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Tango e gli Altri di Guccini e Macchiavelli

Invito alla lettura di “Tango e gli altri”, di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, Mondadori.

In questo periodo di criminalizzazione della Resistenza, quando abbiamo letto che la coppia Guccini-Macchiavelli aveva dato alle stampe un nuovo “giallo” ispirato stavolta ad un processo partigiano conclusosi con l’esecuzione del militante giudicato colpevole, abbiamo avuto un attimo di perplessità. Pur conoscendo i due autori e le loro idee, ci siamo chiesti: sarà mica che anche loro si sono omologati alla vulgata corrente, hanno scritto un romanzo pansiano e quindi li dovremo inserire nella categoria dei miti che crollano? (a chi ora vorrebbe dirci che si può fare benissimo a meno dei miti, rispondiamo che su questo potremmo aprire un dibattito: a noi, poter avere qualche mito non spiace proprio).
Ma dopo aver letto il romanzo (che, come gli altri della coppia di scrittori, è di altissimo livello e si lascia leggere con estremo piacere), siamo lieti di rassicurare i nostri lettori senza stare a svelare nulla della trama: “Tango e gli altri” è un romanzo che mette in luce alcuni punti poco “belli” della Resistenza, senza che però per questo motivo la Resistenza ne venga denigrata. Un romanzo sulla Resistenza che può benissimo inserirsi nel filone di quei romanzi non agiografici ma profondamente umani come “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino, o quelli, più malinconici, di Beppe Fenoglio.
Vale la pena di riportare alcune delle frasi dette dai due autori alla presentazione del libro, tenutasi a Trieste il 24 marzo scorso: Guccini ha esordito dicendo che il romanzo è nato alla luce del successo avuto dal libro di Pansa (non ha specificato quale, ma pensiamo che nell’ultima produzione di Pansa un libro valga l’altro) e perché in Italia si sta diffondendo un tipo di revisionismo che a loro non è piaciuto proprio. Che la guerra partigiana, nonostante tutte le critiche che si possono e si devono fare, perché è necessario parlare dei fatti belli come dei fatti brutti, rimane comunque un fenomeno positivo nella storia italiana; e, con il suo consueto spirito, ha concluso dicendo che dovendo scegliere di tifare per i partigiani o per la RSI non avrebbe alcun dubbio nello scegliere i partigiani.
Simile anche l’intervento di Macchiavelli, che ha detto di avere vissuto quegli anni e di ricordare le cose che accadevano, cose che non si possono dimenticare: i bombardamenti, l’aver visto morire la gente che veniva seppellita ancora moribonda. Che, nonostante tutto ciò che viene detto sulla Resistenza, egli sa cos’hanno fatto le SS e per questo sa da che parte stare; ed ha concluso con l’amara considerazione che all’epoca, quando quella guerra finì, egli aveva, come moltissima altra gente, la certezza che mai più vi sarebbero state guerre, cosa che invece, come se ne sarebbe accorto purtroppo in seguito, è stata solo una illusione.
Ma è stato anche interessante sentire da Macchiavelli che il suo scrivere “gialli” significa scrivere di cose vere, parlare di questioni aperte, descrivere situazioni e persone, e che la formula del “giallo” serve a rendere più comprensibili certi argomenti che altrimenti sarebbe difficile trattare in un romanzo. E, aggiungiamo noi, è anche più facile raggiungere le persone con un racconto che sembra “leggero” ma invece contiene molti spunti di riflessione, come sono proprio le storie di Macchiavelli, con o senza Guccini.

marzo 2007

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