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Tra Ufficio Zone di Confine, Porzus, e Pasquinelli: l'avvocato Giannini di Trieste

MEMORIA: L’AVVOCATO GIANNINI DI TRIESTE.

In questi giorni dedicati alla memoria (dei crimini del nazifascismo) e del ricordo (delle “foibe” e dell’esodo dall’Istria) cade anche un altro anniversario, quello dell’eccidio di Porzûs, quando un gruppo di partigiani “bianchi” della Divisione Osoppo fu ucciso da partigiani della Garibaldi, comandati da Mario Toffanin “Giacca”. La vicenda, tuttora controversa nonostante (o, forse, anche per) il complicato iter giuridico svoltosi nel dopoguerra, mostra ancora tanti punti oscuri ed è impossibile parlarne in queste poche righe (vi rimandiamo per questo a due studi, “Porzûs, Dialoghi sopra un processo da rifare, di A. Kersevan, Kappa Vu 1995 e “Porzûs: la Resistenza lacerata”, di D. Franceschini, IRSML FVG 1996): diciamo soltanto che alle malghe di Porzûs si trovava, assieme agli osovani comandati da Francesco De Gregori “Bolla”, una donna denunciata come spia da Radio Londra (Elda Turchetto, che fu tra gli uccisi), e che si era diffusa la notizia che l’Osoppo aveva avuto dei contatti con la Decima Mas in funzione anticomunista ed antijugoslava.
Tralasciando le possibili interpretazioni della vicenda vorremmo invece in questa sede parlare del ruolo avuto dall’avvocato di parte civile al processo iniziato a Lucca nel 1951, il triestino Luigi Giannini.
L’avvocato Giannini, medaglia d’argento al valore militare (ma non siamo riusciti a trovare le motivazioni di questa onorificenza), padre di Enrico Giannini (militare della “Legnano” rientrato a Trieste nel maggio 1945 ed arrestato dalle autorità jugoslave, poi scomparso in prigionia), aveva assunto, nel 1947, la difesa di Maria Pasquinelli. Ricordiamo chi era Maria Pasquinelli, ex insegnante di mistica fascista, che si recò come crocerossina in Africa e lì sì travestì da uomo per combattere con l’esercito italiano (e per questo motivo fu espulsa dalla CRI); dopo l’8 settembre si era recata in Istria e in Dalmazia, dove aveva condotto delle ricerche sulle “foibe” per conto della Decima Mas e successivamente aveva fatto da collegamento tra la Decima e la Osoppo (abbiamo trovato in rete questo riferimento al lavoro di Pasquinelli, ma il link non è più disponibile: “tentò verso la fine del 44 e gli inizi del 45, su mandato del comandante Borghese, di trovare un accordo fra la X Mas e la Brigata partigiana Osoppo in funzione anti slava, per preservare le popolazioni civili giuliane e dalmate dalle stragi delle bande titine”). Coincidenza: Maria Pasquinelli aveva avuto una parte negli eventi che portarono alla tragedia di Porzûs, del cui processo si occupò in seguito lo stesso avvocato che assunse la sua difesa quando l’ex maestra, dopo la firma del Trattato di pace del 1947, andò a Pola ed uccise a bruciapelo l’ufficiale britannico Robin de Winton, padre di famiglia, motivando il suo gesto criminale con queste parole:
“Mi ribello, con il proposito fermo, di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi, i quali, alla conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d\'Italia”.
L’avvocato Luigi Giannini, dunque, difese Maria Pasquinelli, ed esordì davanti alla Corte alleata con queste parole:
“Prima di ogni altra cosa, signor presidente, io mi considero un italiano che difende un’italiana”.
Subito dopo lo svolgimento del processo Pasquinelli troviamo il nome dell’avvocato Giannini in una relazione “riservata”, datata 10/6/47 ed indirizzata dall’Ufficio staccato di Venezia al Prefetto Micali, responsabile per la Venezia Giulia del neo costituito provvisorio Ufficio per le Zone di Confine. Questo Ufficio, ricordiamo, aveva come scopo la “difesa dell’italianità” sia nell’Alto Adige, sia nella Venezia Giulia. Prendiamo alcuni stralci da questa relazione (che si trova citata nella sentenza ordinanza del Giudice Istruttore Carlo Mastelloni di Venezia n. 387/87 AGI “Argo 16”, p. 1.791), che tratta della necessità di trovare una persona adatta a gestire la situazione triestina, dove “è necessario che tutti gli italiani siano cementati in un sol blocco da opporre a quello slavo-comunista, compatto ed unitario, e trarre così quella forza di resistenza tanto necessaria al sostegno ed alla difesa dell\'Italianità della Venezia Giulia”, dove per arrivare a questa coesione non sono considerati adatti i partiti (che “dividono anziché unire i cittadini”) ma piuttosto la Lega Nazionale, che però dovrebbe avere come coordinatore un “fiduciario del governo”, con i requisiti “della popolarità, della conoscenza perfetta della situazione politica, della non appartenenza ai partiti politici, dell’unanime stima e fiducia della popolazione”. Questa persona, che “dovrebbe rappresentare la longa manus del governo, avere ampi poteri, indirizzare la vita politica nella lotta a sostegno dell’italianità della Venezia Giulia”, viene identificato nella persona dell’avvocato “Luigi Giannini, antifascista, colonnello dell\'esercito italiano al seguito delle forze alleate, professionista di alto valore, di vasta preparazione politica, carattere energico, unanimamente stimato e particolarmente popolare quale difensore della Pasquinelli”.
Se poi l’avvocato Giannini abbia rappresentato la longa manus del Governo italiano nella Venezia Giulia (in un momento in cui, ricordiamo, la Venezia Giulia era amministrata da un Governo militare alleato) non siamo riusciti a ricostruire dai dati in nostro possesso, quindi teniamo in sospeso la questione e facciamo un salto in avanti, all’epoca dell’istruttoria per il processo Porzûs.
Riprendiamo in mano la sentenza ordinanza di cui sopra, riportando una breve valutazione del magistrato (p. 1.807) sul comportamento dell’Ufficio Zone di Confine relativamente allo svolgimento dell’istruttoria per i fatti di Porzûs.
< Si trattò dunque di una necessità politica coerente al clima proprio del periodo degli anni dal 1950 al 1952: occorreva ribadire che l’episodio, anche se avvenuto durante la lotta di Liberazione, era da ricondurre esclusivamente alle minacce comuniste di occupazione di parte del territorio nazionale, quanto mai attuali nella Venezia Giulia ove ancora non si era intravista alcuna possibile e soddisfacente soluzione della questione di Trieste.
Si trattò anche di un’ingerenza criptica che passò attraverso i rituali schemi della sovrapposizione dell’Esecutivo al potere Giudiziario, prono alle direttive ricevute (…) >.
Successivamente troviamo inserite nella sentenza alcune comunicazioni intercorse nel 1951 tra il prefetto Innocenti (capo dell’Ufficio Zone di Confine) e l’onorevole friulano Carron “scelto come il canale attraverso cui la Presidenza del Consiglio gestiva anche il lato pratico di alcuni aspetti non trascurabili del processo affidandogli le sovvenzioni finanziarie dirette ad integrare, per così dire, le spese sostenute per le trasferte dai testi e dalle parti lese ritenute insufficienti”. Questo il testo della Nota n° 200/432 del 20/1/51:
< “Egregio Onorevole, (Carron) l’Avv. Giannini mi informa da Trieste che l’affare “Porzûs” ha subito una battuta d’arresto, che non prelude a nulla di buono per i nostri interessi.
Egli mi ha soggiunto, inoltre, che Lei avrebbe dovuto presentare alla Giustizia un appunto in proposito: ma fino a ieri, secondo quanto mi ha confermato il Cons. Olivieri Sangiacomo – Capo Gabinetto della Giustizia – nulla sarebbe giunto a quel Ministero.
Poiché la questione riveste un carattere di particolare urgenza, Le sarò assai grato se vorrà cortesemente farmi conoscere se e quali passi Ella abbia inteso compiere al riguardo…”.

Annesso al telex è stato rinvenuto un altrettanto eloquente manoscritto ove sono fissati alcuni concetti , da qualificarsi vere e proprie direttive, che prontamente riceveranno attuazione: con buona pace del principio di indipendenza della magistratura appena sancito nella carta Costituzionale:
“Alla cassazione: pendenti ricorsi imputati (processo Porzûs…) intesi a ottenere:
1) revoca dei mandati di cattura in quanto i reati contestati sarebbero stati commessi per i fini politici considerati ai decreti,
2) il rinvio, la nuova istruttoria, la successiva eventuale unione dei giudizi sarebbe irrituale.
Convocare il P.G. di Venezia (quivi, però, è l’Avv. Gen. Tissà che si occupa del processo) e ordinargli che proceda subito contro coloro per cui abbiamo presentato denuncia.
Meglio se fosse incaricato di promuovere l’azione penale il procuratore di Udine (Franz), perché costoro si trovano sul luogo e conoscono i fatti” >.
Successivamente troviamo citato un
< telex a firma del Prefetto INNOCENTI, che reca il “n° 200/2126/4.124” e datato “18 aprile 1950 ”, inviato all’Avvocato GIANNINI di Trieste rivela come il dirigente l’Ufficio Zone di Confine conoscesse in anticipo ciò che la Cassazione avrebbe deciso: l’assegnazione alla sede di Venezia della trattazione del processo di primo grado all’esito di un ricorso avviato dai difensori della Garibaldi per legittima suspicione in relazione al radicamento della causa a Udine.
Vi è un ulteriore manoscritto , attribuibile - vista la grafia - sicuramente all’avvocato GIANNINI , che evidenzia come il legale abbia chiesto un attivazione del Governo per un intervento presso il Ministero di Grazia e Giustizia i cui organi avrebbero dovuto convocare il Presidente della Corte di Appello ed eventualmente il Procuratore Generale per rappresentare ad essi “ciò che è giusto e necessario fare”:
Un ulteriore intervento finanziario della Presidenza, finalizzato al deposito nel processo di documenti comprovanti la responsabilità dei “Capi Garibaldini” nell’eccidio - documenti tenuti dall’Avv. GIANNINI di Trieste - viene richiesto da Don Aurelio DE LUCA (fondatore della Div. Osoppo) all’Ufficio Zone di Confine. In tal senso il Prefetto INNOCENTI, in data 17 gennaio 1951, stila un Appunto “per l’On. Sottosegretario di Stato” chiedendo l’autorizzazione per un ulteriore impegno finanziario della Presidenza del Consiglio a favore dell’Avvocato GIANNINI :
“Oggetto: processo Porzûs. (Richiesta di Don Aurelio De Luca)
In via riservata ma da fonte attendibilissima (procuratore Repubblica Udine) la Osoppo Friuli è stata avvertita che fra pochi giorni l’istruttoria per il processo Porzûs sarà chiusa.
Non essendosi presentati ancora i documenti definitivi comprovanti le responsabilità dei capi Garibaldini arrestati un mese fà questi verranno rilasciati a piede libero perchè assolti in istruttoria.
La documentazione comprovante la responsabilità degli stessi è nelle mani dell’Avv. Giannini di Trieste, il quale per altro non intende interessarsi ulteriormente del processo se non ha una assicurazione che verrà retribuito per l’opera prestata.
È necessario quindi che l’Avv. venga assicurato immediatamente che non mancheranno i mezzi per la ripresa del processo.
Si fa presente a V.E. che per tale questione la Presidenza ha già erogato la somma di L. 3.500.000, che tramite l’On. Carron sono già stati spesi nella prima fase del processo già svoltosi nel gennaio sc.a. a Brescia.
Per le immediate esigenze di cui sopra viene richiesto un contributo di almeno un milione e mezzo.
Roma, 17 gennaio 1951”.
In calce all’Appunto si rileva la decretazione dell’autorizzazione alla spesa da parte del Sottosegretario >.

In sintesi, se abbiamo capito bene, l’avvocato Giannini sarebbe stato in possesso di documentazione tale da incriminare gli accusati dell’eccidio di Porzûs, ma per consegnarla agli inquirenti avrebbe chiesto “un contributo di almeno un milione e mezzo” di lire dell’epoca: contributo che gli fu prontamente versato dalla Presidenza del Consiglio, che finanziava l’Ufficio Zone di Confine (ricordiamo che il sottosegretario che si occupava di questo Ufficio era l’allora giovane Giulio Andreotti, all’inizio della sua carriera politica).
A noi, persone di mentalità ristretta ed antiquata, un tale comportamento appare vagamente anomalo, dato che siamo del parere che un legale incaricato di seguire un’istruttoria dovrebbe, trovandosi in mano documentazione necessaria alle indagini, consegnarle senz’altro agli inquirenti, e non richiedere “contributi” economici.
Abbiamo comunque ritenuto utile rendere nota questa documentazione nei giorni in cui, nel corso delle cerimonie in ricordo dell’eccidio, abbiamo sentito chiedere che l’intera zona delle malghe venga dichiarata monumento nazionale e paragonare (dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, curiosamente la stessa carica che aveva ricoperto Andreotti all’epoca del processo) i “nostri militari impegnati in Afghanistan” ai partigiani della Osoppo, morti per “valori universali”.

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