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Tra Storia e Memoria.

TRA STORIA E MEMORIA, "VIA SAN NICOLÒ 30".

Dopo avere letto il libro di Roberto Curci “Via San Nicolò 30”, e non avere capito dove caspita l’autore voleva andare a parare, siamo andati a sentire Mario Isnenghi che lo presentava: il docente ha parlato per mezz’ora, senza che riuscissimo a capire neanche dove lui volesse andare a parare, quindi in perfetta coerenza con l’autore del libro da lui presentato.
Detto un tanto, vediamo di fare un commento organico sul testo. Roberto Curci, cronista e scrittore, ha avuto la lodevole intenzione di voler far conoscere la storia di Mauro Grini, delatore triestino stipendiato dalle SS che causò l’arresto e la deportazione (e scomparsa) di (si presume) centinaia di ebrei. Ebreo egli stesso, la sua famiglia era stata trasferita alla Risiera di San Sabba dove gestiva la sartoria che rielaborava gli indumenti sottratti alle vittime; nel frattempo Grini girava a Trieste e nel Veneto (soprattutto a Venezia, dove la comunità israelitica era piuttosto consistente), accompagnandosi a squadristi e nazisti, e segnalava le persone da arrestare.
Citiamo qui un aneddoto narratoci dal compianto Andrea Mariani, già assessore alla cultura del Comune di Trieste, prematuramente scomparso un paio di anni or sono. Veneziano di nascita, Mariani ricordava quanto gli aveva detto il padre: quando Grini giungeva a Venezia le sentinelle della comunità ebraica spargevano la voce che “era arrivato il triestino” in modo che i correligionari non si facessero vedere in giro.
Se Curci si fosse limitato a ricostruire la storia di Grini e delle sue delazioni, il libro potrebbe anche essere valutato positivamente, considerando che la vicenda non è nota al grande pubblico (ma quale vicenda storica lo è, in effetti, verrebbe da dire). Il problema è che l’autore ha voluto creare un “caso” intorno al fatto che nello stabile di via San Nicolò 30, dove abitava la famiglia Grini prima di trasferirsi a “lavorare” in Risiera, aveva (ed ha tuttora) sede la libreria antiquaria fondata da Umberto Saba. E da questo fattoide (che può essere considerato nulla più che una coincidenza, dato che all’epoca in genere le famiglie di origine ebraica abitavano in case di proprietà di altri membri della comunità) Curci parte per stigmatizzare il suicidio sospetto di due sorelle, giovani commesse della libreria di Saba, avvenuto molti anni prima della seconda guerra mondiale, e lo scrive in un modo tale che può far pensare (almeno questa è l’impressione che ha dato a noi) che si accusi il poeta di molestie nei confronti delle due ragazze; ed infine, dato che la terza sorella (abitante anch’essa in via San Nicolò 30), internata in Risiera su delazione di Grini, finì con lo sposare il fratello del suo delatore (e morì negli anni ’80 nell’incendio della propria abitazione), lo scritto lascia il lettore nel sospetto che vi fosse qualcosa di poco chiaro nel ruolo della donna, della quale Curci scrive che sarebbe “sgusciata” attraverso il lager.
L’autore in realtà non fa nessuna accusa, si limita a lasciar intendere: ed è questo forse il motivo per cui il libro non ci è piaciuto. Avesse chiaramente accusato Saba di pedofilia e di antisemitismo, se non peggio, forse il libro non ci avrebbe infastidito tanto: ma è proprio quel “dico non dico” che lascia nel lettore il tarlo del sospetto che non ci è andato giù.
Per cui ci siamo anche domandati lo scopo di una tale operazione letteraria: quali messaggi intendeva trasmettere l’autore?
E la presentazione del professor Isnenghi non solo non ci ha aiutato a chiarire i nostri dubbi, ma ci ha confuso ulteriormente. Inoltre non comprendiamo il senso del domandarsi il motivo per cui Umberto Saba non si sentiva “ebreo” ma italiano, questo in una città dove tre quarti della popolazione, di origine non italiana (sloveni, croati, tedeschi…) ha rinnegato le proprie radici etniche per considerarsi italiani (esempio illuminante quello del defunto sindaco Manlio Cecovini, nato Čehovin, il cui padre aveva deciso di non considerarsi più sloveno in quanto riteneva “superiore” la cultura italiana), senza che ciò abbia mai provocato dibattiti sociologici (almeno non nella comunità intellettuale di lingua italiana).
Ed infine, a margine di quanto detto da Isnenghi e Curci sul fatto che il collaborazionismo a Trieste non è mai stato stigmatizzato né sono stati identificati i colpevoli delle delazioni e delle deportazioni, ribadiamo quanto da noi affermato nel dibattito seguito alla presentazione del libro. Questa è una città dove il 27 gennaio si commemorano le vittime del nazifascismo, ed il 10 febbraio si commemorano, come “martiri delle foibe”, anche molti di coloro che contribuirono a far morire in Risiera e nei lager centinaia di persone: collaborazionisti, delatori, cittadini italiani inglobati nei corpi speciali del Reich che operarono per far arrestare antifascisti, partigiani, agenti alleati inviati a Trieste, ebrei.
Questo non è modo di fare storia, ma neppure memoria. Ed è proprio sull’equivoco della trasformazione della “storia” in “memoria”, che apriamo un altro fronte di riflessione.
È da quando si è iniziato a parlare di conservazione della memoria e non di ricerca storica che le cose sono cambiate. Perché, attenzione: la memoria è cosa soggettiva e personale, appartiene alla sfera umanistica, ciascuno ha una propria memoria determinata dalle proprie esperienze e propensioni individuali.
La storia no. La storia sono i fatti, la storia è materia scientifica, la storia non si può scrivere (se si vuole essere degli storici seri, ovviamente) in modo soggettivo.
I fatti sono incontrovertibili (e questa è storia), le interpretazioni e le valutazioni dei fatti possono essere soggettive. Ad esempio, la Risiera di San Sabba è stato un campo di concentramento e luogo di esecuzioni, gestito dai nazifascisti: ciò è incontrovertibile. Quante persone vi siano state assassinate è cosa che ancora non si sa con certezza, ma fa parte della ricerca storica cercare di ricostruire i fatti.
La memoria è altra cosa. La memoria degli antifascisti dichiara che la Risiera è stato un crimine, la memoria dei qualunquisti sminuisce e dice che in fin dei conti non è successo poi niente di tanto grave; la memoria dei nazifascisti sostiene che troppo pochi sono stati ammazzati in Risiera e che sarebbe invece il caso di riaprirla per eliminare immigrati Rom ebrei comunisti (non necessariamente in quest’ordine).
Perché dovrebbe essere necessario trovare una memoria comune sulla Risiera? Basterebbe attenersi ai fatti storici, che da soli parlano e dimostrano che è stata un crimine.
Ma evidentemente la storia non è più considerata materia scientifica, e per un malinteso senso di “democrazia” ci troviamo oggi a rincorrere memorie più o meno condivise, da rispettare anche quando sono pervase da odio e sopraffazione.

novembre 2015

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