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      Mučeniška Pot


Storia Contemporanea Secondo il Generale Basile e il Dottor Rustia

VISIONI DI STORIA CONTEMPORANEA DEL GENERALE BASILE E DEL DOTTOR RUSTIA.

Nell’ambito delle conferenze indette dall’associazione delle comunità istriane per il “giorno del ricordo”, il 9 marzo abbiamo avuto modo di sentire, tra gli altri, gli interessanti interventi del generale Riccardo Basile e del dottor Giorgio Rustia, che sintetizzeremo di seguito.
L’intervento del generale Basile sembrava teso soprattutto a dimostrare la “secolare italianità” della Venezia Giulia per la qual cosa si è basato su alcune asserzioni “storiche”, anche se ha tenuto a precisare di non essere uno storico ma di parlare “con cuore di italiano”.
La Venezia Giulia è sempre stata italiana, sostiene Basile, infatti nel 1915 fu rivendicata dai “nostri padri” per “far coincidere i confini della patria con i confini naturali. L’italianità della Venezia Giulia risale al 27 a.c., quando fu creata la X Regio che comprendeva Venezia e l’Istria (che Venezia sia stata fondata un po’ di tempo dopo il 27 a.c. non pare essere cosa che il generale consideri), e da questo fatto sarebbe seguita nel tempo una continuità con caratteristiche di italianità di queste zone.
Ora, a parte la considerazione che i romani invasero l’Istria, massacrando le popolazioni originarie e quindi un’eventuale “continuità” in questo senso sarebbe derivata comunque da un’invasione, vorremmo fare presente che se l’Italia rivendicasse come propri territori perché “sempre stati italiani” tutti quelli che l’impero romano comprendeva nei propri confini, potremmo avere dei seri incidenti internazionali, ad esempio con Londra (si pensi al Vallo di Adriano), con Parigi (anche la Gallia fu conquistata, a suo tempo), Madrid, Bucarest… e via di seguito.
Basile ha poi detto che “in certi ambienti” si sostiene un’ipotesi di “terra altrui occupata militarmente” quando si parla della conquista italiana della Venezia Giulia, ma fin dal 805 veniva denunciata a Carlomagno la “crescente pressione slava” nel Placido del Risano (se ne deduce quindi che nell’anno 805 gli “slavi” erano ben presenti nella zona); anche Dante parla dei confini d’Italia fino al Quarnero nel IX canto dell’Inferno; la prima grammatica italiana fu scritta dal dalmata Fortunio nel 1516 (dunque in Italia non era sentito il bisogno di una grammatica italiana?); l’istriano Carli disse (1766) che per “non cessare di essere uomini” era necessario diventare “di nuovo italiani” (allora non lo si era fino a quel momento?) ed infine anche Carducci parlò della Venezia Giulia italiana (Carducci d’altra parte in “Miramar” parla della località di Nabrezina e non di Aurisina, se vogliamo dirla completa).
Insomma, secondo Basile questi sono i motivi per cui la Venezia Giulia è italiana e lo è sempre stata. Dopo la prima guerra mondiale il territorio fu conquistato (militarmente, vogliamo far notare); anche Fiume, che non era stata data all’Italia dal trattato di pace, fu presa, ha detto Basile “dopo sofferte vicissitudini” (che ci sembra un po’ un eufemismo per dire con un colpo di mano). A questo punto, sostiene il generale, la politica del governo italiano nei confronti delle “minoranze slave” presenti nei suoi territori (che dunque non erano compattamente italiani) “non è stata sempre illuminata”, questo perché si voleva assimilarle, ossia (testuale), si voleva “promuoverle alla italianizzazione”. Promuoverle: cioè secondo Basile gli “slavi” sono popoli inferiori che tramite la “italianizzazione” vengono “promossi”? Affermazioni di questo tipo potrebbero darci l’impressione che il pensiero del generale Basile non sia del tutto scevro da una certa forma di razzismo: ci piacerebbe che ci smentisse questa impressione, che non rende un bel servizio all’esercito italiano del quale egli, ancorché in pensione, è tuttora rappresentante.
Nel resto dell’intervento il generale ha parlato delle “opere pubbliche” compiute dal fascismo in Istria (l’acquedotto, 450 chilometri di strade e cose del genere), ma non ha parlato di quante scuole slovene e croate siano state chiuse, di quanti cognomi siano stati “promossi” alla forma italiana, di come sia stato impedito alle “minoranze slave” di parlare e persino di pregare nella propria lingua.
Poi il generale ci ha spiegato che l’errore “grossolano” del fascismo è stato di voler entrare in guerra, perché Mussolini, pur essendosi reso conto che per motivi tecnici l’Italia non avrebbe potuto entrare in guerra fino al 1943, fu “impressionato” dall’andamento vincente del conflitto e decise di intervenire per potersi sedere presto al tavolo dei vincitori e “spartirsi così il ricco bottino”.
Forse a noi è sfuggito, però non ci è parso che Basile abbia dato un’intonazione critica a questo concetto, che a noi pare semplicemente scandaloso (sarà che per noi le guerre sono comunque sbagliate, sia che le si perda, sia che le si vinca).
Per sintetizzare il resto dell’intervento, diremo solo che Basile ha parlato di “grave errore” da parte dell’esercito italiano di non avere “neutralizzato” l’esercito jugoslavo, che poi si ricostituì in “bande”, che portarono ad una “sanguinosa guerra partigiana”, dove, di fronte alla “spietata politica di repressione” attuata da Ante Pavelic, i comandi militari italiani invece “invitavano alla moderazione”. I “ribelli” compirono dei “veri e propri atti di barbarie” ed i comandi militari italiani si difesero dagli “atti terroristici” applicando la legge di guerra. Per questo motivo, secondo Basile, nessun crimine di guerra può essere addebitato all’esercito italiano.
A prescindere dal fatto che certe rappresaglie contro interi villaggi di civili non possono essere giustificati da qualsivoglia “legge di guerra”, è nostra opinione che la guerra partigiana non vi sarebbe stata se l’esercito italiano non avesse invaso la Jugoslavia e di conseguenza non vi sarebbe stato bisogno di applicare alcuna legge di guerra, ma questo particolare è evidentemente un’altra delle cose che il generale non pare avere considerato.
L’impressione dataci dal discorso di Basile è che egli sia tra quelli che ritengono sbagliate solo le guerre che si perdono, perché se si vince e si conquistano i territori ambiti allora si è nel giusto; ma che non considerano questa logica valida per gli altri (i “nemici”), perché, mentre è ovvio che i territori conquistati vincendo una guerra appartengono al vincitore, non è tanto automatico che i territori perduti dopo aver perso la guerra sono di diritto del vincitore.
Una nota infine in merito alla questione di Maria Pasquinelli: Basile ha definito messaggio di “alto spessore etico e politico” il fatto che Pasquinelli abbia sparato, uccidendolo, l’ufficiale inglese Robin de Winton, nel 1947 a Pola, in segno di “protesta” contro la firma del trattato di pace che assegnava l’Istria alla Jugoslavia. Ci chiediamo come mai gli assassini di Biagi vengano (giustamente) condannati, non solo da una corte di giustizia ma anche dall’opinione pubblica, mentre si trova sempre qualcuno, negli ambienti neoirredentisti, che esalta l’azione criminale di Maria Pasquinelli, definendola un “atto eroico”. Non è forse apologia di reato, questa? E ci chiediamo anche perché l’azione di Guglielmo Oberdan, che lanciò delle bombe in mezzo alla folla, viene considerata da persone come il generale Basile un atto d’eroismo e Oberdan un martire, ingiustamente condannato a morte dalla giustizia austroungarica, mentre i membri del Tigr che compivano attentati contro le istituzioni fasciste sono considerati dei “terroristi” e quindi “giustamente” condannati a morte? O vale anche qui la logica del se lo faccio io va bene, se lo fa il “nemico”, no?
Dopo la relazione di Basile, che, da quanto ci è stato detto, è la persona che fa da guida “storica” alle visite guidate alla foiba di Basovizza, andiamo a vedere cosa invece ha detto il dottore (in scienze biologiche) Giorgio Rustia, che si è presentato come “storico, scrittore e giornalista”.
Rustia, che ora rappresenta l’Associazione Congiunti Deportati in Jugoslavia e Infoibati, ma alcuni anni or sono era presentato come esperto storico del “progetto Contropotere” di Forza Nuova, ha iniziato il suo intervento con una tirata sul fatto che negli ultimi tempi le giornate del ricordo sono state occupate da interventi di uno “schieramento” di persone che (secondo lui) sosterrebbero che “ne sono stati ammazzati troppo pochi” (sottinteso nelle foibe, cosa peraltro del tutto falsa, perché nessuno ha mai fatto simili affermazioni in un dibattito pubblico), e che avrebbero avuto come scopo quello di dimostrare che “loro” (Rustia diceva “noi”, dove non si capisce se parlasse a nome di tutti gli italiani, degli istriani oppure dei fascisti) erano stati “cattivi, infami e feroci” nel corso della occupazione della Jugoslavia. (Il dottor Rustia evidentemente non si pone, al pari del generale Basile, il problema che il solo fatto di occupare la Jugoslavia sia stata, di per se stessa, un’azione ingiusta e violenta). Ha poi proseguito con il suo consueto stile, che vorrebbe essere ironico e spiritoso ma finisce con l’essere semplicemente di pessimo gusto, oltre ad avere dei connotati tipici più di un polemista dell’estrema destra che di un ricercatore storico equilibrato, affermando che una delle rappresentanti di questo “schieramento” è la sua “grande amica” Claudia Cernigoi, la quale, dopo aver precisato che nessuna amicizia intercorre tra lei e il dottor Rustia, apre qui una parentesi per fatto personale. Rustia ha sostenuto che Cernigoi non è né storica né giornalista (sul fatto di “storica” possiamo discutere per cosa si intenda con questo termine, però io sono iscritta all’albo regionale dei pubblicisti dal 2/6/81, cosa facilmente verificabile per un pignolo come il dottor Rustia, mentre è lo stesso Rustia che non mi risulta essere iscritto come giornalista, quindi dove e come eserciti questa professione è cosa che dovrebbe spiegare). Rustia ha poi detto che Cernigoi è un’impiegata dell’Agenzia delle entrate, ha specificato l’indirizzo dell’Agenzia, il piano e la stanza in cui lavoro, il servizio al quale sono adibita, concludendo con il curioso commento che “come ben si sa” essendo gli impiegati del servizio riscossione molto odiati da tutti, io avrei dei problemi a “nascondermi” nel caso i “titini” prendessero il potere.
A parte il fatto che non ho mai fatto mistero di avere un lavoro col quale mi guadagno da vivere e di esercitare la professione giornalistica per fare informazione e ricerca, non solo storica, trovo fuori luogo le battute di Rustia su questo punto, infatti un ascoltatore poco corretto potrebbe anche fraintenderle ed interpretarle come un invito ad andare a “rompere le scatole” a Cernigoi sul suo posto di lavoro.
Ma il lato peggiore di sé Rustia l’ha dato quando ha evidenziato che nella prima edizione di “Operazione foibe” ho indicato 517 persone come “scomparse” da Trieste (non “infoibate”) nel maggio 1945, mentre nella seconda edizione ne ho inserite 498. Lungi dal considerare che (come spiego nel testo, che si suppone Rustia abbia letto, quindi parlandone in tal modo ha quantomeno peccato di omissione) questo diverso conteggio è stato determinato dal fatto che alcune persone che erano state indicate come “disperse” sono invece rientrate dalla prigionia (un esempio per tutti quello del finanziere Roberto Gribaldo, che viene dato come “scomparso” nel testo curato dall’Istituto Friulano per la storia del movimento di liberazione, mentre è rientrato dalla prigionia di Borovnica, come risulta da alcune interviste da lui rilasciate nell’estate 1945, nell’immediatezza della sua liberazione e pubblicate su diversi periodici, nonché in alcuni documenti conservati nell’Archivio del Ministero per gli Affari Esteri a Roma), Rustia si è invece esibito in una performance di pessimo gusto, al limite del blasfemo, asserendo che, mentre Cristo ha resuscitato solo Lazzaro, Cernigoi ha resuscitato addirittura 19 persone e concludeva invitandomi a resuscitare la madre deceduta da poco.
Tralasciando queste squallide battute, proseguiamo invece sintetizzando i concetti espressi da Rustia, in linea di massima in sintonia con quelli precedentemente sentiti dal generale Basile.
In sostanza Rustia, ha all’inizio ribadito le sue consuete teorie su un preteso odio “slavo” nei confronti degli italiani, e per dimostrare questo ha usato (come al solito) alcune citazioni che, estrapolate dal contesto nel quale si trovano, servono benissimo allo scopo, mentre se lette integralmente significano tutt’altro. Ad esempio, come è stato più volte spiegato al sedicente “storico” Rustia, la citazione che egli ama fare, tratta dal giornale “Edinost” del 1911, e cioè “non cesseremo la nostra lotta finché non avremo ridotto in polvere ai nostri piedi l’italianità di Trieste”, in realtà va letto come “la nostra lotta per ripristinare la verità e distruggere la falsa italianità di Trieste”, in quanto, come spiegato negli articoli che andrebbero appunto letti e riportati integralmente, l’associazione aveva elevato una vibrante protesta per il modo in cui era stato gestito il censimento, il rifiuto da parte degli incaricati (di etnia italiana) di consegnare e ritirare le schede in sloveno (cosa prevista dalla legge austroungarica), e addirittura l’iscrizione del personale di servizio, anche se sloveno, tout court come “italiano” se lavorante presso una famiglia italiana. Questa era la “falsa italianità” di Trieste contro la quale lottava l’Edinost, e non si capisce perché Rustia si ostini a non prenderne atto e a ripetere la sua interpretazione parziale, nonostante all’epoca in cui la polemica si svolse sulla stampa locale (marzo 1999) egli scrisse in risposta a questa chiarificazione dimostrando di averne capito il concetto.
Successivamente Rustia ha detto che è ora di smetterla di “mettere in croce” gli italiani “con la scusa del fascismo”, perché nelle nostre terre essere fascisti era necessario per vincere la battaglia per l’appartenenza nazionale di Trieste all’Italia invece che alla Jugoslavia. Chi si arruolò nell’MDT, secondo Rustia, non lo fece per combattere al fianco del III Reich (ci spiace dover infierire, ma è quello che fecero in effetti i militari dell’MDT, che lo volessero o no), ma per lottare per l’italianità di Trieste.
Infine, secondo Rustia, è vergognoso che vi siano degli storici pagati dalle università italiane per criminalizzare l’operato dell’Armata italiana in Jugoslavia, perché parlare di criminali di guerra per quello che è avvenuto in Jugoslavia è solamente una sporca speculazione ed a questo punto ha fatto alcuni esempi, nel consueto stile “una parte per il tutto”, tacendo cioè le cose che non sono utili alla sua esposizione. Per esempio, sarà anche vero come dice lui che il Tribunale militare di Lubiana, insediato dall’esercito di occupazione italiano tra il 1941 e il 1943, condannò a morte solo lo 0,6% degli imputati (13.700 persone), che erano tutti “capi ribelli che sparavano sui nostri soldati e sui nostri civili”, però, a prescindere dal fatto che, come già Basile, neppure Rustia si pone il problema che erano i “nostri soldati e i nostri civili” ad occupare la provincia di Lubiana e non i “capi ribelli”che erano venuti in Italia a sparare sui “nostri soldati e civili”, l’altra cosa che Rustia non comunica al suo uditorio è che la maggior parte dei massacri nella Jugoslavia occupata fu causata dalle rappresaglie indiscriminate, dalla fucilazione degli ostaggi senza processo, dalle esecuzioni sommarie, dalle deportazioni dei civili che poi morirono di stenti in prigionia, soprattutto donne, vecchi e bambini (si pensi ai vari campi di prigionia, Arbe, Molat, Gonars…). Cose che si dovrebbero conoscere, e non negare siano esistite.

Marzo 2007

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