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Rigassificatori Nel Golfo di Trieste?

ANCORA SUI RIGASSIFICATORI

Ormai da parecchi mesi si discute a Trieste della possibilità di costruire nel golfo ben due impianti di rigassificazione, entrambi proposti da ditte spagnole. Le perplessità ambientali sulle due costruzioni sono moltissime e sono state espresse da numerose associazioni sia ambientaliste che di cittadini e vanno dal rischio di “biocidio” (cioè sterilizzazione) delle acque per evitare incrostazioni nei tubi delle centrali di riscaldamento, ai rischi di raffreddamento eccessivo dell’acqua del golfo, al rischio di sollevare sedimenti contenenti materiali inquinanti depositatisi nel tempo e oggi inerti sul fondo marino, ma pronti a reinserirsi (anche nella catena alimentare), se sollevati, sia dalle opere di costruzione degli impianti, sia dal movimento delle navi (che hanno un notevole pescaggio), sia anche dai tubi di espulsione delle acque usate dagli impianti “soffiate” sul fondale marino.
I termini del rischio di incidente sono stati analizzati abbastanza a fondo, anche se non si può certo dire che abbiano “interessato” veramente la maggioranza della popolazione, forse più colpita dal terrorismo mediatico sulla crisi energetica prossima ventura (passeremo l’inverno al freddo; le centrali elettriche saltano oggi col caldo, cosa succederà in inverno; le forniture alle industrie vengono limitate o interrotte). Da ultimo si è inserito il segretario della CGIL di Trieste, che paventa rischi per l’economia e l’occupazione perché “i (costi dell’energia) superano in Italia del 30% la media europea e frenano la competitività, spingendo le aziende a ridurre il costo del lavoro e comprimere i diritti dei lavoratori”. Ci dovrebbe però dire quali paesi hanno ridotto i prezzi grazie ai rigassificatori, che in Europa sono, a quanto risulta, solo tre. Forse il motivo del costo italiano va cercato altrove, ad esempio sulle tasse o nel mancato uso di energie alternative.
Ma ci sono altre cose che sono almeno altrettanto importanti e che sono conosciute solo da chi ha partecipato ai dibattiti organizzati, a Trieste, dalle associazioni e non dalle istituzioni. Anche perchè poi la stampa non ha ritenuto di farle conoscere e di discuterne a fondo.
La prima è che questo tipo di impianti (oggi ne vengono proposti 14 in tutta la penisola) sono decisamente troppi per le sole necessità del paese. Necessità che neppure si conoscono, in quanto manca un vero piano energetico. Quindi dire 1, 10 o 20 è legato al solo ed esclusivo interesse economico delle singole aziende, non ad un accertato e programmato bisogno di energia e di sistemi per procurarsela.
Ovviamente la realizzazione di un piano energetico non è cosa che si possa improvvisare in pochi giorni, ma è assolutamente essenziale per poter decidere e per poter vedere in quali siti effettivamente costruire questi impianti e, soprattutto, quali impianti. Ad esempio se risultasse che le maggiori necessità si presentano in Calabria, perchè farne a Trieste? Non per usare l’antipatico fatelo nel loro giardino, non nel mio ma perchè anche le strutture per trasportare energia e carburanti sono di notevole impatto ambientale e devono essere ridotte al minimo indispensabile. A meno che non si voglia fare di quella che era stata definita a suo tempo una “portaerei naturale” nel Mediterraneo solo un “naturale” attracco.
Ma impianti di questo genere possono inoltre essere obiettivi importanti per eventuali azioni terroristiche, e Trieste ha già una volta subito un attentato all’oleodotto. Per limitare questa minaccia, le strutture a rischio devono essere rigidamente controllate non solo da sorveglianti privati, anche da polizia od esercito. È prevedibile che lo spostamento delle navi, vere e proprie “bombe ecologiche” venga seguito da navi militari che, in un golfo stretto come il nostro, non potranno non sconfinare in acque territoriali altrui. Sarebbe stato atto di cortesia, oltre che obbligo per le norme europee, chiedere ai paesi confinanti il loro parere in merito in via formale e non solo come comunicazione dopo aver ricevuto rimostranze dai governi interessati. Ma riteniamo che la presenza di militari, le limitazioni alla circolazione del traffico commerciale, al traffico turistico, a quello del settore della pesca dovrebbero essere preventivati e considerati subito, non rinviati a un tempo indeterminato.
Nessuno ha inoltre espresso in termini di costi/benefici (atto dovuto per legge e mancante nella VIA di entrambi i progetti) quale sarebbe, ad esempio, la contrazione prevedibile dei traffici del porto di Trieste (e, per inciso, di quelli vicini oltre confine) a causa delle rigide norme di sicurezza per il movimento delle navi. Perché, se in cambio di 50 nuovi posti di lavoro se ne andrebbero a perdere 200, o più, anche i fautori del sì in cambio di nuovi posti di lavoro dovrebbero ricredersi.
Infine non è stata considerata l’incidenza che avrebbero per la sicurezza relativa ad altri impianti pericolosi già esistenti (ferriera, inceneritore, oleodotto) o di possibili attracchi di navi militari con motori nucleari (forse non tutti sanno che Trieste è porto nucleare, e per giunta privo di un piano di emergenza in caso di incidenti).

Dopo aver visto, molto rapidamente, alcune motivazioni ambientali, passiamo al discorso economico.
Gas Natural ha detto che l’ACEGAS, se ci sarà il parere favorevole al suo impianto, potrà acquistare “fino al 49% delle azioni della società”. Ottima proposta, potrebbe dire qualcuno, ma ogni proposta va valutata.
Innanzitutto: non sarà mica che i soldi dell’acquisto delle azioni saranno quelli che permetteranno di costruire l’impianto? In tal modo i triestini non solo darebbero il sito, ma anche i soldi. Secondariamente: non si presenterebbe il rischio che il Comune, maggior azionista di ACEGAS, non interverrebbe contro eventuali mancanze per non danneggiare l’Azienda, e quindi ridurre i propri introiti?
Terza valutazione: se ACEGAS possedesse il 49% delle azioni, dovrebbe offrire a se stessa gli sconti promessi ai grandi consumatori, limitando così i propri guadagni. Questo se la matematica economica non è un’opinione.
La realizzazione così prospettata ci sembra un ottimo esempio di “neoliberismo”, nel quale a rimetterci sarebbero comunque i consumatori.

Infine pensate cosa succederebbe della Barcolana, vanto e gloria della città, con le sue due settimane di kermesse e le 2000 barche che normalmente partecipano.
Si dovranno incastrare gli orari di partenza delle gare con quelli di arrivo delle navi gasiere? Si dovrà concordare con le strutture militari un pattugliamento armato del golfo per evitare che un colpo di bora faccia deviare uno scafo dai limiti consentiti per le manovre “turistiche” in quelli vigilati per quelle “gasistiche”?
E le Frecce Tricolori? Rombante (ed assordante) gloria nazionale potranno ancora sorvolare Trieste e far vibrare i cuori (ed i vetri) dei triestini? Oppure l’impianto, certamente delicato, non lo permetterà? Oppure, ancora peggio, l’eventuale incidente di volo, come sarebbe “assorbito” da una città così gassata? Ricordando la tragedia di Ramstein, cosa potrebbe succedere se un aereo precipitasse su un rigassificatore?. Sono cose non dette, ma che dovrebbero venir valutate prima di dire un sì dal quale sarebbe impossibile recedere.

Luglio 2006

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