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Tintinnare Di Sciabole.

QUEL TINTINNARE DI SCIABOLE…

Chi, come noi, è cresciuto politicamente militando nella sinistra negli anni Settanta, ha ancora vivo il ricordo dei momenti in cui si temeva una risposta “cilena” all’avanzamento elettorale dei partiti di sinistra, di quando era recente il ricordo del “tintinnare di sciabole” denunciato da Nenni e che passò alla storia come il mancato golpe di De Lorenzo, ma anche dell’eco che era seguito alla rivelazione che il 7 dicembre del 1970 il principe nero Borghese aveva iniziato un golpe che poi era stato “bloccato” per motivi che ancora oggi non sono chiariti, ma che avrebbe previsto l’arresto e l’internamento di tutti i militanti di sinistra. E noi ricordiamo anche che proprio in concomitanza al non portato a termine golpe di Borghese si era svolta a Trieste una grossa manifestazione di neofascisti convenuti da tutto il Nordest, che sfociò in disordini e violenze.
Ricordiamo il periodo in cui le bombe esplodevano nelle piazze e sui treni, e due volte ad essere presa di mira fu la scuola slovena di San Giovanni, dove per un puro caso l’ordigno non esplose e si evitò una strage di bambini.
Era il periodo in cui Edoardo Bennato cantava “Arrivano i buoni” e Claudio Lolli metteva in musica i funerali delle vittime dell’Italicus: e fu anche il timore che la situazione degenerasse che portò la dirigenza del PCI a scegliere la via del “compromesso storico”, che oggi possiamo dire abbia rappresentato l’inizio della fine del movimento di sinistra in questo Paese ed i cui danni viviamo ancora oggi che cerchiamo di resistere in un paese che è ormai diventato illiberale, irrispettoso delle più semplici regole democratiche, dove la stessa Costituzione non viene rispettata.
In questi giorni abbiamo assistito ad una commedia dell’arte da brivido. Dato che in alcuni collegi il PDL non era riuscito a presentare le liste secondo la normativa vigente, abbiamo innanzitutto sentito tintinnare delle sciabole. Infatti il ministro della difesa Ignazio La Russa ha dichiarato (nota Ansa del 3 marzo): “Non vorrei fare la parte dell’eversivo ma lo dico chiaro e tondo: non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto”.
Di fronte a queste affermazioni il cavaliere a capo del governo tessera P2 1816 ha aggiunto il giorno dopo di essere “preoccupato per le reazioni di piazza che potrebbero esserci da parte del nostro popolo”, affermando però di avere la certezza di poter trovare una soluzione per “garantire la democrazia e il diritto di voto a milioni di elettori”.
Dato che siamo in Italia la soluzione s’è trovata: un decreto legge che sancisce che le regole della presentazione delle liste elettorali valgono in tutta Italia tranne che in Lazio e in Lombardia; questo decreto è stato redatto e poi fatto firmare in tutta fretta nottetempo dal presidente della Repubblica (forse svegliato dal tintinnio?) e pubblicato a tempo di record sulla Gazzetta ufficiale in modo da diventare immediatamente esecutivo.
Tanta solerzia, che sarebbe stata degna di miglior causa (quante proposte di legge giacciono per anni in parlamento e devono venire ripresentate ad ogni nuova legislatura perché non riescono mai a venire discusse!), è stata giustificata in svariati modi: dal “è assurdo che si debbano seguire delle regole puramente formali e non si possa derogare” al “non possiamo impedire a tanta gente di esprimere il proprio voto”.
E sono queste “giustificazioni”, a parer nostro, la cosa peggiore di tutta la vicenda, peggio anche del fatto che se un partito non è in grado neppure di presentare una lista elettorale viene spontaneo chiedersi come possa essere in condizioni di governare una Regione. Non possiamo accettare la logica che le regole vanno osservate solo quando fa comodo mentre quando sono scomode è lecito fregarsene (sarebbe come dire che se ho voglia pago il biglietto del bus e se non voglio non lo pago ed è mio diritto farlo?); e se non si accettano le regole per la presentazione delle liste elettorali, tanto vale eliminarle del tutto (ma non a giochi iniziati); infine, se una lista non si presenta non è che l’elettorato perde il diritto di voto, può trovare qualcun altro per cui votare oppure può non votare, come fanno tutti coloro che non hanno una lista in cui riconoscersi (che magari non viene accettata per motivi “formali”. E poi, che certi discorsi di “libertà” vengano fatti da chi ha prodotto una legge elettorale che permette che un terzo dei voti espressi dagli elettori non abbia rappresentanza parlamentare, è pura ipocrisia.
Questa manovra non è stato un golpe, ha solo dimostrato che in questo paese le leggi sono un optional, si applicano solo quando fa comodo e quando non vanno bene si cambiano; che il presidente della Repubblica, che dovrebbe essere il garante della democrazia, non garantisce proprio niente; che l’unica voce forte che si è levata è quella della CEI, mentre la risposta popolare è stata pressoché inesistente.
Tutto questo dovrebbe farci capire che questo governo non ha bisogno di fare un golpe, perché oltre al potere di fatto ha anche il consenso della popolazione.
E dunque peggio per noi.

marzo 2010



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