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Una Foto Con Che Guevara di Giacomo Scotti

UNA FOTO CON CHE GUEVARA di Giacomo SCOTTI

Ogni volta che racconto a qualcuno di aver conosciuto Che Guevara e di possedere una fotografia che mi ritrae accanto a lui, o non sono creduto oppure subisco abbracci sfrenati. Specialmente da parte di giovani, quelli che indossano le magliette o tengono in camera, sulla parete, poster con l’effigie del Che. Ora ho deciso di raccontare quell’incontro che risale all’estate del 1959.
Era appena passata la prima decade di agosto. Il 12 di quel mese, proveniente da Karachi, giunse a Belgrado una “missione di buona volontà” della Repubblica di Cuba guidata da Ernesto Guevara de la Serna, presentato come “ambasciatore straordinario ed intimo collaboratore di Fidel Castro”, senza altri titoli se non quello di maggiore dell’esercito cubano e leader del “Movimento del 26 luglio”. Si specificava che quello di maggiore era “il massimo grado nella nuova armata” di Cuba. Altre informazioni le avrei ricavate in seguito dagli stessi compagni di Guevara che lo seguirono nel viaggio.
Erano trascorsi appena tre anni dallo sbarco a Cuba dei rivoluzionari (fine di novembre 1956), dalla loro sconfitta e dalla trasformazione dei venti o poco più superstiti in “Esercito ribelle”. Dalla Sierra Maestra, una lunga, dura guerriglia, guidata in gran parte da Guevara, alla fine di dicembre 1958 portò i rivoluzionari all’Avana, all’insurrezione popolare del 1°gennaio 1959 ed alla fuga del dittatore Batista. Guevara, più di Castro, era stato il genio militare della vittoria.
Comunisti, allora, non lo erano né Castro né Guevara. Quando quest’ultimo giunse in Jugoslavia, dunque, erano trascorsi appena otto mesi dalla conquista del potere dei “castristi” a Cuba.
Della missione cubana, che aveva già visitato la RAU alias Egitto, l’India, la Birmania, il Giappone, l’Indonesia, Ceylon (Sri Lanka) e il Pakistan, facevano parte ancora il capitano Omar Narciso Fernandez Camizares, il rappresentante della Banca agricolo-industriale cubana Salvador Vilaseca Forne, unico civile, e due altri ufficiali sui venti anni: Josè Arjubin Mendoza e Francisco Valles. Restituivano la visita compiuta a Cuba il mese precedente da una missione jugoslava che era stata guidata dal ministro degli esteri Vladimir Popović.
I cubani si trovavano da due giorni in Jugoslavia quando vi giunse da Addis Abeba anche il Negus Neghesti per una sua visita di dieci giorni. L’imperatore etiopico giunse il 15 mattina all’aeroporto militare di Veruda, presso Pola, da dove raggiunse Fasana e poi l’isola di Brioni Maggiore; quello stesso giorno i cubani lasciarono Belgrado, dopo essere stati ricevuti da Tito, per continuare la visita in Bosnia, Slovenia e Croazia. A Fiume giunsero il giorno 18, e fu l’ultima tappa.
Mare e cielo erano splendenti, treni, autobus e navi erano stracarichi di turisti; la Jugoslavia era l’unico paese dell’Est europeo che aveva spalancato le frontiere ai globetrotters dell’Occidente. Dei cinque componenti la delegazione cubana, quattro indossavano la divisa di semplici combattenti; uno portava una folta barba nera, gli altri tre, compreso Guevara, mostravano barbette rade o appena una peluria sul mento. Erano giovani, insomma, l’immagine della rivoluzione all’inizio d’un lungo cammino.
Nonostante fossero in viaggio da due mesi, i cubani mostravano freschezza, vivacità, ed erano cordiali. In Jugoslavia si interessarono del funzionamento del “nuovo corso” contraddistinto dall’autogestione operaia nelle fabbriche e dall’autogoverno sociale in tutti gli altri settori della vita civile.
Autogoverno e autogestione erano iniziati nel 1951 con l’elezione dei primi Consigli Operai, due anni dopo la definitiva rottura di Tito con Stalin preannunciata nell’estate 1948 ed avvenuta l’anno successivo con la seconda Risoluzione del Cominform, detta pure “scomunica”. Una “scomunica” che indicava nella leadership jugoslava una “cricca al servizio dell’imperialismo”, perciò da spazzare via ad ogni costo. Invece, dopo la morte di Stalin e la salita al potere di Krusciov nell’Unione Sovietica c’era stata una tiepida riconciliazione fra Mosca e Belgrado, e il “nuovo corso” jugoslavo aveva suscitato attenzione, interesse o addirittura entusiasmo in diversi paesi, fra i quali quelli afro-asiatici che sarebbero confluiti nel Movimento dei non-allineati creato da Tito, Nasser e Nehru. Ora anche Cuba voleva vedere in cosa consisteva la novità jugoslava.
A Fiume Che Guevara e i suoi giovani accompagnatori visitarono i cantieri navali “3 maggio”, pranzarono poi nel ristorante dell’hotel Park sul lungomare di Pecine, il quartiere orientale della città, oltre il ponte della Fiumara, passeggiando successivamente per il centro città, per quel Corso che costeggia la cittavecchia medievale. In quella passeggiata feci compagnia al Che ed ai suoi collaboratori.
Fu un caso fortuito. Sin dalle prime ore della giornata le uniche due strade che dal centro città portavano agli stabilimenti della zona industriale addossata al lato occidentale del porto, e quindi anche a quello che all’epoca era il più grande cantiere navale della Jugoslavia, erano visibilmente presidiate dalla polizia in divisa e in borghese. In cantiere, oltre ai funzionari del governo municipale e regionale ed alla “nomenklatura” politica, avevano accesso unicamente giornalisti muniti di speciale lasciapassare e in auto. Pedoni esclusi. All’epoca lavoravo come cronista nella redazione de “La Voce del Popolo”, il giornale degli italiani rimasti sul territorio istro-quarnerino. Insieme al fotoreporter Ivo Kontus, l’unico che avesse un’auto propria, privata (il giornale disponeva di una sola macchina, una jeep, che però quel giorno era in giro per l’Istria), fui mandato al cantiere per scrivere esclusivamente la cronaca dell’avvenimento senza addentrarmi in considerazioni di natura politica. Il direttore era stato chiaro su questo punto: “Mino, niente note politiche, nemmeno citazioni di brani di discorsi, quelli ce li manda l’agenzia Tanjug. Mi raccomando, solo cronaca e colore”. Il colore significava: descrizione delle officine e degli scali, l’atmosfera, le bandiere sventolanti, gli applausi, l’entusiasmo dei lavoratori… Altri colleghi avrebbero invece scritto degli incontri prettamente politici che Guevara e i suoi compagni avrebbero avuto (e infatti ebbero) a porte chiuse, con esponenti del partito comunista jugoslavo a livello cittadino e regionale. Nonostante il divieto, però, tutte le volte che mi fu possibile presi nota non soltanto di quanto vedevo ma pure di quello che arrivava ai miei orecchi. Note che ritrovo su un vecchio taccuino con le date.
C’erano peraltro dei funzionari che non avevano difficoltà a comunicare al giornalista gli argomenti dei colloqui. Uno di questi era Kazimir Jelovica, un alto funzionario all’epoca, che rivedo nell’unica foto scattata e pubblicata da un giornale croato nel corso della visita di Guevara e compagni a Fiume. La scattò Pero Grabovac, fotoreporter del “Novi List”. In quella foto mi ritrovo mentre passeggio per il Corso centrale di Fiume insieme a Che Guevara ed ai suoi compagni: una foto che i miei figli mi invidiano, e non soltanto loro.
In primo piano stanno Che Guevara e Jelovica, sulla destra un giovane cubano imberbe ed io al suo fianco. Il mio sguardo è rivolto al Che che, a sua volta, sta guardando dalla mia parte. Dietro al Che un altro cubano barbuto e un funzionario jugoslavo. Niente folla intorno a noi, soltanto un gruppetto di persone che vanno per i fatti loro, e qua e là altri passanti sparsi. Il gruppo che accompagna Che Guevara è stato “colto” dal fotografo mentre passa all’altezza del negozio “Elegant”, subito dopo il Palazzo delle Poste. Oggi, al posto del negozio, sorge l’imponente edificio del supermarket “Ri”. Il sottoscritto, a differenza dei due funzionari jugoslavi incravattati, indossa sotto la giacca sbottonata una camicia bianca estiva senza cravatta.
Ma come fu che, da nessuno autorizzato o prescelto, finii accanto a Che Guevara? Tutto cominciò nelle ore antimeridiane.
Dopo la visita agli scali, alle più importanti officine e ad altri reparti del cantiere, Guevara e compagni si appartarono con i dirigenti dello stabilimento per colloqui riservati. Da quelle sedi io ero tenuto lontano, e mi tenni lontano; avevo il cuore rosso, ma non la tessera di quel colore. Quando l’incontro a porte chiuse terminò e Che Guevara riapparve in uno spiazzo del cantiere insieme agli altri della delegazione, gli operai che fino a quel momento erano rimasti ai loro posti di lavoro uscirono all’aperto e. del tutto spontaneamente, corsero verso il Che per manifestargli simpatia, salutarlo senza convenevoli e, se possibile, stringergli la mano.
I tutori dell’ordine dello stesso cantiere, i poliziotti mandati dalle Questure di Zagabria e Fiume e gli agenti in borghese dell’Udba, la polizia politica, cercarono inutilmente di ricacciare indietro quella massa di più di duemila operai. Non successe però nulla di male, nessun incidente; furono le stesse maestranze a creare cordoni protettivi intorno agli ospiti cubani, accompagnandoli fino all’uscita dal cantiere che si trovava in Via dell’Industria, quella che seguiva il percorso della linea tramviaria passando accanto al Silurificio, alla Raffineria nafta e ad altre fabbriche prima di sfociare nel piazzale di Mlacca da dove corre il Viale che porta alla Stazione ferroviaria e al centro cittadino.
Nella ressa creatasi all’inizio, intanto, io ero rimasto staccato dal gruppo delle autorità che il mio mestiere mi imponeva di seguire, e persi di vista il mio compagno di lavoro, il fotoreporter, che con la sua auto avrebbe dovuto riportarmi in redazione. Rimasto solo ed appiedato, cercai le scorciatoie per raggiungere l’uscita dallo stabilimento. E ci riuscii, raggiungendola prima ancora delle autorità e degli ospiti cubani.
Accostate al marciapiede, a qualche metro di distanza dalle rotaie del tram le cui corse quel giorno erano state sospese, vidi parcheggiate due jeep con cubani alla guida. Anche loro indossavano la semplice uniforme di soldati della rivoluzione; anche sui loro menti spuntavano barbette appenna accennate. Nei paraggi, stranamente, non c’erano poliziotti jugoslavi. O forse ero io a non vederli. I pochi civili all’ingresso del cantiere, forse agenti in borghese, non mi rivolsero una particolare attenzione. Forse mi considerarono uno di loro. Come se nulla fosse, mi avvicinai a una delle jeep, rivolgendomi al cubano in lingua italiana. Mi capirà, pensai; italiano e spagnolo sono lingue sorelle. Mi capì, infatti. Dissi di essere un giornalista, dovevo raggiungere la città, ma ero rimasto appiedato… Non terminai la spiegazione. Proprio in quel momento riapparvero Che Guevara e compagni, attorniati da almeno venti fra poliziotti e funzionari. Si portarono presso le due macchine, vi presero posto. Altre macchine, quelle jugoslave, spuntarono da chissà dove, si posizionarono davanti e in coda alle due jeep e attesero che qualcuno ordinasse la partenza. Sulla jeep presso la quale mi ero fermato prese posto Che Guevara in persona, l’autista gli disse qualcosa che non capii, dopo di che il Che mi invitò a salire al suo fianco, alle spalle del guidatore. Partimmo alla volta di Pecine, seguendo le automobili jugoslave di testa.
Strada facendo Che Guevara mi rivolse alcune domande, anch’io ne posi a lui. A tanti anni di distanza potrei riprodurre quel nostro colloquio quasi parola per parola, anche se quella intervista non fu mai pubblicata. Mi è di aiuto il vecchio, caro taccuino. Nulla di eccezionale, sia chiaro, nulla di esclusivo e ancor meno di esplosivo nelle parole dell’“intimo collaboratore” di Fidel. Scopo della sua missione, disse, era quello di creare relazioni di amicizia con i vari paesi visitati, anche con la Jugoslavia della quale apprezzava le realizzazioni e con la quale Cuba intendeva stabilire rapporti diplomatici, firmare accordi commerciali, attuare scambi culturali, collaborare in molti campi. Ma cose ancor più interessanti mi disse a tavola, all’hotel Park, prima e dopo il pranzo. Parlammo della politica jugoslava (che lui allora non condivideva del tutto), mi fece capire che i ruoli politici ed istituzionali gli andavano stretti, era sostanzialmente un uomo d’azione anche se poi si dimostrò anche un buon politico ed amministratore.
Allontanatomi per qualche minuto dalla tavola, telefonai al mio giornale la cronaca della visita al cantiere, informando il direttore anche dell’intervista a Guevara. Il “capo” mi vietò tassativamente di scrivere anche una sola riga di quell’episodio, ed io tornai a tavola riprendendo il mio posto dirimpetto all’“ambasciatore straordinario” cubano. Poi Guevara volle che lo accompagnassi nella breve visita al centro della città. Gli piaceva che fosse un italiano del luogo, disse, a fargli da cicerone.
L’indomani, ripartita la delegazione per Belgrado, constatai che “La Voce del Popolo” non aveva pubblicato una sola riga della visita di Guevara a Fiume: nulla della mia cronaca, nulla di quanto trasmesso dall’agenzia ufficiale jugoslava “Tanjug”. Mi fu spiegato che non c’era stato posto, le pagine disponibili erano appena bastate per le cronache, i comunicati, i discorsi e commenti sulla visita dell’imperatore etiopico Hailè Selassiè. Il quale, dopo aver oscurato per alcuni giorni le notizie sulla visita della missione Guevara, finì per estrometterla del tutto.
Il 21 agosto, infatti, giornata fiumana dei cubani, Hailè Selassiè si portò con Tito da Brioni ad Abbazia, la perla turistica del Quarnero, a pochi chilometri da Fiume. Il 22 si riparlò di Guevara, ma si trattava della cronaca della loro partenza in aereo da Belgrado per il Cairo, da dove i cubani avrebbero raggiunto il Sudan, il Ghana e il Marocco. Dei giornali locali soltanto il “Novi List” riportò una breve notizia sulla presenza di Guevara e compagni a Fiume con la famosa foto.
Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza mi è venuta la voglia di riferire un brano del brindisi pronunciato dal Che al pranzo di Fiume e una storia che lo stesso Che mi raccontò in quelle poche ma indimenticabili ore trascorse insieme. Nel discorso informò le autorità ospitanti che nei giorni in cui la delegazione si trovava in Jugoslavia a Cuba era stato scoperto e sventato un complotto. Ne era stato informato telefonicamente da Castro in persona: tra il 10 e il 13 agosto Cuba avrebbe dovuto essere invasa da reparti dell’ex dittatore Batista che avevano le loro basi nella Repubblica Dominicana.
Di sè Guevara non amava parlare. “Tutto quello che potrei dirvi della nostra rivoluzione – mi disse – è poco a confronto della Rivoluzione jugoslava”. E tuttavia raccontò un episodio degli ultimi giorni della lotta armata a Cuba. Sotto la pioggia delle granate dei soldati di Batista, dieci rivoluzionari votati alla morte corsero all’attacco delle ultime posizioni a Santa Clara, avvicinandosi a un treno blindato.
Ecco il racconto di Guevara:
“Poco lontano, un nostro combattente se ne stava seduto senza fucile, osservando l’attacco dei suoi compagni.
- Che stai facendo qui? – gli chiesi.
- Non posso proseguire – rispose. – I miei compagni mi hanno preso il fucile perché ho consumato inutilmente una cartuccia, e non abbiamo munizioni a sufficienza.
Gli dissi: - Devi procurarti al più presto un nuovo fucile, strapparlo al nemico, anche a costo di affrontarlo a mani nude.
L’indomani mi recai all’Ospedale per visitare i nostri feriti. L’ultima battaglia si era conclusa. Uno dei feriti mi fermò, chiese:
- Maggiore, vi ricordate di me? Sono riuscito a conquistare il fucile…
Era l’uomo del giorno prima. Accanto al giaciglio stava un fucile sporco di sangue….
Pochi giorni dopo il ferito chiuse gli occhi per sempre”.

Chiesi a Guevara se intendeva tornare a fare il medico. Rispose che “la salute del popolo si può curare anche in questo modo”, cioè trasformando il paese.
Non ricordo come terminarono per me quel pomeriggio e quella passeggiata, come avvenne il commiato da Che Guevara. Da allora l’ho seguito col pensiero per tutta la vita. Piansi quando appresi dai giornali della sua tragica fine.

* * *






UNA BREVE VISITA DI HO CHI MINH.

Infinitamente grato per la foto a Petar (Pero) Grabovac, il popolare fotoreporter da sempre soprannominato “Ciuccio” (senza alcuna relazione con l’asino napoletano), mi sovviene ora di dovere a lui anche un incontro ravvicinato con Ho Chi Minh, il leggendario leader del popolo vietnamita, e poeta, che incontrai nella perla turistica di Abbazia, otto chilometri distante da Fiume, all’inizio della riviera istriana. A differenza dell’episodio con Che Guevara non riesco a indicare il giorno e l’anno esatti dell’incontro con l’uomo che si sarebbe spento a Hanoi nel 1969.
Sfoglio una decina di libri (anche guide turistiche) scritti su Abbazia e Fiume negli ultimi cinquant’anni, ma non vi trovo cenno alcuno a quella visita. Lo scrittore Amir Muzur, attuale sindaco di Opatija-Abbazia, qualche anno fa ha pubblicato il libro Opatija-Abbazia: itinerari per quelli che amano indagare e curiosare.
Un lungo capitolo ci fa conoscere i personaggi illustri – dai poeti agli statisti – che misero piede in questo centro balneare dalla metà dell’Ottocento alla fine del Novecento. Vi si trovano Cehov, D’Annunzio e Giorgio de Chirico (personalmente lo incontrai nel 1964); vengono ricordate le visite di Lenin del 1903 e la nascita di Janos Kadar messo qui al mondo da una cameriera nel maggio del 1912; vi si dice degli incontri (almeno una ventina) avuti qui da Tito con Nehru e Nasser, con i presidenti del Mali e del Sudan, con il re di Norvegia Olaf V, due volte con Krusciov nel 1955 e 1956, con l’imperatore etiopico Hailè Selassiè nel 1959, ma su Ho Chi Minh neppure una nota. Eppure anche l’amico Grabovac se lo ricorda bene; precisa che il capo del Viet-minh ebbe in quella occasione pure un incontro col sindaco di Fiume, Edo Jardas, che coprì quella carica dal 1949 al 1956. Gli pare di ricordare, però, che i giornali jugoslavi del tempo non dedicarono una sola riga a quella visita, o almeno alla sosta di Ho Chi Minh ad Abbazia, una sosta che evidentemente doveva restare segreta; lui, “Ciuccio”, la ricorda perchè gli fu sequestrata la pellicola con le foto scattate quella giornata.
Per verificare dovrei sfogliare le collezioni dei giornali locali, oppure gli archivi. Ma quali archivi? Dopo il Novanta, col crollo della Federazione jugoslava, l’erezione dei muri (ossia frontiere) fra i nuovi Stati e la guerra fratricida, gli archivi sono pressocché scomparsi, distrutti. Certamente lo sono stati quelli del partito comunista. Ed io non sono più il giovane instancabile che ero verso la metà degli anni Cinquanta, né ho più il tempo e la voglia necessaria per le ricerche, che comunque nulla aggiungerebbero o cambierebbero nel tessuto dei miei ricordi.
Anche allora, quando Ho Chi Minh giunse in Jugoslavia, era estate. Anche lui s’incontrò con Tito prima a Brioni e poi ad Abbazia. Per lui le misure di sicurezza furono straordinarie. Da Fiume, muniti dei soliti lasciapassare, raggiungemmo Abbazia a bordo di un’unica macchina: i soliti fotoreporter del “Novi List” e de “La Voce del Popolo”, Kontus e Grabovac, e due cronisti, me compreso. Ho Chi Minh e Tito, seguiti dai loro collaboratori e protetti da un esercito di poliziotti tutti in borghese, si erano avviati verso l’hotel “Kvarner” già “Quarnero”, il più bello, il più imponente e il più antico di Abbazia, al centro di un parco creato dagli austriaci verso la metà dell’Ottocento.
Tito, classe 1892, aveva soltanto due anni in meno di Ho Chi Minh, ma questi sembrava molto più vecchio. Piccolino e mingherlino, il cranio aureolato da una corona di capelli bianchi, baffi spioventi, una barbetta caprina sotto il mento, portava gli occhiali. Più ancora di Tito, Ho era una leggenda. Tito aveva guidato i popoli jugoslavi nella lotta partigiana per quattro anni, Ho Chi Minh aveva combattuto dal Quarantuno al Sessantacinque per ventiquattro anni di fila: dapprima alla guida del Viet-minh contro i giapponesi in Indocina, poi nella guerra contro i francesi, conclutasi con il riconoscimento della Repubblica Democratica del Vietnam del Nord, infine contro gli americani e l’esercito del governo sudista… Ho Chi Minh era davvero un grande eroe, e tale appariva ai nostri occhi.
Mentre i due capi di Stato varcavano la soglia dell’albergo, i poliziotti affrontarono bruscamente i giornalisti e i fotoreporter che si erano spinti troppo in avanti, respingendoli bruscamente indietro.
Per alcuni attimi ci fu un trambusto. Pero Grabovac, coraggioso come sempre e incurante del pericolo che correva, si slanciò nuovamente in avanti e, sollevando sopra il capo la macchina fotografica, prese a “sparare” i suoi flash alla cieca. A quel punto un robusto agente in borghese lo affrontò e, agitando il braccio destro con la mano stretta in pugno, sferrò un colpo violento sul braccio del fotografo facendo cadere a terra l’apparecchio fotografico; subito dopo menò una sberla altrettanto violenta in faccia al reporter che vacillò, finì per inciampare e cadde all’indietro.
Approfittando della confusione, piccolo di statura com’ero e come sono, mi infilai fra le gambe dei gorilla e, non visto, entrai nell’atrio dell’hotel, da dove raggiunsi il salone nel quale si erano riuniti Ho Chi Minh, Tito e i loro collaboratori. Avevo dentro una paura terribile, ma seppi nasconderla. Per darmi un contegno, andai a sedermi a un tavolino distante pochi metri da quello attorno al quale si erano seduti i due capi di stato affiancati dai traduttori. Visto che alcuni dei presenti tenevano in mano i loro taccuini, tirai di tasca anch’io il mio e presi a scarabocchiare…
Tito parlava in croato e per me non c’erano problemi, Ho Chi Minh si esprimeva in un perfetto e forbito francese, ed anche quella lingua la comprendevo. A un certo momento entrarono due-tre camerieri e servirono da bere. L’atmosfera si fece meno severa, si sciolsero i sorrisi, si fece strada qualche risatina. Approfittai della nuova atmosfera per avvicinarmi a un cameriere e uscire con lui dal salone. Mi rifugiai dapprima in cucina, di lì uscii all’aperto, prendendo la via di Fiume.
Il testo della mia cronaca non fu pubblicato neppure quella volta. Probabilmente, come dice Grabovac, i giornali non riportarono alcuna notizia. Al direttore avevo rivelato di essermi intrufolato nella sala dei colloqui fra gli statisti, e mi buscai un’asprissima ramanzina. Volle addirittura che gli mostrassi il taccuino sul quale avevo preso nota dell’incontro, e appena allora mi accorsi di aver semplicemente imbrattato la carta di sgorbi, avevo scritto soltanto parole senza senso. Tanta era stata forte in me l’agitazione.
Alcuni giorni dopo il responsabile della pagina culturale, Lucifero Martini, accolse volentieri e pubblicò la mia traduzione dal francese di una poesia del leader vietnamita.

Nota redazionale:
La foto di Petar Grabovac è visibile nelle gallerie fotografiche del sito.
Il testo è stato inserito nel novembre 2007.



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