia compresa.
Ma la falsità più grossa, e quella che fa particolarmente schifo, è l’uso strumentale che viene fatto dei bambini in questa operazione di bassa macelleria cinematografica. È del regista Negrin (che ci dicono sia ebreo) l’idea (che non appare neppure nei peggiori libelli prodotti dalla propaganda nazifascista dell’epoca) che i “partigiani di Tito” si dedicavano alla deportazione ed al massacro dei bambini, bruciando orfanotrofi ed “infoibandone” gli ospiti? Forse il regista è stato influenzato da tutte quelle sceneggiature uscite negli ultimi anni sulla Shoah, dove si vedevano i nazisti andare a caccia di bambini ebrei che poi venivano fortunosamente salvati, e dato che, essendo in epoca di par condicio, e banalizzazione storica allo scopo di dimostrare che nazisti e comunisti erano cattivi ugualmente, il soggetto che va bene per una fiction sui cattivi nazisti va bene anche per una sui cattivi comunisti?
E ricordiamo, tanto per chiarezza storica, che a Pisino furono i nazisti, nel corso della “normalizzazione” dei territori che erano stati liberati dai partigiani, a dare fuoco alla scuola e fucilare il preside (fascista convinto) Vitale Berardinelli.
La “consulenza storica” per questo film sarebbe dello storico Giovanni Sabbatucci, che è anche autore di testi scolastici. Ma Sabbatucci è anche uno storico che dichiara (“Corriere della Sera” del 24 gennaio), che nella RSI comandavano i nazisti e quindi la responsabilità dei fascisti di Mussolini in merito alle deportazioni degli Ebrei è relativa. Se è questa la sua preparazione storica e se scrive i libri con la stessa serietà e veridicità storica con cui ha dato la propria consulenza per uno sceneggiato come questo, pensiamo che i suoi libri non dovrebbero essere adottati negli istituti scolastici.
La messa in onda di questo sceneggiato sulle “foibe” può produrre, a parer nostro, solo altre tensioni ed altri odi, e non farà sicuramente “luce” su alcunché. Eppure non avrebbe dovuto essere tanto difficile riuscire a “saperne di più”, come dice Gullotta, senza incappare in certe falsità come quelle che abbiamo letto sopra. Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche tutte di fonte “slavocomunista”) e si riesce a saperne di più inquadrando correttamente il problema dell’Istria e delle foibe istriane. Ma sappiamo bene che non sempre la verità fa comodo alla propaganda, e che molto spesso è meglio diffondere falsità ad effetto per ottenere il risultato voluto, che in questo caso sembra essere uno ed uno solo: riscrivere la storia per criminalizzare la Resistenza e riabilitare, di conseguenza, quelli che furono i veri criminali di guerra.

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