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      Mučeniška Pot


Rosarno, Italia.

ROSARNO, ITALIA.
La memoria dei fatti storici dovrebbe servire ad evitare che gli orrori del passato si ripetano: perciò oggi, nella Giornata della Memoria, vorremmo raccontare una storia che si è svolta recentemente in Calabria, a Rosarno, in Italia (paese che notoriamente non accetta lezioni di democrazia da nessuno) e porci alcune domande.
Rosarno è una cittadina di 15.000 abitanti, dove chi lavora nelle campagne non sono gli abitanti del luogo ma gli immigrati, praticamente tutti africani. Prima domanda: questi lavoratori sono regolari o sono clandestini, sono iscritti o lavorano in nero? Dato che l’economia del luogo si basa su questi lavoratori, logica vorrebbe che fossero tutti regolarizzati, non solo dal punto di vista del permesso di soggiorno ma anche dal punto di vista fiscale e contributivo. Però sentiamo dire che erano regolari dal punto di vista del permesso di soggiorno, mentre dal punto di vista della regolarizzazione lavorativa… no. Allora ci piacerebbe sapere dove guardano le istituzioni competenti (Inps, Entrate, Guardia di Finanza, Inail…), ma anche le organizzazioni sindacali. Perché, se per avere un permesso di soggiorno è necessario dimostrare di avere un lavoro, com’è che questi lavoratori pur lavorando in nero avevano il permesso di soggiorno?
Dopo anni di questo status quo, ad un certo punto qualcuno spara contro alcuni immigrati che rimangono feriti. In un paese normale i feriti avrebbero sporto denuncia, le autorità avrebbero indagato, scoperto e punito i responsabili. Invece (forse perché i feriti non erano “in regola” o forse per altri motivi, chissà) la comunità di immigrati decide di dare vita ad una rivolta con incendi e barricate, alla quale gli abitanti di Rosarno rispondono con scontri di piazza, con altre barricate, ma anche altre sparatorie.
Una situazione di guerriglia diffusa, nella quale solo dopo alcuni giorni le forze dell’ordine riescono a ripristinare la calma, ma si contano molti feriti tra poliziotti e rivoltosi “neri”, mentre non si sa bene se anche tra i rivoltosi “bianchi” vi sono stati dei feriti.
La soluzione finale è che tutti gli immigrati vengono prelevati e portati via di peso, le baracche dove abitavano, comprese le poche cose che possedevano e che hanno dovuto abbandonare in fretta e furia, sono state distrutte dalle ruspe (aperta parentesi: è corretto usare i Vigili del fuoco per queste azioni di demolizione? Chiusa parentesi, era solo una domanda), in una sorta di pogrom che avrebbe fatto invidia alla polizia zarista; naturalmente, dovendo andare via da un giorno all’altro, i lavoratori immigrati non hanno potuto riscuotere le competenze che ancora spettavano loro per il lavoro svolto.
Le cronache nel frattempo parlano di espulsione prevista per tutti i “rastrellati”: cioè, invece di procedere all’identificazione dei responsabili delle azioni violente e procedere contro di loro con le vie legali, si è preferito fare una colossale retata e portare via tutti quelli che hanno la pelle scura, senza iniziare un’indagine giudiziaria per chiarire i fatti. Perché potrebbe (diciamo potrebbe) anche essere successo che qualcuno abbia spinto alcuni degli immigrati a fare degli atti di violenza: cosa che questi non potranno mai dire, ammesso che sia accaduta, se vengono mandati chissà dove. Invece sentiamo parlare di “asilo politico” che verrebbe concesso alle vittime delle sparatorie: dove sarebbe la prima volta che a concedere asilo politico a qualcuno è il paese nel quale la persona è stata vittima di violenza…
Per quanto riguarda invece i bianchi, sembra siano state aperte delle inchieste per verificare l’intromissione della criminalità organizzata negli incidenti: ipotesi che i cittadini di Rosarno, che ci tengono a dire che non sono razzisti, hanno prontamente escluso. Eppure il tipo di criminalità che abbiamo visto al lavoro a Rosarno sembra davvero organizzata, dà dei punti perfino alle istituzioni… ma noi aspettiamo fiduciosi l’esito delle indagini che identifichino i bianchi che hanno sparato addosso agli immigrati ed eretto barricate, che dovranno spiegare come mai è esplosa di colpo tutta questa violenza (è vero che gli africani sono scesi in piazza con atti di violenza, ma è anche vero che non sono stati loro a dare il via alla violenza sparando, né hanno sparato dopo).
A questo punto della storia sorge un altro problema: dopo la deportazione dei lavoratori africani, regolari o no, gli imprenditori agricoli si sono ritrovati senza manodopera e dato che non sembra proponibile che gli abitanti di Rosarno si mettano a lavorare nelle campagne con le paghe e le garanzie sindacali riservate agli immigrati, i proprietari dei terreni non sanno come continuare la raccolta degli agrumi Per fortuna qui si inseriscono gruppi di immigrati romeni che si sono già detti disponibili a rimpiazzare i lavoratori africani. Una domanda (solo una domanda): sarà mica che finito il prossimo raccolto succederà qualche altro “incidente” in modo che anche i Romeni verranno deportati in massa prima di poter incassare le paghe?
Quello che resta come impressione (ma è solo una impressione, sia chiaro) è che in Italia esistano dei territori dove lo Stato (quello composto dalle varie istituzioni che dovrebbero regolare la convivenza civile tra cittadini, italiani e non) non sia presente costantemente, ma arrivi solo di tanto in tanto, e nel momento in cui arriva non fa gli interessi di tutta la comunità ma solo di una parte di essa. E qui continuiamo a farci domande: a chi fa comodo che ci sia stata questa deportazione di lavoratori africani, che ci ricorda tristemente alcuni tragici precedenti storici; a chi fa comodo che questa gente sia stata portata via prima di poter riscuotere i propri soldi; a chi fa comodo avere ora la disponibilità di un’altra massa di manovra di lavoratori da sfruttare, magari pagandoli ancora meno di quanto venivano pagavano gli Africani, e con la spada di Damocle che se rompono le scatole il precedente del pogrom c’è e bisogna che ne tengano conto.
Ci domandiamo poi quale sia il ruolo delle istituzioni in questo contesto, ma ci domandiamo anche che cosa fa la società civile quando accadono queste cose, cos’hanno da dire i sindacati a proposito delle condizioni di lavoro nelle campagne, se c’è ancora qualcuno che ritiene che le regole della democrazia non siano un optional destinato solo a quei cittadini che sono più uguali degli altri.
In questi giorni dedicati alla memoria dei crimini nazifascisti vorremmo invitarvi a riflettere anche sullo stato della democrazia in Italia, sui diritti civili negati nel nostro Paese, sulle ingiustizie perpetrate contro i più deboli. E cercare di comprendere perché ormai l’indignazione non è più di casa e di fronte a certe cose chi protesta è una sparuta minoranza della quale non si riesce neppure ad avere notizia perché i nostri mass media (che non sono censurati da un regime totalitario, ma scelgono in perfetta autonomia cosa pubblicare e cosa censurare) non ne parlano.

gennaio 2010

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