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Salvatore Borsellino a Muggia, 16 Luglio 2011

INTERVENTO DI SALVATORE BORSELLINO A MUGGIA 16/7/11
(TRASCRIZIONE IN RIASSUNTO)

Quanto segue è la trascrizione, riassunta per motivi di spazio, del toccante intervento che Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha tenuto a Muggia per ricordare il sacrificio del giudice e della sua scorta, assassinati in quella che l\'oratore ha più volte definito una \"strage di stato\". Intendiamo qui ringraziarlo per le sue bellissime parole e per il suo impegno, che ci hanno dato dei motivi in più per continuare in quello che stiamo facendo. Grazie Salvatore, grazie a te e a tutti i ragazzi delle Agende Rosse che stanno cercando di migliorare l\'Italia (la Redazione, ottobre 2011).

Prima di iniziare voglio dirvi che sono particolarmente scosso, lo sono sempre quando faccio di questi incontri, infatti vedete che non riesco a parlare seduto e devo stare alzato. Non so da quanto tempo vado in giro per l’Italia cercando di parlare, portando in giro i sogni ed i discorsi di mio fratello, ed ogni volta è la stessa emozione. Oggi però l’emozione è ancora più forte perché sono finalmente riuscito a mantenere una promessa che avevo fatto a mia mamma tanti anni fa e mi vergogno di avere lasciato passare tanto tempo. Dopo la morte di Paolo mia mamma ci aveva detto che voleva incontrare tutti i genitori dei ragazzi che sono morti assieme a Paolo, perché diceva che le madri di quei ragazzi avevano dato la vita dei loro figli per la vita del suo e sarebbe stata loro sempre riconoscente. Solo la mamma di Edi Cosina non l’ha mai potuta incontrare e le avevo promesso che l’avrei trovata io; e finalmente oggi, grazie all’aiuto in una nipote di Edi, Silvia, sono potuto venire a Trieste ad incontrare la mamma di Edi ed è stata un’emozione grandissima, e finalmente potrò tornare da mia madre e dirle che ho mantenuto la mia promessa.
Come mai mio fratello è stato ucciso dopo soli 57 giorni dall’assassinio di Falcone? io spero che a dare questa risposta siano quei magistrati coraggiosi che finalmente stanno cercando di togliere il pesante velo nero di quei depistaggi che vengono messi in atto ogni volta che in Italia viene compiuta una strage di stato e questa io credo che sia stata la strage di via d’Amelio: una strage di stato.
E domani sarò in via d’Amelio con tutti i ragazzi e le ragazze che fanno parte del movimento delle agende rosse e saremo lì a gridare che quello che vogliamo non è tanto ricordare l’assassinio di Paolo quanto il fatto che vogliamo sia fatta giustizia per il suo assassinio e saremo lì con le nostre agende rosse, che sono il simbolo della nostra ricerca della verità. Noi abbiamo già rifiutato i funerali di stato nel 1992, funerali che ci hanno imposto i personaggi delle istituzioni (istituzioni che rispettiamo), ma non vogliamo funerali di stato per una persona che non abbiamo ancora potuto seppellire, perché io non potrò seppellire mio fratello e credo neanche i familiari degli agenti di scorta potranno seppellire i loro morti fino a che non sarà fatta giustizia, fino a quando non si sarà arrivati alla verità.
Io ritengo che via d’Amelio sia stata una strage di stato anche per il fatto che sia avvenuta a così poca distanza dall’omicidio di Falcone, erano passati solo 57 giorni e alla criminalità organizzata sicuramente non sarebbe interessato compiere una strage a così breve distanza, lo hanno detto anche dei pentiti, dei collaboratori di giustizia. A Riina, quando disse che bisognava uccidere Borsellino, i componenti della cupola dissero che non era il momento perché dopo la reazione che c’era stata all’assassinio di Falcone non conveniva a quel punto fare un’altra strage.
Mio fratello l’avrebbero comunque ucciso prima o dopo , non avrebbe avuto senso uccidere Falcone se poi non si uccideva Borsellino, e vedete, io sono qui il fratello anagrafico, ma chi veramente era fratello, fratello gemello di Paolo era Giovanni Falcone; e Paolo non voleva che l’assassinio di suo fratello rimanesse impunito.
Paolo aveva raccolto gli ultimi respiri, forse anche le ultime parole di Falcone, perché Giovanni era ancora in vita quando Paolo arrivò all’ospedale mentre cercavano disperatamente di salvare Francesca Morvillo, lui sentiva gli urli di Francesca mentre Giovanni moriva tra le sue braccia e forse riuscì anche a dirgli alcune parole.
Paolo negli ultimi giorni di vita cercò di arrivare agli assassini di Falcone ed in quei giorni continuava a dire in maniera quasi ossessiva devo fare in fretta devo fare in fretta, perché sapeva che non gli restava molto tempo da vivere e cercava di arrivare agli assassini di suo fratello; e probabilmente aveva raccolto tanti elementi perché nell’ultimo incontro che fece alla biblioteca comune di Palermo disse queste parole: io sono un testimone di quell’assassinio ed aspetto di parlarne all’autorità giudiziaria nel momento in cui sarò chiamato a Caltanissetta. Ma non fu mai chiamato a dire quello che sapeva, quello che molto probabilmente aveva scritto in quella agenda rossa che non abbandonava mai, in nessun momento, se la portò dietro anche il giorno in cui venne da mia madre per portarla dal cardiologo, la moglie Agnese e la figlia Lucia lo videro mettere l’agenda dove aveva scritto fino a poco prima nella borsa che portò con sé. E sicuramente aveva scritto in quell’agenda cosa aveva trovato e voleva dirlo ai giudici ma non ebbe il tempo di andarci, forse lo uccisero così presto proprio per impedirgli di dire che lui era un testimone.
Ma il motivo principale per cui io penso che sia stato ucciso sta nel fatto che era in atto una scellerata trattativa tra la criminalità organizzata e lo stato e lui ne era stato informato, in un giorno preciso, il 1 giugno del 1992 nello studio del ministro Mancino che si era appena insediato come ministro dell’interno. Paolo scrisse in una piccola agenda grigia di quell’incontro, lì scriveva il riassunto delle spese del giorno e gli appuntamenti di ogni giorno, ora per ora. Alle 18.30 di quel giorno c’è scritto Mancino: lui scriveva l’agenda alla sera, che motivo avrebbe avuto di scrivere alla sera un appuntamento che non aveva avuto? Il fatto è che Mancino nega di avere incontrato Borsellino, e dice io non conoscevo fisicamente Paolo Borsellino e quindi non posso ricordare se quel giorno l’ho incontrato.
Ma perché Nicola Mancino dice che non lo conosceva e quindi non può dire di averlo incontrato ed esibisce un’agenda da dove non risulterebbe che avrebbe incontrato Paolo. Ho visto quell’agenda, l’agenda di un ministro dello stato italiano, un planner di sette giorni, dove ci sono tre righe compilate e basta: quindi o un ministro dello stato italiano non ha niente da fare, tanto che in un planner riesce a riempire solo tre righe, oppure non dice di avere incontrato quel giorno Paolo Borsellino perché quel giorno a Paolo era stata prospettata questa trattativa e la reazione di Paolo a chi gli diceva di fermarsi e di non andare avanti con le ricerche di chi avesse ucciso suo fratello perché lo stato stava trattando con i suoi assassini fu talmente forte che si dovette decidere di bloccarlo, di non farlo andare avanti.
Io credo che in ognuno di voi è stampato quel giorno e quell’ora perché in quel giorno e in quell’ora è cambiata la storia del nostro paese, la strage di Capaci era una ferita ancora aperta e dopo 57 giorni la strage di un altro giudice ucciso credo sia stato quello che ha fatto sì che la reazione della gente non fosse più contenibile e per questo nella cattedrale di Palermo il giorno dei funerali ci fu quella rivolta del popolo di Palermo, che era abituato a subire tutto come se fosse ineluttabile ma in quel giorno non sopportò che i responsabili di quella morte andassero a disputarsi i primi posti nelle file della cattedrale per essere ripresi dalla televisione , così sfondarono i cordoni dei poliziotti che erano stati venire da fuori ed assalirono quei personaggi che furono costretti a fuggire dalla cattedrale di Palermo.
Noi rifiutammo i funerali di Stato, dicendo che chiunque poteva venire,anche il presidente della repubblica, ma doveva venire da privato cittadino e così venne, mescolato in mezzo alla gente.
E la protesta dei poliziotti era rivolta al fatto che non era stato fatto nulla per impedire la strage, non c’era neppure il divieto di sosta in via d’Amelio, era piena di macchine ed i ragazzi della scorta avevano detto che non bastavano loro ed i loro corpi a proteggere Paolo, e quando arrivai, tardi, a Palermo e via D’Amelio era stata quasi ripulita fu Gioacchino Genchi a dirmi in quali condizioni era stati ridotti i corpi di tutti quei ragazzi, erano rimasti dei pezzetti di carne schiacciati contro i muri da quell’esplosivo venuto dalla Jugoslavia, il Semtex, che si sapeva essere giunto a Palermo, non il solito esplosivo che usano i mafiosi, il tritolo, ma un esplosivo militare, usato in altre stragi di stato come quella del Rapido 101, le stragi di stato per le quali sono stati fatti gli stessi depistaggi fatti per via d’Amelio, in cui c’è stato un falso pentito buttato lì per cercare di sviare le indagini dalla famiglia alla quale non si doveva arrivare altrimenti da lì si sarebbe potuti arrivare ai servizi ed ai referenti politici di quella famiglia.
Diversamente da Paolo che era rimasto a Palermo a lottare io ero scappato dalla Sicilia, ero andato a Milano perché non potevo stare nelle strade dove veniva ammazzata la gente, non potevo fare crescere i miei figli in una città come quella e sono andato a Milano, ma poi ho capito che scappare non serve.
Paolo disse che era rimasto a Palermo per amore, Palermo non mi piaceva, disse, per questo ci sono rimasto, perché il vero amore significa cambiare quello che non ci piace per imparare ad amare quello che non ci piace e per amore sono morti i ragazzi assieme a lui; il paese di Paolo non era Palermo, era tutta l’Italia, quell’Italia che voleva cambiare, debellando questo cancro che purtroppo è stato lasciato crescere in maniera incontrollata è arrivato in metastasi ed è penetrato fino al vertice delle istituzioni.
Ancora oggi il 19 luglio noi andremo in via d’Amelio alzando le nostre agende rosse perché non vogliamo corone di stato per una strage di stato ma vogliamo giustizia e verità. Io so che non riuscirò a vedere la verità e la giustizia negli anni che mi restano e ne parlavo con la mamma di Edi, io sono fuggito da Palermo e mi resta da pagare un debito per non essere rimasto vicino a mio fratello e lo pagherò lottando fino all’ultimo giorno della mia vita per avere giustizia per mio fratello lottando per la verità.
Io credo poi che quello dell’informazione in effetti sia un problema fondamentale, in questo paese non servono le leggi bavaglio, credo che certi giornali, certi organi di informazioni si imbavagliano da soli perché sono asserviti al potere e di conseguenza scrivono quello che gli dicono di scrivere.
Non serve una legge bavaglio quando abbiamo un telegiornale come Rai 1 dove certe notizie vengono addirittura occultate, a Porta a porta si parla solo dei processi che vanno per la maggiore, Franzoni, Meredith… io negli incontri chiedevo spesso chi sapesse che a Torino c’era il processo al generale Ganzer, il comandante dei Ros, che è stato condannato in primo grado, non in maniera definitiva, sia chiaro, condannato a 14 anni per traffico di droga, per avere pilotato dei sequestri, ed è ancora al capo del Ros, di un corpo di elite dei Carabinieri e nessuno ne ha chiesto le dimissioni, sarebbe normale che si autosospendesse; ma l’opinione pubblica non sa di questo, così come non si parla del processo di Palermo in cui si sta parlando di quella trattativa per cui sono stati uccisi Paolo Borsellino e gli altri ragazzi, il processo al generale Mori.
Non è che le cose non si sanno, si sanno dalle piccole testate della Sicilia che non hanno eco nel resto del Paese, il nostro sito 19 luglio è solo una briciola rispetto alle persone che si informano attraverso la televisione che dicono l’ha detto la televisione, come se tutto quello che dice la televisione fosse vero, sono informati nei particolari che riguardano i coniugi Olivo o le pettinature degli imputati, ma degli altri processi non dobbiamo sapere niente: e così un giornale come l’Espresso può presentare come uno scoop una notizia che era in rete da tempo.
Quando parlavo della trattativa anni fa ero preso per pazzo, l’ex pubblico ministero Ayala ha potuto dirmi che ero malato di mente e una cosa che non mi convince è quello che ha detto Ayala a proposito della sparizione dell’agenda rossa di mio fratello, ma oggi chi legge l’Espresso sa che si stanno riaprendo le indagini per la sparizione di quella agenda rossa perché vi sono foto che inquadrano una persona che si allontana con la borsa di Paolo nella quale c’era sicuramente l’agenda di Paolo, l’avevano visto mettercela dentro sua moglie e sua figlia, lui non l’abbandonava mai; io penso che quell’agenda sia stata fatta sparire perché conteneva cose sulla trattativa che Paolo aveva scoperto, ma la gente che non legge la stampa siciliana non sa che si stanno riaprendo le indagini per questa agenda rossa.
Quelle due stragi del 1992 hanno rappresentato un punto di svolta, il paese è cambiato, tutte le stragi di stato in Italia sono state fatte per cambiare il paese; nel 1992 quando una classe politica era stata eliminata e si doveva passare ad un altro equilibrio, ed altre stragi si sono viste quando c’erano momenti di crisi. Cosa può accadere adesso che c’è un sistema politico che sta affogando nello stesso fango che lui stesso ha fatto crescere? quella trattativa nel 1992 era fondata sul sangue di quelle stragi necessarie per chiudere le trattative tra Stato ed antistato, ed oggi che il governo deve contrattare giorno per giorno la sua sopravvivenza qualcuno può chiedere di andare a pagamento delle cambiali di quella trattativa.
Dopo la morte di Paolo io credevo che la sua morte fosse servita a cambiare il nostro paese e dicevo che se Dio aveva voluto che Paolo morisse per far trionfare il suo sogno io ero felice di questo, ma poi ho visto che tutto tornava come prima e peggio di prima ed ho perso la speranza per dieci anni. Ho ricominciato a parlare solo per rabbia ed ho incontrato dei giovani; Silvia, la nipote di Cosina che mi ha contattato e mi ha fatto venire qui e mi sono reso conto che quelli che oggi lottano per far uscire la verità sono tutti giovani e sono questi giovani che mi hanno fatto ritrovare la speranza; ed io avevo peccato di egoismo nel momento in cui avevo perso la speranza di vedere io la verità, e se ho ritrovato la speranza è perché ora voglio trovare la verità non per me stesso, ma soprattutto per gli altri. Perché mio fratello, una persona che sapeva di dover morire, la mattina del 19 luglio, prima di essere ucciso aveva scritto di essere ottimista: diceva vedo che verso la criminalità mafiosa i giovani hanno oggi un’attenzione diversa da quella colpevole indifferenza che io ebbi fino ai 40 anni, ed infatti Paolo confidava nei giovani perché il Paese potesse cambiare.
Ed è per questi giovani che io devo continuare a lottare, anche se non vedrò la giustizia per la morte di mio fratello e dei suoi agenti è importante che la verità esca fuori, per i giovani che oggi vogliono liberare questo paese dalla mafia, ed è per il futuro di questo paese che io giuro che voglio lottare fino all’ultimo giorno della mia vita.



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