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      Mučeniška Pot


Sui Fatti Della Sapienza Di Roma, Maggio 2008

LETTERA APERTA DI CLAUDIA CERNIGOI A PROPOSITO DEL CONVEGNO SULLE FOIBE “VIETATO” ALLA SAPIENZA DI ROMA.

Un’associazione studentesca, Lotta Universitaria “vicina a Forza Nuova” (come leggiamo nel sito di FN), aveva indetto per il 29 maggio un “dibattito” sul tema delle foibe, intitolato “Foibe. L’unica verità”, in risposta, sembra, al convegno tenutosi un paio di settimane prima sul tema “Operazione foibe tra storia e mito”, al quale aveva preso parte, come relatrice, anche Alessandra Kersevan, storica ed editrice. Il titolo dell’iniziativa di Lotta Universitaria basta, da solo, a qualificarne lo spirito: infatti, “Se c’è un’unica verità, non c’è dibattito”, ha scritto Gennaro Carotenuto nel suo sito “giornalismo partecipativo”. Ma va considerato anche il manifesto di presentazione, che riproduce un Pinocchio dal naso lungo e ramificato sul berretto del quale sta scritto “antifascista”, come a sostenere che ogni antifascista è un bugiardo di per se stesso.
Come autrice del testo “Operazione foibe tra storia e mito” (edito da Kappa Vu, Udine) da cui ha preso il titolo il convegno del 13 maggio, vorrei evidenziare alcune cose.
Innanzitutto vediamo chi erano i relatori proposti dall’associazione Lotta Universitaria: il primo è il parlamentare europeo Roberto Fiore, ex leader di Terza Posizione, del quale, oltre ad essere il fondatore di Forza Nuova, nonché imprenditore di successo a Londra negli anni della sua latitanza (essendo stato condannato per associazione sovversiva non poté rientrare in Italia fino alla decorrenza dei termini di prescrizione del reato), non è noto quali siano le sue competenze specifiche in materia storica.
Il secondo, Vincenzo Maria De Luca, autore di un testo pubblicato da Settimo Sigillo “Foibe, una tragedia fatta di silenzi”, da quanto mi consta ha affrontato il tema in modo generale, senza entrare nello specifico della questione.
Quindi viene spontaneo ritenere che il relatore principale che avrebbe dovuto tirare fuori “l’unica verità” sulle foibe doveva essere il terzo, il dottore (in scienze biologiche) Giorgio Rustia, triestino, che ha iniziato (da quanto è dato a sapere) ad occuparsi di eventi storici dapprima nell’ambito del Centro studi della Guardia civica di Trieste (la Guardia civica era un corpo collaborazionista triestino, che giurava fedeltà a Hitler con una formula bilingue, tedesca e italiana, e da anni alcuni dei suoi ex aderenti continuano a chiedere di essere riconosciuti come combattenti dell’esercito italiano, nonostante siano stati agli ordini del Reich nazista), poi come referente del Progetto Contropotere di Forza Nuova (“progetto” le cui finalità non sono mai state diffusamente esposte e del quale alla fine non si sono avute più notizie). In seguito Rustia ha dato alle stampe (nel 2000) un libro che vorrebbe essere di “risposta” al mio precedente “Operazione foibe a Trieste” (uscito nel 1997); nel suo testo Rustia ritiene di avere “demolito” tutto quanto io ho scritto sulle foibe, infatti all’indirizzo www.lefoibe.it/ la presentazione è la seguente:
“La risposta completa e dettagliata a tutte le teorie negazioniste di sedicenti storici e trinariciuti divulgatori che imperversano su internet, nelle librerie, ai convegni e nelle scuole”.
Un bel linguaggio da anni Cinquanta, ma che sia storicamente ineccepibile è un altro discorso. Del resto Rustia continua a presentare il suo testo senza considerare un paio di cose: intanto che quando aveva aperto un sito internet in cui chiedeva gli si segnalassero gli errori del mio primo libro, non ha ricevuto alcuna risposta ed ad un certo punto lo ha chiuso per mancanza di segnalazioni. Seconda cosa, la parte “storica” del libro (la maggior parte è costituita dalle opinioni di Rustia sul modo di fare storia) è sostanzialmente una rassegna stampa dei giornali dell’epoca, che descrivono più o meno gli stessi fatti che ho descritto io, solo con l’aggiunta di una serie di eventi che nulla hanno a che fare con le “foibe” e che, visto che per questo non ne ho parlato, servono a Rustia per “dimostrare” che il mio studio è “parziale”. Infine, nel 2005 io ho pubblicato un nuovo studio, “Operazione foibe tra storia e mito”, che integra, amplia, corregge il lavoro precedente, e quindi eventuali osservazioni dovrebbero essere riferite a quest’ultima opera e non a quella che ormai è considerata superata dalla stessa sottoscritta. Non ho problemi a riconoscere che nella prima edizione avevo inserito alcune imprecisioni ed inesattezze (che non influivano però sul senso di tutto il lavoro), che una volta accertate ho provveduto a correggere nella seconda edizione. Ma questo fatto, che dovrebbe quantomeno deporre a favore della mia serietà di ricercatrice storica, è stato invece recepito in un modo del tutto particolare dal dottor Rustia nel corso di una conferenza tenutasi il 9/3/07 nell’ambito di una serie di iniziative sul Giorno del Ricordo a Trieste. Dato che nella prima edizione del libro avevo indicato 517 persone come “scomparse” da Trieste nel maggio 1945, mentre nella seconda edizione ne ho indicate 498, Rustia, lungi dal considerare che (come del resto spiego chiaramente nel testo) questo diverso conteggio è stato determinato dal fatto che alcune persone che erano state indicate come “disperse” sono invece rientrate dalla prigionia, lo “storico” si è invece esibito in una performance di pessimo gusto, al limite del blasfemo, asserendo che io, rispetto a Gesù Cristo che ha resuscitato solo Lazzaro, sarei addirittura riuscita a resuscitare 19 persone, e quindi mi ha invitato pubblicamente a resuscitare sua madre deceduta a Natale.
Ma già nell’esordio Rustia (che si è presentato come “storico, scrittore e giornalista”) ha operato un pesante attacco nei miei confronti: ha sostenuto che non sono né storica né giornalista (sul fatto di “storica” possiamo discutere per cosa si intenda con questo termine, il che vale per me come per lui, però sono iscritta all’albo regionale dei pubblicisti dal 2/6/81, mentre è Rustia che non mi risulta essere iscritto come giornalista, quindi dove e come eserciti questa professione è cosa che dovrebbe essere lui a spiegare). Rustia ha poi detto che sono un’impiegata dell’Agenzia delle entrate, ha specificato l’indirizzo dell’Agenzia, il piano e la stanza in cui lavoro, il servizio al quale sono adibita, concludendo con il curioso commento che “come ben si sa” essendo gli impiegati del servizio riscossione molto odiati da tutti, io avrei dei problemi a “nascondermi” nel caso i “titini” prendessero il potere.
A parte il fatto che non ho mai fatto mistero di avere un lavoro col quale mi guadagno da vivere e di esercitare la professione giornalistica per fare informazione e ricerca, non solo storica, trovo che queste “battute” di Rustia siano del tutto fuori luogo, infatti un ascoltatore poco corretto potrebbe anche fraintenderle ed interpretarle come un invito ad andare a cercarmi sul posto di lavoro per discutere di cose del tutto estranee ad esso.
Se mi sono dilungata su cose personali l’ho fatto solo per rendere l’idea del tipo di “polemica” in ambito storiografico che lo “storico” Rustia porta nelle sue conferenze. Ha senso una relazione basata su boutades come queste in una sede universitaria, o se ne potrebbe anche fare a meno?
In un’intervista al quotidiano triestino “Il Piccolo”, Rustia ha anche specificato quanto avrebbe detto su di me alla Sapienza. Tra varie cose che non c’entrano niente con le foibe, ha detto che avrebbe anche evidenziato che io ho ringraziato nel mio libro tre “infoibatori” (cioè persone che sono state accusate di avere commesso degli omicidi, due condannate, il terzo no). A prescindere che è questione di correttezza per chi scrive un testo il ringraziare coloro che hanno rilasciato interviste o dichiarazioni per approfondire le questioni trattate, e che parlando di “foibe”, mi pare naturale andare a fare domande ed intervistare i protagonisti dell’epoca, se disponibili, il particolare più interessante è che una delle persone che Rustia mi accusa di avere “ringraziato” non risulta nei ringraziamenti del mio libro: tra l’altro non l’ho mai conosciuto di persona. Se l’accuratezza con cui il dottor Rustia conduce le sue ricerche storiche è pari a quella con cui legge i ringraziamenti all’inizio di un libro, il suo impegno si presenta da sé.
Entrando invece nel merito della sua attività, va detto che Rustia è specializzato in un tipo di “ricerca” particolare: prende in mano uno o più testi di persone che, non si sa per quale motivo, ha deciso di demolire (non solo i testi, ma anche, figurativamente, le persone: tra le “vittime” di questa sua attività, oltre alla sottoscritta vi sono anche lo storico Sandi Volk e lo scrittore Giacomo Scotti) e vi si applica con una tenacia che sarebbe lodevole se non fosse che il risultato finale non apporta alcunché alla realtà storica, come egli invece afferma di voler fare, ma è invece un insieme di frasi, citazioni e pensieri in libertà che rischiano di creare in un lettore poco accorto una tale confusione da fargli ritenere che i ragionamenti e le deduzioni di Rustia abbiano anche un senso concreto.
Il metodo usato da Rustia è quello di estrapolare frasi e spezzoni da vari documenti per darne poi un’interpretazione personale. Ad esempio egli ama fare spesso una citazione tratta dal giornale triestino di lingua slovena “Edinost” del 1911: “non cesseremo la nostra lotta finché non avremo ridotto in polvere ai nostri piedi l’italianità di Trieste”, allo scopo di dimostrare che è sempre esistito un “odio sloveno” nei confronti degli italiani.
In realtà, come è stato più volte spiegato, anche mediante lettere pubblicate sulla stampa locale, la frase (il cui originale è in lingua slovena, lingua che Rustia si è più volte vantato di non conoscere) va letta correttamente in questo modo: “la nostra lotta per ripristinare la verità e distruggere la falsa italianità di Trieste”, in quanto, come spiegato negli articoli che andrebbero appunto letti e riportati integralmente, l’associazione aveva elevato una vibrante protesta per il modo in cui era stato gestito il censimento del 1911, nella fattispecie il rifiuto da parte degli incaricati (di etnia italiana) di consegnare e ritirare le schede in sloveno (cosa prevista dalla legge austroungarica), e addirittura l’iscrizione del personale di servizio come “italiano”, se lavorante presso una famiglia italiana, anche se sloveno. Era questa la “falsa italianità” di Trieste contro la quale lottava l’Edinost, e non si capisce perché Rustia si ostini a non prenderne atto e a ripetere la sua interpretazione parziale, nonostante lo scambio di lettere sulla stampa locale.
Un’altra convinzione che ripete spesso nei suoi scritti è che alcuni militari arrestati nel maggio 1945 dalle autorità jugoslave a Trieste, non essendo “mai più stati visti” furono “quasi sicuramente precipitati nel Pozzo della Miniera di Basovizza” (cioè la foiba di Basovizza, monumento nazionale): da cosa gli derivi questa convinzione, lo studioso non ci rende partecipi. Così come usa citare (sempre a modo suo) la frase di un sacerdote sloveno che aveva assistito ai processi sommari di Basovizza (non agli “infoibamenti”, come chiarito nel documento) e che aveva asserito di non avere somministrato i sacramenti ai condannati perché (dice Rustia) “jera porchi de italiani”. Secondo il documento, però, il prete avrebbe detto “perché non ne valeva la pena”, frase che secondo un’interpretazione più serena potrebbe essere semplicemente la conferma che i condannati non furono “infoibati” sul posto (se non stavano per morire non aveva senso somministrare loro l’estrema unzione) ma erano solo di passaggio a Basovizza, in attesa di essere condotti altrove per un processo regolare. Ed a questo punto entro nel merito di una questione che nel mio libro era fondamentale ma che, incomprensibilmente, non è stata presa in considerazione da alcuno storico, né quelli “seri”, né quelli “amatoriali” come Rustia.
Nel capitolo dedicato alla “foiba di Basovizza” ho preso in esame varia documentazione, compresi alcuni documenti presenti negli archivi statunitensi e britannici, dalla cui lettura appare chiaramente che dopo l’estate del 1945 il pozzo è stato esplorato accuratamente a cura del Governo militare alleato (che all’epoca amministrava Trieste) ma che dopo il rinvenimento di una decina di corpi irriconoscibili (forse una donna, forse alcuni militari germanici) gli esploratori angloamericani giunsero alla conclusione che non c’erano altri resti umani. In questi rapporti redatti da ufficiali delle forze armate angloamericane troviamo anche che un’indicazione “politica” al Governo militare alleato: non “ammettere” l’assenza di resti, ma lasciare credere, per motivi di opportunità, che si erano sospesi gli scavi per motivi tecnici.
Quando leggo le parole dei propagandisti che si ritengono detentori della verità sulle foibe che rimproverano me o Alessandra Kersevan di avere “rinnegato” le “testimonianze oculari di chi là ha assistito alle trucidazioni ed agli infoibamenti”, vorrei chiedere loro di fare il nome di questi “testimoni oculari” che avrebbero assistito ad infoibamenti mai avvenuti. Non possono farli, questi nomi, non li hanno fatti finora e non li faranno in seguito, perché non è possibile che esistano testimoni di fatti che non sono avvenuti.
Come ho già avuto modo di dire in altre sedi, abbiamo assistito negli anni allo sviluppo di una corrente ideologica ed anche storiografica, che definirei “affermazionista”, nel senso che è basata sulla semplice affermazione di un fatto non suffragato da alcuna prova, ma che viene dato per assodato visto che è stato ripetuto da decenni. In questo contesto chiunque, se pure per mezzo di prove documentate, si permetta di contestare queste “affermazioni” dimostrando che non v’è alcun documento che le suffraghi, diviene automaticamente un “negazionista”, situazione che rappresenta il capovolgimento di qualsiasi logica storiografica. In questo modo molto sbrigativo (io ed altri storici) siamo stati tacciati da taluni propagandisti come “negazionisti” (Alessandra Kersevan è addirittura stata additata da un anonimo blogger in un sito di Azione giovani come “la stella dei negazionisti”), invocando su di noi censure, divieti di esprimerci e addirittura chiedendo si agisse contro di noi per via legale.
È forse questo il modo di diffondere l’unica verità sulle foibe, la verità di coloro che non ammettono che vi siano ricerche i cui risultati contrastano con la propaganda corrente; la verità di tutti coloro che, non avendo argomenti da contrapporre agli studi che dimostrano che questa propaganda non è storia ma solo mistificazione, decidono di dedicarsi alla denigrazione pura e semplice di chi queste prove ha tirato fuori, irridendoli con argomentazioni pretestuose e metodi squallidi, che rievocano memorie di altri tempi, quando chi si ostinava a voler tirare fuori certe verità lo faceva anche a rischio della propria vita.
Io sono favorevole che si facciano convegni, dibattiti, seminari, incontri, sulla storia più o meno recente, e sono del parere che i fatti vanno ricercati ed accertati ed infine inseriti nella realtà del periodo in cui si sono svolti. Sono anche disposta a confrontare i risultati delle mie ricerche con altri studiosi che abbiano trovato documentazione diversa da quella che ho analizzato io, discuterne, integrare, collaborare. Ma non trovo nulla di positivo nel permettere di usare un ateneo per dibattiti che non sono dibattiti, che non apportano nulla di nuovo e di positivo alla conoscenza storica ma sono alla fin fine semplicemente delle occasioni per continuare a gettare fango su dei ricercatori storici “non graditi” ai relatori, rischiando di creare in tal modo un clima da caccia alle streghe, quando invece lo scopo delle sedi universitarie è quello di fornire agli studenti elementi di studio e di ragionamento.

Giugno 2008

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