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Strani Casi Di Morte A Trieste

STRANI CASI DI MORTE A TRIESTE.

Trieste è una città strana, generalmente considerata un’isola felice dove la criminalità praticamente non esiste (salvo alcune rapine, di tanto in tanto, e qualche rissa sporadica). Eppure Trieste ha tanti scheletri nei suoi svariati armadi, tanti segreti nascosti sotto i tappeti dei salotti buoni, tanti misteri mai chiariti. È una città dove si sono intrecciati traffici di armi (mai portati alla luce), attentati “anomali”, una quantità di incendi sospetti; una città dove sono passati trafficanti di vario tipo ed agenti dei servizi di tutti i paesi; dove si sono nascosti per anni criminali di guerra e dove hanno trovato rifugio ricercati politici di diverse tendenze. Una città che ha visto “strani” casi di morte mai chiariti, uno per tutti quello di Diego de Henriquez, al quale abbiamo dedicato un precedente dossier.
In questo breve studio parleremo di alcuni relativamente recenti “strani” casi di morte, alcuni irrisolti, altri la cui “soluzione” ha lasciati perplessi non solo noi ma anche parte dell’opinione pubblica. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che non siamo in possesso di informazioni “segrete” od esclusive delle quali non abbiamo notiziato gli inquirenti: tutto quello che sappiamo e che racconteremo è di pubblico dominio, noi ci siamo limitati a raccogliere, cercando di dare loro una forma il più possibile organica, le notizie ed i dati già resi noti sulla stampa, e nel contempo esprimere i dubbi, le coincidenze e le ipotesi che ci sono venuti in mente.

LA SCOMPARSA DELL’INGEGNER FRANCA.
L’ingegnere triestino Tommaso Franca, esperto in termodinamica alla Diesel ricerche dell’ex Grandi motori di Trieste (oggi Wartsila), si trovava in vacanza nell’isola greca di Skopelos assieme alla moglie Anna, ospite di amici greci, quando scomparve misteriosamente il 9/8/99. Era uscito, dopo avere pranzato, per fare una passeggiata nel bosco vicino, ma non fece mai ritorno. Le ricerche, partite immediatamente, non diedero alcun risultato: la sua auto fu ritrovata chiusa, parcheggiata vicino al luogo dove era andato a passeggiare l’ingegnere che sembrò scomparso nel nulla assieme a tutto quello che aveva addosso.
Il 3 settembre successivo una telefonata anonima alla sede della Diesel ricerche rivendicò il rapimento dell’ingegnere come messo in atto dal gruppo di lotta armata greco “17 novembre”.
L’anno dopo, il 25 aprile 2000 giunse un’altra telefonata anonima, stavolta all’aeroporto di Brindisi, nella quale il telefonista (che parlava in perfetto italiano) rivendicava nuovamente a nome del gruppo “17 novembre” il rapimento di Franca, chiedendo in cambio la liberazione di un giovane anarchico detenuto ad Atene. Ma questa telefonata rivendicava anche il posizionamento di un ordigno davanti alla sede dello stabilimento Sepadiver (una ditta che produce articoli per l’attività subacquea) nella zona industriale delle Noghere, nel comune di Muggia. L’ordigno era atto ad esplodere ma fu fortunatamente trovato e disinnescato in tempo (“Il giallo della bomba a Trieste”, C. Ernè sul “Piccolo”, 26/4/00).
Le autorità non ritennero attendibili queste telefonate e le indagini non diedero alcun risultato; quando la moglie chiese che venissero riaperte le indagini, il dirigente della Digos triestina, dottor Carocci, dichiarò alla stampa che al tempo si era indagato sulle telefonate anonime e sulla possibile “pista greca”, senza però che spuntassero elementi utili alle indagini.
Nel luglio del 2006 fu ritrovato sull’isola di Skopelos un corpo che fu attribuito a quello di Franca: naturalmente ci si chiese come mai, se la scomparsa risaliva a sette anni prima, i resti non erano stati trovati all’epoca. La stampa non diede altre notizie, per cui non sappiamo quale esito abbia dato l’esame del DNA che era stato annunciato.
Del gruppo “17 novembre” non si sa molto. Da una ricerca in Internet abbiamo appreso che prende il nome dalla data della sanguinosa repressione compiuta dalla dittatura greca durante la rivolta studentesca del novembre 1973, rivolta che fu il prodromo alla caduta del regime dei colonnelli avvenuta qualche mese dopo.
Il gruppo sarebbe sorto nel 1975 e gli sono attribuiti: alcuni attentati contro obiettivi nordamericani, alcune rapine e 23 omicidi, ultimo dei quali l’uccisione dell’addetto militare britannico Stephen Saunders avvenuta nel giugno 2000 (quindi poco tempo dopo la presunta rivendicazione fatta il 25/4/00).

“BALORDI” A TRIESTE
Nevio Tonchella fu trovato morto il 30/7/99 in via del Castelliere, circa due settimane dopo la scomparsa, ucciso da un colpo di pistola alla testa sparato dall’alto verso il basso, un’esecuzione, scrissero i giornali. Aveva 34 anni, era stato arrestato alcune volte per furti di motorini, ma nulla di più pesante risultava a suo carico (“Lo hanno eliminato sparandogli alla testa”, C. Ernè sul “Piccolo”, 25/8/99 e “Tonchella, ora si cerca la pistola”, s.f. sul “Piccolo”, 26/8/99).
Il 14 settembre successivo fu trovato invece il corpo di un altro dropout, il ventiduenne Francesco Tomba, con un passato da piromane, anch’egli scomparso due settimane prima che ne venisse ritrovato il corpo senza vita. Gli operai che lavoravano alla costruzione della nuova stazione dei Carabinieri in via San Cilino, al limite del comprensorio dell’ex ospedale psichiatrico, insospettiti dal persistente odore di decomposizione, avevano cercato dappertutto nel cantiere ed alla fine avevano trovato i resti del giovane, incastrato a testa in giù tra le tavole di legno preparate per una colata di cemento. Le ipotesi possibili erano che il ragazzo fosse caduto dall’alto, da un muretto che limita il confine col parco dell’ex OPP oppure che qualcuno lo avesse gettato giù. Ma come per Tonchella non ci risulta che le indagini abbiano dato qualche esito (“Morte misteriosa per un giovane”, G. Garau sul “Piccolo”, 15/9/99).
Per nessuna di queste morti fu fatta chiarezza. Ma noi ricordiamo una cosa che ci è stata raccontata da un giornalista investigativo: e cioè che spesso i nuclei di terroristi o della criminalità organizzata che vogliono far fare il “battesimo del fuoco” ai nuovi adepti, li invitano ad una “prova di ardimento”, e cioè l’uccisione di qualcuno per dimostrare di essere adatti all’organizzazione nella quale intendono entrare. Così si spiegano spesso gli omicidi “seriali” di prostitute, irrisolti, od altre morti strane, senza moventi apparenti, di persone che vivono ai margini della società e sono per questo delle facili vittime.

I “MISTERI” DEL TEATRO VERDI.
Due sono le morti “strane” che la stampa ipotizzò collegate al Teatro comunale triestino “Giuseppe Verdi”. Vediamo.

CLAUDIO VIVIANI, L’ATTORE SCOMPARSO.
Il 25 luglio 2001 fu denunciata la scomparsa dell’attore Claudio Viviani, 48 anni, abitante in una piccola località del Carso triestino, Gropada, che si trova grosso modo tra i borghi di Basovizza e Padriciano. La stampa scrisse che Viviani era uscito di casa verso le 9 del mattino per recarsi a Padriciano, il villaggio più vicino a Gropada, senza portare con sé né il cellulare né il portafoglio con i documenti. Il corpo di Viviani fu rinvenuto quasi tre mesi dopo, l’11 ottobre: “i resti erano adagiati nell’erba a ridosso di un muro a secco a un chilometro di distanza da Basovizza, non lontano da Gropada”. A trovare i “resti” due fidanzati “che sulla vecchia strada sterrata che porta a Sesana” avevano seguito un capriolo e “centro metri tra gli arbusti e l’erba (…) in un angolo (…) un teschio con qualche capello sulla nuca, una maglietta che un tempo era tinta di rosso scuro e un paio di short. Né scarpe, né altro” (“Trovato sul Carso il corpo dell’attore Viviani”, di C. Ernè e C. Barbacini sul “Piccolo”, 12/10/01).
L’autopsia confermò che la morte era avvenuta all’epoca della scomparsa, e non segnalò tracce di violenza; si parlò di suicidio, di avvelenamento (Viviani faceva uso di antidepressivi): il suicidio mediante avvelenamento, leggiamo, fu considerato “compatibile” con la “posizione in cui i resti sono stati trovati (…) accovacciato a terra (…) potrebbe essersi accovacciato lì ad attendere la fine” (“Viviani, dai capelli la soluzione del giallo” di C. Ernè, sul “Piccolo”, 23/10/01).
Ma, come giustamente fanno notare gli autori degli articoli, perché una persona per suicidarsi dovrebbe andarsene scalza in Carso? E come mai, se la morte risaliva più o meno al giorno della scomparsa, il corpo sarebbe rimasto 75 giorni sul posto, frequentato da gitanti, molti dei quali con cani al seguito, senza che nessuno ne rilevasse la presenza (ricordiamo che si era in piena estate, quindi l’odore della decomposizione avrebbe dovuto essere ben percepibile)?
Viviani, che lavorava al Teatro comunale “Giuseppe Verdi”, si era dimesso nel mese di maggio (due mesi prima della scomparsa) “dopo che il suo stipetto era stato manomesso e qualcuno vi aveva rovistato” (“Ombre sull’incendio al Verdi”, s.f. sul “Piccolo”, 23/10/01). Nel corso della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” questo fatto era stato messo in relazione con l’incendio che, sviluppatosi dalle scenografie russe per il “Boris Godunov” (provenienti dal teatro Bolscioi di Mosca) nel mese di marzo, aveva rischiato di distruggere tutto il teatro. Viviani sapeva qualcosa dell’incendio e per questo era stato messo a tacere? questo l’interrogativo posto durante la trasmissione.
Sulle cause dell’incendio del “Verdi” indagò la Procura ed i magistrati giunsero a due conclusioni opposte. Infatti leggiamo sulla stampa che dalla ricostruzione fatta dal GIP Mario Trampus appare che l’incendio non poteva “essere stato innescato dal calore prodotto dal faro da mille watt posto a brevissima distanza da una scena”. Quindi il fuoco doveva essere stato appiccato intenzionalmente. Questa ricostruzione, che si era basata sulle consulenze tecniche di periti nominati dai rappresentanti delle parti indagate per incendio colposo, era però in contrasto con quella redatta per il pubblico ministero da un ispettore regionale dei vigili del fuoco, che identificò proprio nel proiettore da mille watt la causa dell’incendio (“Doloso e tinto di giallo l’incendio al Verdi”, C. Ernè sul “Piccolo”, 19/2/02). Alla fine l’incendio fu archiviato come accidentale.
All’epoca fu fatta però anche un’altra ipotesi per la morte di Viviani. Nel corso della campagna elettorale per le elezioni comunali triestine (giugno 2001), Viviani si era presentato ad un incontro pubblico organizzato dall’associazione Amici della Terra, al quale erano presenti i candidati sindaci e molte altre persone, di varia estrazione politica. Nel corso del dibattito l’attore aveva asserito di essere in possesso di prove, fotografie ed altro, inerenti lo svolgimento di riti satanici e messe nere in Carso. Aveva perciò chiesto ai rappresentanti dell’associazione ambientalista un incontro per consigliarsi su cosa fare: ma l’incontro non avvenne mai, perché nel frattempo Viviani era scomparso. Di questa documentazione sui riti satanici che sarebbe stata in possesso di Viviani parlò anche la stampa: l’attore era un appassionato fotografo, abitava in Carso e pare avesse scattato diverse foto relative a resti di animali usati per i riti satanici, ma dove siano finite le foto non si sa.
Del resto il fatto che il corpo di Viviani sia stato trovato proprio nei pressi di una dolina dove è di dominio pubblico che di tanto in tanto qualcuno va a celebrare dei riti satanici è un particolare che non può che dare adito a sospetti.

A proposito di riti satanici ricordiamo un servizio a tutta pagina sul “Piccolo” del 20/9/94, firmato da Silvio Maranzana e corredato dalle fotografie di Fabio Balbi, intitolato: “Io, l’ultimo principe delle tenebre”.
Il giornalista racconta il suo incontro con un uomo definito il “Principe delle tenebre”, corredato da alcune foto che rappresentano un uomo e una donna incappucciati ed un’automobile della quale non si vede la targa. Dopo un contatto in un locale di Città vecchia, scrive Maranzana, gli inviati furono portati in auto fino a Basovizza da dove furono fatti proseguire bendati “per alcuni minuti di strada asfaltata e alcuni di sterrato fino ad uno strapiombo sulla Val Rosandra” (ad occhio e croce probabilmente si tratta della strada che dalla foiba di Basovizza porta a San Lorenzo). Lì trovarono una giovane donna che non proferì parola, ma con dei cenni li condusse fino ad una radura poco distante dove, in un prato, vicino ad una Mercedes con la targa celata, si trovava un uomo incappucciato, denominato dal giornalista Principe delle tenebre. Quest’uomo avrebbe dichiarato a Maranzana di essere originario di un paese dell’est e di essere arrivato a Trieste quindici anni prima per motivi di lavoro. La moglie viveva a Roma, lui aveva, all’epoca, circa cinquant’anni, e nella vita “normale” era manager di una azienda di compravendite nel ramo tecnico commerciale, “regolarmente iscritta alla camera di commercio”, si precisa.
Poi il principe parla della messe nere (sono almeno trecento le persone che le praticano a Trieste, scrive Maranzana) che vengono celebrate a volte con lo sgozzamento di un agnello, a volte davanti ad una donna nuda sdraiata sull’altare a seconda “di ciò che si vuole ottenere” (il principe però non spiega quali fossero gli scopi nello specifico). La donna silenziosa che accompagnava il principe sarebbe stata proprio la “sacerdotessa nera” che l’anno venturo avrebbe ricevuto da lui i “diritti di veggenza”. Una donna giovanissima, dice il giornalista, anche se dalle foto si intravede una donna dalla figura piuttosto pesante che avrebbe potuto avere venti come quarant’anni.
Le conclusioni del principe sono vagamente inquietanti, anche se, a nostro parere, sconclusionate: “entro due anni al massimo tutto questo sarà finito (…) i nostri obiettivi sono pressoché raggiunti: nuove forze politiche sono salite al governo grazie al nostro appoggio, la Destra ci è sempre amica (Ricordiamo che all’epoca era da poco in carica il primo governo Berlusconi). Tra poco però l’economia mondiale sarà al collasso e l’epicentro sarà l’Italia dove ci saranno disordini con vittime. Allora la gente riprenderà coscienza della spiritualità del mondo e sarà posta la parola fine a centoventi anni di satanismo dalle nostre parti”.
A prescindere dal fatto che le fosche previsioni del principe non si sono (fortunatamente) avverate, pare comunque di capire che (almeno secondo questo personaggio) il satanismo sarebbe il tramite con cui la destra raggiunge il potere, per cui esso avrebbe fine al momento in cui la “spiritualità” delle forze di destra prendono il controllo della gente. Personalmente riteniamo che tutto questo incontro sia stato una “bufala” colossale, ma dobbiamo rilevare come ad esso sia stato dato un rilievo non indifferente dal quotidiano locale. La cosa però che ci colpisce di più è che questo incontro è collegato a Basovizza.

Ancora un’altra voce circolò all’epoca della morte di Viviani: e cioè che l’attore sarebbe stato a conoscenza di traffici d’armi gestiti dall’estrema destra e che avrebbe anche ricevuto delle minacce per questo. Non siamo in grado di verificare la veridicità di queste affermazioni, visto che Viviani ormai non può né confermare né negare alcunché. Però se teniamo presente che l’attore, abitante in Carso, usava girare molto nella zona, il fatto che la stampa diede più volte notizia del ritrovamento di armi proprio nella zona di Basovizza può anche far sorgere qualche dubbio in proposito.
Ecco alcuni dei ritrovamenti di cui parlarono i quotidiani locali.
Il 15/9/99 il “Piccolo” diede la notizia che un po’ di tempo prima una pattuglia di carabinieri in servizio anticlandestini aveva scoperto, con l’ausilio di un metal detector, una cassa di armi nei pressi della foiba di Basovizza. “Appurato”, leggiamo, “che provenivano dalla Slovenia”, furono fatti degli appostamenti per arrestare chi andava a cercare l’arsenale: dato che non si fece vivo nessuno alla fine la notizia fu resa pubblica. Le armi, leggiamo si trovavano in “una cassa di metallo delle dimensioni di una bara (strano questo paragone, n.d.a.): lunga un paio di metri, larga 90 centimetri e alta 50: dentro un arsenale di armi. Kalashnikov, pistole cecoslovacche, fucili di precisione, munizioni di ogni tipo e in quantità. Armi perfette pronte per essere usate”, ed anche “un particolare silenziatore per mitra un pezzo difficile da reperire e che può servire solo per mettere a segno un agguato” (“Dal terreno sul Carso spunta un arsenale”, C. Barbacini sul “Piccolo”, 14/9/99).
Il 13/5/00, invece, il quotidiano “Trieste Oggi” scrisse che nei pressi del campo sportivo Gaja di Padriciano era stata scoperta una bomba Sipe degli anni Trenta occultata alla base di un muretto a pietre. Era la terza bomba, leggiamo, trovata nel giro di poco tempo: la prima era stata trovata all’esterno di un negozio della zona industriale, la seconda nei pressi del ruscello della Val Rosandra (“A Padriciano spunta un’altra bomba”, s.f., su “Trieste Oggi” 13/5/00).
Nuovamente il 15/11/02 leggiamo che sulla strada tra Basovizza e Padriciano, nei pressi dell’ex campo profughi, furono trovate, anche qui sommariamente celate sotto un muro a secco, un mitra Skorpion ed una pistola Walter Ppk 7,65 che erano state usate di recente. Inoltre, ricorda il cronista, qualche anno prima “a poche centinaia di metri dal luogo del rinvenimento delle armi, era stato rinvenuto mezzo chilo di T4, il potente esplosivo usato per la strage di Capaci”, con accanto detonatore e fili inseriti (“Armi sul Carso. Un attentato?”, C. Barbacini sul “Piccolo”, 15/11/02).

LA STRANA SCOMPARSA DI IVAN VERSA.
Ivan Versa era un imprenditore settantaduenne, che si era fatto una fortuna tramite l’import-export dall’Australia (la sua impresa portava il sintomatico nome “Versa Forza Italia Export”) ed aveva costruito nella zona artigianale di Prosecco un proprio “mausoleo”, da lui definito “monumento all’umanità”, una struttura costituita da colonne di marmo, statue di vario tipo (la lupa di Roma, canguri che ricordavano a Versa l’Australia dove aveva vissuto fino a pochi anni prima, forme umane…), bandiere di tutti i paesi, richiami a Hitler e Mussolini, al Papa e al presidente Kennedy, ed anche, asportate dal magazzino adiacente dato in affitto al Teatro Verdi, le scenografie dell’opera “Wozzek” di Alban Berg, ispirata al Woyzeck di Georg Büchner (“Costruisce un mausoleo a Prosecco e scompare”, S. Maranzana sul “Piccolo”, 20/1/02). Il 31/12/02 Versa partì con la sua Mercedes senza dire nulla e si rifece vivo solo dopo una settantina di giorni, affermando di essere scappato perché “aveva ricevuto minacce”. Ma non disse chi l’avrebbe minacciato né per quale motivo, si seppe solo che avrebbe visto “gente sospetta” girare “nella zona” (si suppone attorno al “mausoleo”, anche se l’articolo su questo particolare non è chiaro) (“Non rinuncio al mio mausoleo”, C. Barbacini sul “Piccolo”, 10/3/03).
Nel periodo della scomparsa di scena del suo fondatore il “mausoleo” fu posto sotto sequestro dall’autorità giudiziaria, sia perché una parte del materiale era di proprietà del Teatro Verdi, sia perché era stato aperto un procedimento penale contro Versa per avere esposto simboli e scritte fasciste e naziste.
Al suo ritorno a casa dopo la fuga di Capodanno Versa dichiarò ai giornali che non avrebbe mai rinunciato al proprio “mausoleo” che gli era costato “oltre un miliardo”. Il 21 maggio seguente Versa si spense, stroncato da un infarto che era seguito alla caduta da un albero avvenuta qualche settimana prima e che gli aveva causato la rottura del femore. Una settimana dopo, anche il “mausoleo” scomparve definitivamente: le scene del “Wozzek” restituite al Verdi, il resto venduto a mobilieri, oppure distrutto dalle ruspe.
Il “Piccolo” collegò le due scomparse, e successive morti, di Versa e di Viviani con i “misteri” del Teatro Verdi (“Doloso e tinto di giallo l’incendio al Verdi”, C. Ernè sul “Piccolo”, 19/2/02; “I misteri del Verdi, muore un altro protagonista”, R. Degrassi e C. Barbacini sul “Piccolo”, 27/5/02), cioè dell’incendio delle scenografie del Boris Godunov, avvenuto, come abbiamo visto prima, nel marzo 2001.

IL DOPPIO SUICIDIO DI BARILOCHE (La ricostruzione che segue è tratta dagli articoli apparsi sul “Piccolo” nel gennaio 1996: “Si suicidano in Argentina” di C. Barbacini; “Troppi i misteri dietro i due suicidi”, sigla c.b.; “Conferma: suicidati con il gas”, C. Barbacini; “Doppio suicidio, indagini locali”, sigla c.b.; e da “I misteri del croato”, di A. Tagliacarne e F. Longo su “Cuore”, 27/1/06).
Nel settembre del 1995 una giornalista triestina, Francesca Longo, intervistò per conto del quotidiano “Liberazione” (organo di Rifondazione comunista), a proposito della situazione della Croazia alla vigilia delle elezioni presidenziali che portarono nuovamente al potere Franjo Tudjman, il ventinovenne Valdi Veselica, croato originario della cittadina istriana di Umago, che viveva da qualche tempo a Trieste.
Così si espresse Veselica: “Mio padre è abituato a tacere (…) si è iscritto all’Hdz (il partito di governo, ndr) per trovare lavoro. Io ho preferito emigrare. Ho fatto le scuole sotto Tito, sono cresciuto con croati, italiani, serbi, bosniaci, sloveni senza alcun problema. Non ci mancava nulla, eravamo tutti fieri di essere cittadini jugoslavi. Ho fatto anche il servizio militare nell’armata (…) sono nato jugoslavo e tale resterò”.
Assieme a Valdi era emigrata a Trieste anche la sua compagna ventiquattrenne Barbara Razman, croata di nazionalità italiana. I due si erano stabiliti nella località di Opicina, frazione di Trieste, dove vivevano in una piccola casetta presa in affitto più o meno all’epoca dell’intervista con la giornalista di “Liberazione”; avevano lavorato, secondo la stampa, lui come cameriere in un ristorante e lei come pulitrice, ma avevano abbandonato queste attività nell’ottobre del 1995 per aprire una società di commercio di tartufi, aragoste, funghi, datteri di mare. Ai primi di dicembre Barbara fu fermata dalla Guardia di Finanza, che le trovò nell’auto 20 chili di tartufi non dichiarati, fatto che le costò una denuncia per contrabbando ed una multa di 20 milioni di lire.
Fin qui nulla di strano. Ma il 14 dicembre 1995 una loro cugina andò dai carabinieri a denunciare che, dopo avere incontrato i due giovani a casa loro il 6 dicembre, non era più riuscita a contattarli: da una settimana non rispondevano al telefono. Un sopralluogo nella casetta verificò che Valdi e Barbara erano spariti nel nulla. “Hanno lasciato i piatti ancora sporchi nel lavello (…) sul tavolo in cucina hanno dimenticato anche il telefono cellulare. Sono saliti sulla loro macchina, una Croma di colore blu targata Treviso e si sono portati via un borsone dove presumibilmente hanno riposto qualche capo di biancheria prima di andarsene per sempre”.
Un vicino di casa disse: “all’inizio di dicembre mi hanno detto che si sarebbero assentati per un paio di giorni ma che sarebbero tornati per sfruttare il momento favorevole alle vendite”.
I corpi senza vita dei due giovani furono invece ritrovati il 30 dicembre in un’auto Fiat 147 presa a noleggio, uccisi dai gas di scarico, nei pressi della cittadina argentina di San Carlos de Bariloche, “nella zona di Colonia Suiza Est, chilometro 25 tra Camino e Bahia Lopez”, praticamente dall’altra parte del mondo rispetto a Trieste. Gli inquirenti argentini ipotizzarono un suicidio “asfissiati a causa del monossido di carbonio con un tubo di gomma collegato con lo scappamento”, ma non fu trovato loro addosso alcun biglietto di spiegazioni, né alcuna lettera, “solo i tagliandi del volo Genova-Buenos Ayres, i passaporti e pochi dollari nelle loro tasche”.
Erano arrivati in Argentina l’11 dicembre ed avevano preso alloggio a Bariloche all’hotel Lagos de la Patagonia.
Un “investigatore” dichiarò alla stampa: “Non abbiamo elementi concreti ma il sospetto è che qualcuno si sia offerto di farli scappare da Trieste in Argentina e che poi li abbia scaricati”.
Il p.m. Giorgio Nicoli incaricò delle indagini i carabinieri, ma “dal rapporto della polizia argentina risulta che non sia stata effettuata l’autopsia sui due cadaveri e che il magistrato argentino si sia accontentato di un esame esterno delle salme”. Le giornaliste Longo e Tagliacarne riportarono su “Cuore” le dichiarazioni dell’ex dirigente della Squadra mobile di Trieste, Carlo Lorito e quelle del p.m. Nicoli. Il primo avrebbe detto: “dal plutonio ai serpenti, dalle armi di qualsiasi genere all’eroina e all’hashish, dai datteri di mare alla cocaina, sono poche le mercanzie illegali che non passano per questo confine”. Il dottor Nicoli invece avrebbe dichiarato: “per ora il fascicolo è esile e siamo in attesa del rientro delle salme (…) ci può essere di tutto: possono avere avuto una proposta di lavoro non mantenuta e finita tragicamente. O magari si proverà che (…) c’è stata istigazione al suicidio. Oppure, viste le modalità, scopriremo una traccia che porta ai servizi segreti croati. Ma questo non lo scriva”. Come si vede, le giornaliste scrissero anche quello che il magistrato non voleva fosse reso pubblico, pur precisando che non voleva fosse scritto.
All’epoca di questi articoli (fine gennaio) si era dunque in attesa del rimpatrio dei corpi, ma dopo pochi giorni la notizia sparì dalle pagine dei giornali e non sappiamo se le autopsie siano state fatte, se la magistratura croata fece delle indagini né a quali conclusioni sia giunta quella italiana.
Una storia tragica ed anche piena di misteri.
Cosa portò i due giovani, che sicuramente non navigavano nell’oro, a mollare tutto, da un giorno all’altro per prendere un aereo e partire per l’Argentina? Perché avrebbero dovuto accettare la proposta di qualcuno di “farli scappare” (scappare da cosa o da chi?), e perché proprio in Argentina, perché proprio in un posto come Bariloche, una cittadina della quale la maggior parte della gente non conosce neppure l’esistenza?
Di Bariloche, località turistica nota in Sudamerica per la splendida foresta pietrificata che la circonda, parla la scrittrice Isabel Allende nel suo struggente “D’amore e d’ombra”: posta al confine tra Cile e Argentina, i laghi che costeggiano il confine erano attraversati dagli esuli cileni che fuggivano dalla dittatura prima che i militari prendessero il potere anche in Argentina. Bariloche è una cittadina graziosissima, che sembra trapiantata dalle Alpi germaniche agli antipodi del mondo, una cittadina la cui esistenza è divenuta nota al grande pubblico solo negli ultimi anni perché vi fu arrestato Erich Priebke (e per coincidenza proprio il 25/11/95, poco prima della repentina partenza di Valdi e Barbara). A Bariloche si insediarono nel dopoguerra moltissimi nazisti in fuga dall’Europa e giunti in Argentina con le cosiddette ratlines, che videro la collaborazione di strutture vaticane, neonaziste e dei servizi segreti “occidentali”, con la protezione dell’allora presidente Peròn. Ma non furono solo tedeschi a trovare rifugio in Argentina, c’erano anche fascisti italiani ed ustascia fuggiti dalla Croazia: e, tanto per parlare di coincidenze, ricordiamo che anche attraverso Trieste passava una delle linee di fuga dei nazisti (nel terzo capitolo del libro “Ratlines” (M. Arons e J. Loftus, “Ratlines”, Newton Compton, 1993), dove viene narrata la fuga da Roma del nazista ungherese Ferenc Vajta, leggiamo che all’epoca si ritenne che il rilascio fosse stato “congegnato” dal triestino Fausto Pecorari, segretario generale della Democrazia cristiana ed anche vicepresidente democristiano dell’Assemblea costituente).
Continuiamo con le coincidenze. Dall’8 gennaio 1996 a qualche giorno dopo, un immane incendio ha distrutto quattromila ettari di foresta nel parco nazionale vicino a Bariloche: lo abbiamo letto in due brevissimi trafiletti pubblicati all’epoca su “Liberazione”.
Vi sono poi altre cose che collegano l’Argentina con la Croazia. Ad esempio la notizia (luglio 1997) della messa sotto inchiesta del ministro della difesa argentina Oscar Camillòn per presunta vendita illegale di armi alla Croazia e all’Ecuador (“Ministro della difesa argentina sotto accusa”, su “Liberazione” 17/7/96).
In un testo di Michele Gambino e Luigi Grimaldi leggiamo: “il porto del cementificio di Umago, in Istria: nessuno lo ammette apertamente, ma da quando è iniziata la guerra, embargo o no (…) molte navi sbarcano carichi misteriosi (…) si tratta di mercantili battenti bandiera argentina (…) secondo gli esperti internazionali del commercio delle armi l’Argentina, assieme al Brasile, è uno dei principali esportatori mondiali di armi e attrezzature militari, a questo proposito, a partire dal 1992, alcuni osservatori hanno segnalato la comparsa, tra gli armamenti in dotazione alle milizie croate, del fucile mitragliatore Fal di produzione belga o, su licenza, argentina” (M. Gambino e L. Grimaldi, “Traffico d’armi”, Editori Riuniti 1995, p. 92, 93).
Il porto del cementificio di Umago: cioè la cittadina dalla quale provenivano Valdi e Barbara. Coincidenze?

LA SCOMPARSA DELL’ISPETTORE FRANCESCHINO.
Il 17 febbraio 2000 l’ispettore a riposo Arnaldo Franceschino (“poco più di settant’anni, alto un metro e 70, capelli bianchi, stempiato. Un cappotto grigio spinato, un paio di pantaloni grigi, un cappello sul capo”, lo descrisse la stampa) uscì dalla casa di via Giusti (nel rione di Roiano), secondo le dichiarazioni di una vicina “alla solita ora al volante della Panda” (“L’ispettore sparito, pista misteriosa”, sigla c. e. sul “Piccolo” del 15/4/00).
La figlia ne denunciò la scomparsa, e due mesi dopo il quotidiano locale diede alcune notizie che facevano apparire svariate ombre nella vita, apparentemente “normale”, del pensionato: “i figli del poliziotto in pensione scomparso nel nulla due mesi fa scoprono nei tabulati Telecom stranissime chiamate”, leggiamo. Chiamate queste “piuttosto brevi, due minuti o giù di lì” e partite, circa ogni quindici giorni, verso Siria, Libano, Pakistan, Romania e Olanda. I figli dichiararono di non essere a conoscenza di amicizie del padre con persone residenti in quei paesi, ma il mistero si infittisce quando leggiamo la successiva dichiarazione della figlia Mara: “Ho provato a chiamare il numero romeno, grazie a un amico che conosce la lingua (…) l’interlocutore (…) mi ha detto che mai gli erano giunte telefonate dall’Italia nel periodo indicato dal tabulato (…)”.
Un’altra anomalia era che Franceschino era uscito dalla casa con in tasca unicamente la carta d’identità. Nell’appartamento furono trovati il passaporto, la patente (ma se il pensionato si era allontanato al volante dell’auto, come aveva dichiarato la vicina di casa, perché avrebbe lasciato a casa la patente?); non risultò che avesse prelevato del denaro dalla banca e non aveva un cellulare.
La Questura escluse che Franceschino fosse “stato collegato a qualche ufficio investigativo dei servizi”; aveva lavorato invece per diversi anni alla scuola di polizia di Trieste. Un successivo articolo del 23 maggio scrisse che era stato un “assiduo frequentatore di dibattiti politici organizzati dalla sinistra”.
Il 23/5/00 la stampa diede la notizia che la polizia aveva trovato in via Belpoggio la Fiat Panda dell’ispettore Franceschino. L’automobile era posteggiata sul marciapiede a pochi metri dall’ingresso dell’edificio che era stato sede del Genio militare e che “ora ospita anche alcuni uffici amministrativi di un Servizio investigativo riservato” (“Una traccia. Trovata l’auto dell’ispettore scomparso”, C. Ernè e C. Barbacini sul “Piccolo”, 23/5/00). L’auto era stata segnalata alla polizia da un vicino di casa di Franceschino che l’aveva riconosciuta passando per caso in via Belpoggio. I rilievi della scientifica durarono circa un’ora; il giornalista scrisse che non si sapeva da quanto poteva trovarsi lì l’auto, perché la zona è poco frequentata. Però leggiamo questa osservazione interessante: “in tre mesi di fermata di solito i pneumatici di una qualunque vettura si sgonfiano parzialmente. Invece sembravano del tutto normali, come se la Panda fosse arrivata pochi giorni fa. Unici dati che raccontano di una permanenza prolungata le foglie gialle incastrate tra marciapiedi e battistrada del pneumatico, il contrassegno dell’assicurazione (a meno che il contrassegno non fosse scaduto non riusciamo a capire il nesso, n.d.a.) e il volantino verde di una finanziaria lasciato sotto il tergicristallo”.
Il 14/10/00 leggiamo che nel pomeriggio del 13 ottobre il corpo senza vita di Franceschino fu trovato “in un campo della frazione di Banne, a circa 400 metri dalla statale 202 che collega l’abitato di Opicina alla grande viabilità triestina” (“Era scomparso, trovato col cranio sfondato”, C. Ernè e C. Barbacini sul “Piccolo”, 14/10/00). Il corpo dell’ispettore Franceschino sarebbe rimasto “per otto mesi in quella dolina vicino a Banne”: sui tempi non ci sarebbero dubbi, prosegue l’articolo, in quanto “l’omicidio risale allo scorso inverno e l’assassino o gli assassini hanno agito nelle ore immediatamente seguenti la sua uscita da casa. Forse Franceschino aveva un appuntamento tra via Franca e piazza Carlo Alberto. Forse chi l’ha ammazzato lo aveva fatto salire sulla propria vettura. Solo così si spiega il fatto che la Panda dell’ispettore sia stata ritrovata in via Belpoggio, regolarmente posteggiata. Non è pensabile che un assassino corra il rischio di mettersi al volante di un auto non sua. Dunque sul Carso l’ispettore è salito in compagnia”.
Il p.m. Dario Grohmann dichiarò: “Franceschino era stato ammazzato da un’altra parte e poi qualcuno l’ha trascinato nel bosco di Banne (...) infine ne ha coperto il cadavere”.
A proposito del rinvenimento del cadavere però la ricostruzione della stampa non ci sembra molto coerente: “un uomo che andava a fare legna nel bosco è passato di lì (…) nella penombra le suole di gomma bianca di un paio di mocassini da barca. L’uomo ha guardato meglio e ha scoperto un cappotto marcio e un teschio con due fori triangolari. È corso verso un apparecchio pubblico e ha telefonato al 113. Senza dire il proprio nome l’uomo ha annunciato la scoperta (…) ha fornito al poliziotto alcune indicazioni per raggiungere la dolina ed ha chiuso la comunicazione. Scomparso. Di lui si sa poco o nulla”. Dove il lettore si chiede come mai, se è scomparso senza lasciare il nome l’uomo che ha ritrovato il cadavere, i cronisti abbiano così bene descritto le circostanze del ritrovamento, soprattutto il fatto che l’uomo “andava a fare legna” e portava dei “mocassini da barca” con le suole bianche. Alla fine dell’articolo però le contraddizioni aumentano: “Sul nastro registrato è rimasta impressa una voce: - Sono il proprietario di quel terreno. C’è un cadavere…”. Infatti, a meno che il terreno non sia intavolato a nome di decine di proprietari, non dovrebbe essere troppo difficile risalire al nome di chi ha telefonato.
Un articolo del 15/10/00 espone questa ipotesi per l’omicidio: due buchi sulla nuca attribuibili sia a colpo di martello o di cric ma “anche ad un proiettile esploso da davanti e fuoriuscito proprio dalla nuca. Questa seconda eventualità sarebbe spiegata dalla forma circolare del foro e non triangolare come era apparso in un primo momento che potrebbe essere compatibile con un proiettile sparato da una pistola calibro 38 o 45”. Secondo questa ricostruzione Franceschino sarebbe stato “giustiziato con un colpo in bocca o nell’orbita destra. L’altro foro nel cranio, questa volta di forma triangolare, potrebbe essere stato una conseguenza del primo. Insomma una “scheggiatura”. Nessuna possibile arma del delitto fu trovata in zona, e, cosa decisamente strana, sull’auto del pensionato non fu trovata nessuna impronta digitale “come se Franceschino avesse guidato l’auto con dei guanti di lattice” (o, piuttosto, come se qualcuno avesse ripulito l’auto da cima a fondo per cancellare ogni traccia, suggeriamo noi). Le chiavi erano state gettate sotto una macchina parcheggiata in via Belpoggio e trovate “una decina di giorni fa da un passante che le ha consegnate alla polizia. Nessuno ha supposto che quelle erano le chiavi della Panda ritrovata in maggio (“Franceschino. Un delitto perfetto”, C. Barbacini sul “Piccolo”, 15/10/00).
Il medico legale giunse alla conclusione che l’ispettore non era stato ucciso da un colpo di pistola, ma piuttosto da un colpo alla nuca inferto con un cric o con un martello: “l’assassino avrebbe raggiunto Franceschino alle spalle vibrando un violento colpo. Tanto violento da sfondare il cranio in due punti. Due fori, uno rotondo del diametro di circa un centimetro e uno di forma triangolare e leggermente incavato, forse conseguenza del primo”. Ed il suo assassino (perché non “assassini”, diciamo noi?) doveva essere una persona “esperta”, visto che “nella Panda parcheggiata in via Belpoggio gli esperti della scientifica di Padova non avevano trovato uno straccio di impronta, nelle tasche degli abiti che rivestivano i poveri resti dell’ispettore (…) non c’erano né portafoglio né documenti (…) abbandonando il corpo (…) nella zona impervia e difficilmente accessibile (…) l’assassino ha guadagnato, secondo gli investigatori, tempo prezioso. Un esperto, senza dubbio. Secondo gli investigatori si tratterebbe qualcuno (sic) che conosce non solo i modi e i tempi di indagine, ma anche le tecniche scientifiche” (“Franceschino ucciso da un killer esperto e attento”, C. Barbacini sul “Piccolo”, 19/10/00).

C’è un’altra brutta storia che ci richiama alla mente la scuola di polizia: quella del poliziotto Nicola Pezzuto, che abbiamo raccontato nel precedente dossier “1972” e che qui riassumiamo.
Nel 1972 il giovane brigadiere Nicola Pezzuto, istruttore presso la scuola di polizia di Trieste, fu ricoverato all’ospedale psichiatrico in seguito ad una diagnosi di “depressione”. Si disse all’epoca che il poliziotto si era “interessato” alle attività della destra triestina, e così scrisse il giornalista Marco Sassano: “Pare che il Pezzuto abbia insistito un po’ troppo davanti ai suoi superiori di essere riuscito ad appurare la presenza di Junio Valerio Borghese nel Friuli Venezia Giulia. Egli poi sosteneva di essere anche in grado di dimostrare a chi fossero destinate le armi e gli esplosivi del deposito di Aurisina” (Marco Sassano, “La politica della strage”, Marsilio. Il “deposito di Aurisina”, si saprà anni dopo, era uno dei depositi della Gladio).
Tre anni dopo la stampa diede la notizia della morte di Pezzuto, che si sarebbe sparato in casa con la pistola d’ordinanza, e la sua morte fu subito archiviata come suicidio (“Il Piccolo”, 2/3/75).

I FINANZIERI (Ringraziamo Vincenzo Cerceo per la revisione di questo capitolo).
Nel corso degli ultimi 15 anni si è riscontrata una serie, purtroppo abbastanza lunga, di morti accidentali e di suicidi di militi della Guardia di Finanza triestina. Ecco il triste elenco.
13 luglio 1994: il generale Sergio Cicogna, comandante la Guardia di Finanza del Friuli Venezia Giulia, si suicida lungo la strada “Napoleonica”. Si dirà successivamente che era “psicologicamente” debole.
29 gennaio 1996: Francesco Maccaroni, vice brigadiere della Guardia di Finanza, si toglie la vita intorno alle 9 del mattino in un gabinetto al secondo piano della caserma della Polizia tributaria di via Giulia a Trieste, sparandosi alla tempia con la pistola d’ordinanza. Maccaroni, 38 anni, sposato, con tre figli ancora piccoli, era in servizio al Gico (Gruppo interprovinciale per la lotta alla criminalità organizzata).
Si dirà che la moglie “avesse gravi problemi psichiatrici” (“Si spara finanziere del Gico”, sul “Piccolo”, 30/1/96), ma il finanziere non lasciò alcun messaggio d’addio.
L’anno 2001, poi, fu davvero un anno terribile per i finanzieri.
13 marzo 2001: Massimiliano Molino, 31 anni, e la moglie (di origine ucraina) Svitlana Vassylenko, 24 anni, vengono trovati morti nel loro appartamento di via Marco Polo, nel rione di San Giacomo. Molino lavorava da due mesi nella caserma di via Giulia, servizio informativo anticontrabbando. La causa della morte dei due coniugi venne attribuita ad asfissia causata dall’ossido di carbonio: però il particolare “strano” è che nell’abitazione non c’erano stufe o caldaie a gas, nulla che potesse emettere ossido di carbonio. “È la prima volta che mi trovo di fronte a una simile situazione” aveva dichiarato all’epoca un ufficiale dei pompieri che era entrato nell’appartamento. (“Niente fiamme ma tanto ossido di carbonio” Tragedia di via Polo, tre ipotesi per un incidente”, c.e. sul “Piccolo”, 7/2/06). Inoltre i vigili del fuoco avevano trovato chiuso il rubinetto del gas della cucina (“Resta il mistero sulla coppia asfissiata”, c.e. sul “Piccolo”, 26/10/04).
Anche obiettivamente strano il fatto che, allorché si scoprì la morte della coppia, la Guardia di finanza, contrariamente a quanto accaduto in simili disgrazie, bloccò con i suoi reparti speciali (baschi verdi) tutta la zona, e la direzione delle indagini fu assunta direttamente dal generale comandante, cosa che effettivamente non era mai accaduta nella storia del corpo per episodi simili sia pur drammatici e dolorosi. Qualcuno sulla stampa avanzò il sospetto che quell’appartamento (peraltro molto piccolo e poco idoneo all’abitazione di una sia pur giovane coppia), fosse in effetto un centro di ascolto occulto del Corpo per il controllo dei traffici con l’Est europeo, ma naturalmente su questo non vi è alcuna certezza.
In un articolo pubblicato su un altro quotidiano triestino si parla poi di “una pozza di sangue nell’appartamento”, sangue che “apparterrebbe a un gatto che è stato trovato anch’esso morto a causa delle esalazioni di monossido di carbonio” ma “un gatto che muore intossicato non ha alcun tipo di emorragia, né interna né esterna. Perché allora quel sangue?”, si chiede il cronista. Inoltre alcuni peli tenuti fermi dal sangue coagulato sul pavimento dimostrerebbero che “l’emorragia è stata simultanea alla morte della bestiola” (“Nel giallo di via Marco Polo ora spunta un gatto trovato in una pozza di sangue”, s.f. su “Trieste Oggi”, 24/3/01).
In seguito i giornali parlarono di “uno strano foro praticato sul pavimento dell’abitazione (…) sotto la loro stanza da letto era situato non il locale caldaia, ma un ripostiglio in cui correvano i tubi corrugati che collegavano la caldaia al camino. Passando attraverso questo foro l’ossido di carbonio che aveva già invaso il ripostiglio ha saturato il piccolo appartamento e li ha uccisi”. Questo foro, come risulta dal processo che si è svolto nel febbraio 2006 (quando furono imputati di omicidio colposo l’amministratore dello stabile ed i titolari dell’impresa incaricata di gestire l’impianto di riscaldamento centralizzato dello stabile), sarebbe stato praticato “da qualche tecnico per saggiare la consistenza del solaio” (dichiarazioni del professor Salvatore Tomasi, docente universitario e consulente della Procura). Successivamente, sempre secondo la ricostruzione del perito, il foro non fu tappato, e ad un certo punto una tavella era precipitata all’interno del camino dell’appartamento dei coniugi Molino, riducendo “del 50 per cento la sezione della canna fumaria” ed impedendo così il tiraggio.
Il processo si è concluso con la condanna degli imputati: “secondo l’inchiesta della Procura”, leggiamo, “l’incidente poteva essere evitato con una più accurata manutenzione della canna fumaria e non sottovalutando i malesseri che nei giorni precedenti avevano colpito altri abitanti dello stabile. Erano segni precisi della presenza dell’ossido di carbonio, ma nessuno li aveva colti” (“Uccisi dai gas della caldaia: condannati amministratore e conduttori dell’impianto”, s.f. sul “Piccolo”, 25/1/06).
13 giugno 2001: il capitano Alessandro Vitone, 30 anni, comandante a Trieste del “Drappello I” del Gico, si sfracella contro il guard-rail dell’autostrada presso lo svincolo di Redipuglia. Nessun testimone, ma lo schianto era stato tanto forte da essere udito dal personale di servizio al casello, che trovò l’auto ridotta ad un ammasso di lamiera dal quale il corpo dello sfortunato ufficiale era stato estratto a fatica.
Vitone era a Trieste da cinque anni; dopo avere prestato servizio in porto per due anni, era passato al Goa (Gruppo operativo antidroga); da un anno dirigeva il “Drappello I” ed al momento della morte, leggiamo sul “Piccolo”, “controllava la rete di informatori che stavano permettendo lo smantellamento di un’ampia opera di riciclaggio di denaro mafioso tra la nostra città ed il Friuli” (“Si sfracella 007 della Finanza”, S. Maranzana e R. Coretti sul “Piccolo”, 14/6/01). Anche circa questa morte i dubbi sul momento furono molti, e si parlò, sulla stampa di possibili collegamenti tra la strana morte e l’attività operativa dell’ufficiale ma nessuna certezza fu mai acclarata.
23/10/01: Massimiliano Tartaglia, 34 anni, appuntato della Guardia di Finanza in servizio anticontrabbando, viene trovato morto, in una pozza di sangue, ucciso da due proiettili, con in mano la pistola di ordinanza, in un ufficio di una costruzione del Molo Settimo.
I rilievi evidenziarono che il primo proiettile era stato esploso da sotto il mento, era passato dal basso verso l’alto e finì conficcato nel soffitto, il secondo proiettile era entrato dalla tempia destra e poi era finito contro una parete. Qui il cronista sollevò un dubbio interessante (“Finanziere trovato morto con due colpi alla testa”, C. Barbacini sul “Piccolo”, 23/10/00): dato che l’arma usata era una pistola semiautomatica, che bisogna ricaricare prima di sparare di nuovo, come può una persona, che era stata già gravemente ferita dal primo colpo, anche se non mortale, ricaricare l’arma per suicidarsi con un secondo colpo?
Coincidenza: le esequie dell’appuntato furono celebrate nello stesso giorno di quelle dell’attore Claudio Viviani.

DON EMILIO COSLOVI.
Don Emilio Coslovi era una persona abbastanza conosciuta a Trieste, però la maggior parte di quelli che lo conoscevano perché lo incontravano nel corso di manifestazioni contro la guerra, per i diritti civili, per l’ambiente o su questioni di carattere sociale, come il diritto dei giovani di avere dei centri sociali autogestiti, non lo conoscevano come “don” Emilio: lo consideravano un “compagno” come tanti altri, mite, gentile ma convinto delle proprie posizioni.
Personalmente ricordo di avere parlato con Emilio Coslovi (che allora non sapevo fosse un sacerdote) nel corso della presentazione della rivista di questioni internazionali “Quemada” nel novembre 1999 e poi nell’ambito di un incontro promosso dagli Amici della Terra all’epoca delle elezioni comunali del 2001 per discutere del progetto di un parcheggio sotto il Canale di Ponterosso: Emilio era intervenuto assieme a diversi cittadini, non solo della zona interessata, sensibili al problema della salvaguardia della vivibilità di Trieste.
Quando il 14 gennaio del 2002 lessi sul quotidiano locale che era morto, nell’incendio della propria abitazione di via Vasari 7, un “prete operaio” di nome Emilio Coslovi, non collegai subito a lui l’Emilio che io conoscevo, fu un’amica a farmelo presente qualche giorno dopo.
Il “prete-operaio” Emilio Coslovi aveva lavorato per vent’anni nella fabbrica di tappi di sughero Colombin, dove era stato anche eletto rappresentante sindacale. Per questa sua scelta pare avesse avuto addirittura uno scontro verbale con l’allora vescovo di Trieste Antonio Santin.
Questa la cronaca della tragedia fatta dal “Piccolo”:
“Ha cercato di scappare sulle scale ma non ce l’ha fatta. Troppo angusto il passaggio, troppo buio il piccolo corridoio ingombro di libri e giornali, troppo fumo e niente ossigeno nel suo povero alloggio. (…) Non erano ancora le 5 di mattina (…) Aiutava i poveri, raccoglieva carta, libri, imballaggi, ombrelli, plastica: ogni cosa che potesse risultare utile a chi nella società dell’opulenza non ha di che scaldarsi o mettere sotto i denti” (“Muore bruciato il prete che viveva per i poveri”, C. Ernè sul “Piccolo”, 14/1/02).
Fin qui una tragedia come purtroppo ne avvengono spesso. Ma Coslovi era ossessionato dagli incendi, scrisse il suo amico Fabio Mosca in un breve testo diffuso a Trieste, nel quale racconta alcuni particolari della vita travagliata di Coslovi e nel contempo fa un excursus su una serie di incendi sospetti avvenuti a Trieste (F. Mosca, “Un prete operaio nella Trieste reazionaria. La vita grama di don Emilio Coslovi tra bigotti e fascisti”, Trieste 2002).
Mosca conobbe Coslovi all’epoca dell’occupazione dell’ex circolo del PCI in via dei Baiardi (in una vallata verde nei pressi dell’Università nuova), fatta da alcuni giovani che volevano adibire l’edificio abbandonato in un centro sociale. L’esperienza dell’occupazione finì con l’incendio dell’edificio che lo rese inagibile; lo stabile fu sigillato e venduto, l’incendio archiviato come accidentale e la cosa finì lì. Mosca però ricorda a questo punto un altro particolare incendio che fu archiviato come accidentale, quello che distrusse la prima sede della radio libertaria di cui lui era uno dei fondatori.
Don Emilio possedeva in comproprietà con alcuni parenti un fondo in Carso, vicino a Prosecco, dove tenevano alcune galline ed una baracca con gli attrezzi da lavoro. Nel giugno 1998 questo fondo fu distrutto da un incendio: il “Piccolo” scrisse che nella baracca abitava la madre di Coslovi e che “le bombole del gas erano saltate in aria e per ore i pompieri avevano lavorato per spegnere l’incendio”; fortunatamente la donna non si trovava sul posto al momento dell’esplosione.
A questo proposito Mosca scrive che Coslovi aveva dei dubbi su un suo vicino, uno che (asseriva il sacerdote) aveva ammazzato diverse persone durante la seconda guerra mondiale. Coslovi raccontò di avere visto arrivare diverse volte dei camion nel fondo di questo vicino, sospettava che quello che caricavano e scaricavano potessero essere armi. Ne parlò ai carabinieri, che dissero che non potevano farci nulla. Infatti per l’incendio non fu aperta alcuna inchiesta.
Da quel momento, prosegue Mosca, “iniziarono le paure di Emilio”: era convinto che qualcuno penetrasse in casa sua per frugare tra le sue cose, si sentiva minacciato, temeva che gli bruciassero la casa.
Dopo un certo tempo fu ricoverato forzatamente all’ospedale psichiatrico: trattamento sanitario obbligatorio, dissero, autorizzati da una richiesta del vescovo e della madre di Emilio.
Questa esperienza non servì a tranquillizzare il prete-operaio: era sempre più convinto che (scrive Mosca) “la prossima volta lo avrebbero annientato per sempre: l’avrebbero bruciato al rogo (…) e sarebbe stato un delitto perfetto”.
Paranoie di un uomo che si sentiva isolato e non ascoltato? Tragica fatalità dovuta comunque ad un comportamento non prudente? Non lo sapremo mai, ma dobbiamo rilevare che in questa città gli incendi “strani” sono una cosa abbastanza ricorrente: abbiamo visto prima tutte le ombre che sono sorte sull’incendio al Teatro Verdi, ricordiamo che il collezionista Diego de Henriquez è morto in un incendio sospetto, e le cronache dei quotidiani danno continuamente notizia di incendi di possibile origine dolosa in vari stabilimenti industriali o in varie zone della città.

LE COINCIDENZE.
Agatha Christie fa dire al suo Poirot che una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono due coincidenze, mentre tre coincidenze rappresentano un indizio. Se guardiamo con questa ottica alcuni dei casi di morte che abbiamo qui descritto vediamo che vi sono alcune coincidenze che li accomunano. C’è la coincidenza del Carso, ad esempio: Viviani viveva a Gropada e girava in Carso, soprattutto nella zona di Basovizza, dove abbiamo visto si sono ripetutamente trovate armi e dove si celebravano (forse si celebrano ancora) le messe nere; Versa abitava a Prosecco, e vicino a Prosecco c’era pure il fondo di Coslovi; Veselica e la sua compagna abitavano ad Opicina e lavoravano sull’altipiano. Quindi ciò che potrebbe accomunare tutti questi casi è che sull’altipiano carsico, sul quale corre il confine, sia avvenuto qualcosa che però non avrebbe dovuto essere visto.
C’è poi la coincidenza dei telefonini: l’ispettore Franceschino non possedeva un telefono cellulare, mentre Viviani e i due giovani croati lo possedevano ma stranamente non l’avevano preso con sé prima di allontanarsi da casa: circostanza questa molto opportuna, dato che è notorio (oggi anche al grande pubblico, grazie ai telefilm polizieschi, mentre all’epoca il fatto era probabilmente di dominio solo degli “addetti ai lavori”) che con le tecnologie attuali un telefonino può essere individuato abbastanza facilmente, ed in tal modo si possono anche seguire le tracce del suo possessore.

Cosa dire in conclusione di queste poche pagine? Le abbiamo scritte sostanzialmente perché non ci sembra giusto che su certe morti cada l’oblio e per ricordare che anche in questa città, apparentemente calma e tranquilla, a volte accadono cose “strane”.
Non crediamo necessariamente che tutte queste storie siano collegate tra loro: il che non le rende meno preoccupanti, anzi. Il fattore comune effettivo è solo la città di Trieste, isola felice ed addormentata sì, ma anche (ricordiamolo) il luogo dove sono passati, immediatamente prima di essere uccisi, sia il banchiere Calvi sia il commissario Calabresi. (Dei collegamenti tra il commissario Luigi Calabresi e Trieste abbiamo parlato nel precedente dossier “1972).
Trieste la mitteleuropea, la “cara al cuore” degli italiani; Trieste, città quasi priva di attività produttive ma ricca di sportelli bancari, cosa che gli analisti di questioni di mafia ritengono generalmente “sospetta”; Trieste, la città “più fascista d’Italia”, come la definì il poeta Umberto Saba; Trieste, la città delle logge massoniche e delle sette segrete, dove sono passati trafficanti di tutti i tipi e da dove sono partiti per Roma quegli agenti dei servizi istruiti dagli angloamericani che poi diedero vita ai nuovi servizi italiani protagonisti degli anni della strategia della tensione.

RICORDANDO JOYCE

And Trieste, ah Trieste
terra di crocevie di culture
mosaico di genti
di traffici d’armi
di segreti servizi
di banchieri calvi
di muratori liberi
di gladiatori risorti
di gerarchi fuggiaschi
ombelico del mondo
passaggio d’oriente
checkpoint di misteri.
Ah Trieste, and Trieste
segreti di stati
interessi tangenti
etnie conflittuali
città senza pace
e senza futuro
Trieste, ah Trieste.


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