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      Mučeniška Pot


Un Autunno Nazionalista

È dall’inizio del 2004, con la motivazione che si tratta del cinquantesimo anniversario del ritorno dell’Italia a Trieste (noi preferiamo usare questa definizione, che ci pare più appropriata, piuttosto di quella corrente, cioè “ritorno di Trieste all’Italia”, dato che Trieste è sempre rimasta dov’era e in realtà è l’Italia che ha spostato i confini), che stiamo assistendo ad un continuo profluvio di tricolori, patriottismo esagerato che sconfina spesso e volentieri nel nazionalismo (per non dire irredentismo), ed, infine, ad una progressiva riscrittura della storia di queste terre, tendente a dimostrare che l’unica Resistenza accettabile oggi come oggi è quella del CLN filoitaliano e non invece quella dei partigiani comunisti, dell’OF, dell’Esercito di Liberazione jugoslavo
A questo proposito si sono susseguite manifestazioni, conferenze ed interventi sulla stampa che hanno ribadito che la “vera” insurrezione è stata quella del 30 aprile, che è stato il CLN italiano a liberare Trieste dai nazisti (interessante è che non dicono “nazifascisti”), che quando sono “scese” le “truppe di Tito” la città era già stata liberata e quindi queste non ebbero altro da fare che reprimere gli italiani e gli “antifascisti non filojugoslavi”; che coloro che combatterono con il Fronte di Liberazione e con Unità Operaia e con i GAP assieme all’Esercito jugoslavo non devono essere considerati come “partigiani”, ma come “traditori” che gettarono Trieste nelle “grinfie di Tito”.
Ed infine che i “40 giorni” in cui Trieste rimase sotto amministrazione (generalmente si dice però “occupazione” jugoslava, ma vorremmo ricordare che la Jugoslavia era alleata degli angloamericani e di conseguenza anche del regno d’Italia, cioè del governo legittimo del Paese) furono “di gran lunga” peggiori degli anni in cui Trieste fu sotto occupazione nazista. Dove ci piacerebbe che chi sostiene un tanto avesse presente quante esecuzioni di massa (ricordiamo soltanto gli eccidi per rappresaglia di Opicina, sia del marzo ‘44 che dell’aprile ‘45, e di via Ghega, e le migliaia di uccisioni commesse in Risiera) avvennero in città, senza parlare dei villaggi bruciati del circondario. Altro che i 500 arrestati e non rientrati del maggio ‘45!
Questa riscrittura della storia, condita da tutto il contorno di nazionalismo che abbiamo evidenziato prima, non è, secondo noi, fine a se stessa, ma preparatoria a quanto dovrà avvenire l’anno prossimo, anno in cui cadrà il sessantesimo anniversario della Liberazione di tutta Europa dal nazifascismo, anniversario che nelle nostre terre (vogliamo scommettere?) sarà trasformato, grazie appunto a questa propaganda battente che dura da diversi mesi, nel sessantesimo anniversario non tanto della liberazione di Trieste, quanto delle “foibe” e dell’“occupazione titina” di Trieste, Gorizia e dell’Istria e di Fiume.
Un’occasione, quindi, per ribadire, come sta accadendo negli interventi che si susseguono sulla stampa ed in pubblico, anche i “diritti naturali” dell’Italia sui “territori ceduti”, così come era “naturale” il diritto dell’Italia a riavere Trieste. Motivo per il quale furono eroi meritevoli di medaglia d’oro alla memoria i cinque uccisi dalla Polizia civile nel ‘53, definita molto arditamente “forza d’occupazione” (“dimenticando” che il GMA era espressione delle potenze alleate), definizione che comporta di conseguenza la giustificazione e l’elogio di tutte le azioni contro di essa commesse, senza considerare che la Polizia in Italia, negli stessi periodi, usò mano ancora più forte per sedare le sommosse. Aspettiamo quindi anche la proposta di medaglie d’oro alla memoria per i morti di Avola, di Battipaglia, quelli del luglio ’60, fino ad arrivare a Carlo Giuliani, luglio 2001.
Ma lasciando a parte queste polemiche sul diritto alla rivolta ed allo scontro armato in piazza, torniamo all’argomento iniziale: cioè l’escalation nazionalista cui stiamo assistendo.
Abbiamo già detto dei tricolori che stanno pavesando tutta la città, spesso anche a sproposito (usando la bandiera nazionale sempre comunque e dovunque, se ne sviliscono il senso ed il significato), e delle parate militari, dei discorsi dei politici e dei pubblici amministratori.
Politici di alto rango, a cominciare dal Presidente della Repubblica, hanno deciso di venire a Trieste per rendere quanto più solenni le celebrazioni di questo anniversario; ma abbiamo anche visto la manifestazione nazionale organizzata da Azione Giovani per rivendicare il fatto che Trieste è sì tornata italiana, ma in cambio sono state perse Istria, Fiume e Dalmazia, gli stessi concetti sono poi stati espressi dall’Unione degli Istriani e dalla Lega Nazionale ed infine anche dal Gruppo Unione Difesa (GUD), cioè uno dei nomi con cui operano Forza Nuova e altri neofascisti par loro quando non vogliono firmarsi con le proprie sigle. Il GUD ha sfilato il 30 ottobre a Trieste in un profluvio di bandiere della RSI, della X Mas, di saluti romani, di vecchie canzoni squadriste e di insulti rivolti in un perfetto clima da par condicio sia ad Illy che a Fini (chissà se ci saranno conseguenze penali per qualcuno di questi reati commessi nelle vie del centro di fronte ad un pubblico per lo più scioccato all’idea che certe cose esistano ancora?).
Abbiamo poi sentito esponenti del Partito dei Comunisti italiani esprimere la propria preoccupazione per “la possibilità che alla vigilia della visita del Capo dello Stato vengano messe in atto provocazioni in grado di aumentare la tensione in città e turbare i rapporti di buon vicinato”. Dunque la situazione non è per niente tranquilla, né serena In questa città, dove spuntano come funghi (forse per il clima caldo umido che ha caratterizzato questo autunno anomalo?) iniziative di ogni tipo (mostre, conferenze, convegni, manifestazioni varie) dedicate tutte, in variegati modi, all’italianità di Trieste ed all’orgoglio nazionale dei politici che hanno combattuto per essa.
Iniziative che non sono soltanto appannaggio di associazioni ed esponenti di estrema destra, ma coinvolgono anche una parte di centrosinistra (o considerato tale).
Quindi non parliamo soltanto delle mostre organizzate dal Comune e dalla Provincia di Trieste (che sono notoriamente gestite dalla destra), né della disgraziata iniziativa del “kit tricolore” con il flop della bandiera umana da Guinness dei primati, o della presentazione dell’ultimo libro autobiografico di Giorgio Galazzi, dove abbiamo sentito degli interventi che ci hanno fatto accapponare la pelle, come la risposta di Galazzi a Vasco Guardiani (esponente del CLN triestino, ma anche inserito nell’elenco “ufficiale” dei “gladiatori” della nostra Regione). Infatti il dottor Galazzi, dopo avere elogiato la Guardia civica nella quale si era arruolato per “servire la Patria” (tralasciando il fatto che il giuramento che i militi facevano era di fedeltà al Reich ed al Führer), all’osservazione di Guardiani che “nella Guardia civica c’erano anche quelli che avevano la stella rossa”, ha risposto “i traditori ci sono dappertutto”. I traditori dunque, per Galazzi, erano i partigiani comunisti, non coloro che collaboravano con la Germania, paese occupante, e combattevano contro il governo legittimo italiano, quello di Bonomi.
Ma dicevamo che non di questo intendiamo parlare, ma piuttosto di quanto è emerso nel corso di un convegno organizzato dalla UIL triestina, con la partecipazione di storici (Arduino Agnelli e Roberto Spazzali) politici (Stelio Spadaro) e di testimoni dell’epoca (Fabio Forti, Oliviero Fragiacomo).
Il segretario Luca Visintini ha spiegato nell’introduzione come il sindacato UIL sia il legittimo erede di quei Sindacati giuliani nati dal CLN triestino di don Marzari ed Ercole Miani, che si erano costituiti in alternativa ai Sindacati unici, i quali avevano invece un atteggiamento anticapitalistico e quindi estraneo alla Camera del Lavoro che negoziava i diritti, ma non solo: i Sindacati unici indicevano scioperi per Trieste jugoslava e quindi facevano politica e non sindacato. Visintini ha però poi rivendicato il fatto che la UIL, quando iniziarono le manifestazioni per Trieste italiana, nel 1952 diede la copertura con l’indizione di uno sciopero generale ad una manifestazione che aveva visto un morto, e addirittura indisse quella del 1953, quando ci furono diversi morti. Ma non è forse anche questo fare politica e non sindacato?
Inoltre Visintini ha liquidato l’episodio delle indagini sulla Loggia P2 (nelle quali fu coinvolto anche il segretario UIL triestino Carlo Fabricci, anche se Visintini non lo ha citato nel corso della conferenza) come “errori politici in buona fede”. Infatti, ha spiegato, nel dopoguerra si accettarono all’interno del sindacato ex fascisti in funzione antijugoslava, in quanto i partigiani democratici venivano perseguitati dagli esponenti della comunità slovena verso la quale vi fu da parte della UIL una chiusura non etnica ma politica.
Antonio Di Turo, che fu il braccio destro di Fabricci, ha spiegato che i sindacati giuliani furono fondati nel maggio ‘45 dagli esponenti del CLN Carra, Tironi, Spaccini e Bartoli in base a valori di “libertà e democrazia” per impedire ai “comunisti slavi l’annessione di Trieste alla Jugoslavia”. Ed il successivo intervento di Oliviero Fragiacomo (già membro repubblicano del CLN triestino) ha specificato meglio il concetto: “il sindacato giuliano ha salvato Trieste dalle grinfie di Tito”
Che i Sindacati giuliani nacquero in clandestinità è stato detto, con una punta di orgoglio anche da Rodolfo Carmi, ma quello che è soprattutto da rilevare è l’intervento di Fabio Forti, che ha asserito che il loro CLN è stato l’unico in Italia che rimase in clandestinità fino al 1954, anzi “nel nostro spirito”, ha aggiunto Forti, “siamo ancora oggi in clandestinità”. Infatti
Un’affermazione che ci sembra decisamente grave, in quanto fatta nel corso di un convegno politico pubblico, quasi a sottendere che chi sostiene questa idea non rispetta (quantomeno nel “proprio spirito”) le istituzioni dello Stato (democratico) nel quale vive. Un’affermazione che a noi è parsa eversiva, non rispettosa della Costituzione. e
Forti ha detto anche che solo il CLN italiano aveva rappresentato l’Italia, “gli altri combattevano con il IX Korpus”, che il loro scopo era quello di dimostrare, nel corso dell’insurrezione, che Trieste era italiana ponendo il tricolore su Municipio e Prefettura. Brigate partigiane a Trieste non sono mai esistite, perché loro sono “sempre stati clandestini, anche oggi”. Ed ha poi aggiunto, riguardo alla composizione del CVL, che saltarono fuori di colpo 350 giovani di diciassette/diciott’anni che furono “sacrificati” dai loro dirigenti all’arrivo della IV Armata jugoslava, infatti, sostiene Forti, 30 volontari furono “infoibati”, ma ne mancano 200 all’appello, e che “per la Risiera” sono passati tanti di loro “quanti nelle foibe”. Da dove Forti abbia tratto questi numeri non è dato sapere: ma non corrispondono a nessuna documentazione in nostro possesso o comunque disponibile sull’argomento.
Il grosso problema posto da Forti in conclusione del suo intervento è che “non esistono più” né la Venezia Giulia né l’Istria, che sono stati cancellati come nomi dalle carte geografiche. Mentre questi nomi, sempre secondo Forti, deriverebbero dalla “Decima Regio” dell’imperatore Augusto, e la loro cancellazione significherebbe la “cancellazione di tutta la nostra cultura”.
Infine va riportato l’intervento di Stelio Spadaro che ritiene che negli anni passati hanno operato “due entità nazionaliste” (quella italiana di matrice di destra e quella slovena di matrice di sinistra) che hanno cercato di cancellare l’esistenza della “resistenza urbana” compiuta dal CLN triestino, come quella portata avanti da Vasco Guardiani; e che in questo contesto viene tacciato di “revisionismo” chi decide di far emergere la realtà storica rompendo questi “accordi taciti” tra le due ideologie, che avevano lo stesso obiettivo: cancellare questa storia.
Noi non sappiamo quale sia stata esattamente l’attività portata avanti da Vasco Guardiani; sappiamo soltanto, perché l’abbiamo letto in alcuni documenti, che aveva fatto attività (non meglio specificata) nei Cantieri, e che (da una testimonianza di Ferdi Häring conservata presso l’Archivio di Stato di Lubiana) era stato il “commissario politico” della Brigata Frausin che avrebbe dato “ordine diretto” di “fregiare della stella rossa e della falce e martello” l’ex caserma dei Carabinieri di via dell’Istria, dove si erano insediate le Brigate Nere e che era stata scelta dalla Brigata Frausin come sede per il momento dell’insurrezione. Perché mai Guardiani, che era un partigiano anticomunista e che poi risultò negli elenchi della Gladio, avrebbe dato un ordine simile se non per intorbidare le acque al momento dell’insurrezione?
Ma quello che vorremmo infine evidenziare e chiarire una volta per tutte, è la mistificazione di fondo che sta purtroppo prendendo piede anche negli ambienti storici, sul fatto che il PCI triestino scelse di uscire dal CLN italiano, per allearsi con i “titini”, e “tradendo” in tal modo la propria patria. In realtà, e per verificare questo basterebbe andare a leggere qualche libro di storia oppure i semplici documenti ufficiali, nell’estate del ‘44 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI, ) ebbe degli incontri a Milano con rappresentanti dell’Osvoboldilna Fronta. Nel corso di queste riunioni, i due comitati si accordarono per un’alleanza in funzione antinazifascista. Però il CLN triestino (quello di don Marzari, Fonda Savio ed Ercole Miani) rifiutò questa alleanza con l’OF, in quanto non voleva “collaborare con gli slavi”. Fu questo il motivo per cui il PCI triestino decise di uscire dal CLN: per rispettare le direttive del CLNAI (che istituzionalmente rappresentava, a livello internazionale, qualcosa di più del CLN triestino) in merito all’alleanza con l’Esercito di liberazione jugoslavo. Quindi, se vogliamo parlare di chi si fosse trovato “fuori linea” o comunque non in regola con le direttive alleate, questo era il CLN triestino, che aveva preferito cercare accordi con le formazioni collaborazioniste triestine (la Guardia civica prima di tutte) perché il loro scopo principale non era stato quello di abbattere il nazifascismo (essi davano per scontata la sconfitta di Hitler, quindi ritenevano relativa la resistenza ad esso), ma piuttosto di preparare il terreno per il ritorno di un’amministrazione italiana, apprestando nel contempo la resistenza armata, questa volta sì, nei confronti dell’Esercito jugoslavo che sarebbe entrato a Trieste, visto non come liberatore dal nazifascismo, ma come nuovo occupatore, perché non italiano.

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