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Uso Ed Abuso Dei Monumenti Nazionali.

USO ED ABUSO DEI MONUMENTI NAZIONALI.

Avevamo già avuto modo di scrivere su queste pagine denunciando il fatto che più di un movimento politico facente riferimento all’estrema destra usa il monumento nazionale della foiba di Basovizza per le proprie manifestazioni che spesso sconfinano nell’apologia del fascismo.
Così un paio di anni or sono scrivemmo dell’incontro promosso da Padania cristiana, con tanto di omelia recitata dal sacerdote (lefevriano) Floriano Abrahamowicz, dove i partecipanti “addobbarono” la copertura metallica della foiba con svariate bandiere con la croce celtica e la croce di Vandea e conclusero la manifestazione con il triplo saluto romano in “onore ai martiri delle foibe” (si veda l’articolo “Foibe e mammona” nel sito www.nuovaalabarda.org).
Il 25 aprile scorso sono invece intervenuti diversi rappresentanti del Veneto Fronte Skinheads, che anch’essi hanno inteso “onorare” i “martiri delle foibe” con tre saluti romani, ed hanno lasciato due corone d’alloro: una con la scritta “caduti delle foibe: presenti. I camerati” e l’altra con la scritta “Onore ai camerati caduti”.
A prescindere dalla nostra convinzione (che abbiamo spesso documentata) che alla foiba di Basovizza non si siano svolti eccidi (i rapporti degli Alleati parlarono del recupero di “una ventina di corpi” irriconoscibili e nulla più), riteniamo che se un sito è stato dichiarato monumento nazionale come tale va rispettato e non lo si può usare per i propri personali fini politici, nella fattispecie considerando che i “martiri delle foibe” siano stati tutti “camerati” da onorare con il saluto romano. Perché se si vuole che la foiba di Basovizza sia un monumento a ricordo di tutti gli innocenti uccisi ingiustamente o per errore dagli antifascisti, non si deve permettere ai nostalgici del fascio di usarla per fare propaganda alla propria ideologia (e consideriamo che se il fascismo non avesse fatto ciò che ha fatto, probabilmente nessuno sarebbe stato “infoibato”).
Ma più grave di queste manifestazioni estemporanee di pochi esaltati nostalgici ci sembra invece il fatto che recentemente sia stata posta una lapide “in memoria dell’eccidio dei militari della Guardia di Finanza nella foiba di Basovizza” con un elenco di 97 cognomi (senza i nomi). Questa lapide non porta una firma ma riteniamo sia stata posta a cura dall’Associazione dei Finanzieri, come il cippo che si trova accanto ad essa.
Il problema di questo elenco è che è pieno di errori. A parte un paio di duplicazioni di nomi (Barone e Fiorenza riportati due volte, Giandino e Giardino – nominativo che peraltro non risulta in alcun elenco di “infoibati”, neppure nell’Albo d’oro di Papo), ed alcune trascrizioni inesatte (Moleo invece di Molea, Pieranico invece di Pieramico), troviamo anche il nome di G. Mineo che non era un finanziere ma una guardia civica ed il cui corpo è stato riesumato nei pressi di Sesana. Lo stesso Molea, inoltre, non può essere stato “infoibato” a Basovizza, perché la sua famiglia ha narrato che, da testimonianze raccolte, egli è stato condotto a Prestrane e poi disperso a San Vito di Vipacco.
Così Barone, secondo Papo, era in servizio a Fiume e sarebbe morto a Borovnica e non a Basovizza.
Inoltre, da alcuni elenchi conservati presso l’Archivio della Slovenia (AS zks 135), risulta che 46 dei nominativi presenti sulla lapide sono stati segnalati come internati a Borovnica a fine maggio 1945: sembra quindi lecito dubitare che siano stati successivamente “infoibati” a Basovizza.
Il Centro studi della Guardia civica scrisse, in una nota pubblicata sul “Piccolo” il 20/3/98 (firmata da Giorgio Rustia), che le mogli di due dei finanzieri arrestati il 3/5/45 nella caserma di Campo Marzio non trovarono traccia dei loro mariti “né a Divaccia, né a Prestrane, né a Borovnica né a Lubiana” (questo è strano, dato che i nomi dei due finanzieri risulterebbe tra coloro che erano stati segnalati a Borovnica) e la nota conclude: “è tanto irrealistico pensare che siano state infoibate al Pozzo della Miniera di Basovizza?” (va detto che anche in altre occasioni Rustia ha sostenuto che varie persone disperse nei “40 giorni” sono state sicuramente “infoibate” a Basovizza, semplicemente per il fatto che di esse si sono perse le tracce). Successivamente però lo stesso Rustia ha asserito in una lettera pubblicata su “Trieste Oggi” del 25/4/01 che 77 dei finanzieri di Campo Marzio sarebbero stati uccisi a Roditti presso Divaccia, a pochi chilometri da Trieste.
Inoltre a proposito dell’arresto dei finanzieri di Campo Marzio leggiamo in un testo di Roberto Spazzali (“…l’Italia chiamò”, Libreria Editrice Goriziana 2003) che l’esponente del CLN triestino, Vasco Guardiani (il cui nome troviamo poi nell’elenco dei 622 “gladiatori” reso noto nel 1990) sosteneva che la sera del 30 aprile “quando a Trieste non erano ancora entrate le truppe jugoslave”, e si trovava nella Curia per parlare col Vescovo, vide passare i finanzieri “prelevati dalla caserma di Campo Marzio, scortati da operai dei Cantieri navali”.
In sostanza, della sorte dei finanzieri di Campo Marzio si hanno solo notizie contraddittorie e non v’è alcuna prova che essi siano stati uccisi a Basovizza (del resto abbiamo già detto che dalle nostre ricerche non risulta che a Basovizza si siano svolti eccidi). Dunque, perché porre una lapide che riporta dei dati che non hanno alcuna risultanza concreta?
In conclusione abbiamo un paio di domande: innanzitutto, a chi spetta di autorizzare manifestazioni politiche di un certo tipo su un monumento nazionale, considerando che l’esibizione di simboli chiaramente fascisti, anche se non viene configurata come reato (a volte accade…) può comunque urtare la sensibilità di chi si reca sul monumento (in fin dei conti è comunque un luogo di commemorazione di defunti)?
Seconda domanda: chi invece è preposto ad autorizzare la posa di lapidi commemorative non dovrebbe forse anche verificare che quanto risulta sulla lapide sia corrispondente al vero?
Perché non ci sembra “negazionista” né “riduzionista” chiedere che non si continui a propagare inesattezze se non proprio falsità storiche; perché, se è giusto ricordare i fatti avvenuti, è altrettanto giusto che questi fatti siano ricordati nella loro realtà e non in base al “si dice”, al “tutti sanno che” e via discorrendo, che è il metodo con cui si è finora fatta la “storia” delle “foibe”.
E, infine, crediamo che rispettare i morti sia anche non strumentalizzarli per i propri fini.

aprile 2009


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