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      Mučeniška Pot


Veit Heinichen e Diego de Henriquez

Tra gli “intellettuali” che hanno recentemente lanciato un appello per fare svolgere le cosiddette “primarie” del centrosinistra anche a Trieste c’è anche lo scrittore tedesco, triestino d’adozione, Veit Heinichen.
Heinichen, autore di libri “gialli” ambientati a Trieste, un paio dei quali tradotti anche in italiano, ha recentemente presentato un lungometraggio nel quale racconta, in prima persona, le ricerche da lui condotte per la stesura del suo ultimo “giallo”, “Der Tod wirft lange Schatten” (cioè “la morte getta ombre lunghe”), che dovrebbe uscire anche in italiano tra breve. Il filmato, una sorta di “fiction-documentario,”, comincia con il descrivere l’interesse di Heinichen per la figura del professor Diego de Henriquez, lo studioso triestino morto in circostanze mai chiarite il 2 maggio 1974 nel rogo del suo magazzino; prosegue poi con le interviste alle persone, contattate da Heinichen, che avevano conosciuto de Henriquez; tra queste il figlio Alfonso (che morirà poco tempo dopo, nel marzo del 2004) ed i curatori del costruendo museo “di guerra per la pace” che porta il suo nome, dove si trovano anche i famosi “diari”, cioè i quadernetti nei quali lo studioso scriveva di tutto ciò che gli passava intorno e che lo colpiva.
Successivamente seguiamo Heinichen nell’archivio della Procura della Repubblica, dove lo scrittore, visionando l’incartamento delle indagini relative al caso de Henriquez, scoprirà innanzitutto che le indagini erano state dichiarate chiuse da relativamente poco tempo, e poi troverà la lettera (firmata, ma della quale non è stata resa nota l’identità del mittente) che ipotizzava un collegamento tra la morte di de Henriquez ed un’altra morte misteriosa, quella del docente di tradizioni popolari Gaetano Perusini, ucciso nella propria casa triestina il 14 giugno 1977 da ignoti, delitto che fu archiviato come tragico finale di un “gioco” sessuale al quale si sarebbe prestato l’insegnante, notoriamente gay (anche se quella volta si diceva in modo meno politically correct “omossessuale”). Heinichen scoprirà anche che il fascicolo relativo a quest’altra indagine pare introvabile.
Ricordiamo a questo punto, cosa che non appare chiaramente nel filmato, che furono tre le inchieste aperte e poi archiviate per la morte del professor de Henriquez. Nel corso della prima indagine il procuratore di turno non richiese neppure l’autopsia, che verrà effettuata appena sette mesi dopo nel corso della riapertura dell’inchiesta seguita ad una serie di articoli di stampa che avevano sollevato dei sospetti sulla morte dello studioso. La terza inchiesta fu aperta nel 1988 da un ufficiale dei Carabinieri che stava indagando su illeciti amministrativi commessi nell’ambito della gestione del costruendo museo (era sparito del materiale); fu mentre era in corso questa inchiesta che arrivò la lettera che ipotizzava il collegamento con il delitto Perusini, circostanza questa che fu però smentita dall’indagante, che fu quasi subito promosso e quindi trasferito ad altro servizio. In tal modo anche questa inchiesta si concluse senza alcun risultato. Successivamente, nel 1994, nel ventennale della morte, alcuni eredi di de Henriquez si rivolsero nuovamente alla Magistratura per far riaprire le indagini, circostanza che ha suscitato la (per noi) inspiegabile reazione di uno dei rappresentanti dell’Associazione culturale Diego de Henriquez, lo storico Antonio Sema, che, come leggiamo nell’articolo scritto da Daria Camillucci all’epoca “non ha risparmiato i toni duri nel rimproverare i familiari del collezionista di aver voluto far coincidere il ventennale con gli scandali”, perché “facendo riaprire il caso dalla magistratura rischia di far slittare ancora di più la sistemazione della raccolta”. Come se scoprire la verità sulla tragica morte di un uomo fosse meno importante della “sistemazione” della sua raccolta di cimeli!
Torniamo alle indagini di Heinichen, che si dedica quindi alla vicenda Perugini. Vediamo innanzitutto che, un mese prima di morire, il professore aveva fatto testamento nominando quale proprio erede universale il Sovrano militare ordine dei Cavalieri di Malta, dei quali egli non era aderente, mentre lo è (lo scopriremo dopo) il custode della tenuta che costituisce il grosso del suo patrimonio, l’azienda vinicola di Rocca Bernarda (una imponente tenuta che si trova presso Ipplis, lungo la strada che porta da Cormòns a Cividale), custode che ha conservato il posto anche dopo la morte di Perusini.
Il colloquio di Heinichen con il custode è molto interessante e ricco di spunti, ma ha anche pieno di diversi particolari che non possono che far sorgere dei dubbi. Il custode racconta che Perusini non era atteso alla tenuta nel fine settimana in cui fu ucciso, però la domenica arrivarono in visita alcune persone “importanti”, che si meravigliarono che Perusini non fosse in casa ad aspettarli. Così il custode inviò la moglie a Trieste a casa del professore, e la donna scoprì l’omicidio. C’erano dei documenti, aggiunge il custode, che Perusini gli aveva affidato e che in caso di sua morte improvvisa avrebbe dovuto tirare fuori. E questi documenti, domanda Heinichen? Un mese dopo la morte di Perusini, risponde il custode, dei ladri sono penetrati in casa, e lascia intendere che i documenti sono scomparsi in questa occasione. Ma perché, ci chiediamo, il custode non li aveva tirato fuori e resi pubblici dato che era già passato un mese dalla morte del suo principale? Inoltre egli dice che Perusini e de Henriquez avevano molte cose in comune e molti interessi, oltre a quello storiografico ed a questo punto Heinichen interviene chiedendo se anche il caso Peteano era di comune interesse per i due, ed il custode lo guarda soppesandolo e gli dice: lei è molto curioso e sa molte cose e successivamente, in un altro contesto, gli dice che anche Perusini e de Henriquez erano uomini curiosi e si interessavano di tante cose ed è forse per questo che sono morti.
Heinichen va poi a visitare la tenuta di Rocca Bernarda, che, dice, durante la seconda guerra mondiale era un punto di incontro di partigiani, ma non specifica (dobbiamo precisare a questo punto che Heinichen è molto bravo nel tirare fuori cose interessanti, ma ha un grosso difetto: tende a non approfondirle) se si fosse trattato di partigiani garibaldini oppure dei “fazzoletti verdi” della Osoppo; parla con un rappresentante dei Cavalieri di Malta, e con i parenti di Perusini, che hanno conservato un’altra tenuta vinicola e continuano a produrre il loro vino.
Il filmato è avvincente e girato bene (forse un po’ gigionesco Heinichen che si fa riprendere mentre gira in Vespa e salta muretti), e racconta una vicenda affascinante ed inquietante, uno dei più intricati misteri triestini, però ha quel grosso difetto cui abbiamo accennato prima: ci sono troppi fatti che non vengono approfonditi.
A proposito di Peteano, infatti, nel film vengono riproposte le vecchie immagini di repertorio dell’attentato (ricordiamo che il 31/5/72 alcuni carabinieri erano stati attirati da una telefonata presso una “cinquecento” imbottita di esplosivo, che scoppiò uccidendo tre dei quattro militi) e dell’arresto dei “balordi” goriziani che erano stati accusati del delitto: però Heinichen omette di dire che i “balordi” furono poi del tutto scagionati delle orrende accuse a loro mosse, dopo un sofferto iter processuale nel quale furono dimostrate le “deviazioni” operate dagli inquirenti che avevano insabbiato certe prove per incastrare dei capri espiatori; né dice che per queste deviazioni furono celebrati dei processi nei quali fu riconosciuta la colpevolezza di alcuni ufficiali dei Carabinieri; e non dice neppure che per questo attentato furono condannati due neofascisti, Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra (quest’ultimo confesso). Ci chiediamo perché tutto questo nel racconto fatto da Heinichen non appaia: si è trattato di una scelta consapevole o di semplice superficialità? In ogni caso non ci sembra il modo migliore di occuparsi di queste vicende, che proprio perché sono storie tragiche dovrebbero venire trattate nel modo più corretto possibile.
Ci sarebbe inoltre un filo che lega il professor de Henriquez a Peteano, stando almeno a quanto dichiarato in fase istruttoria al giudice Mastelloni di Venezia da Alfonso de Henriquez:
“Per quanto riguarda le persone legate più strettamente a mio padre nell’ambito della ricerca, studio e rimessa a punto dell’armamento grande e piccolo, ricordo di Franco Potossi (…) e di tale Serdi (…) conosciuti da mio padre agli inizi degli anni Sessanta allorché i predetti si costituirono in gruppo operativo per verificare i siti dei depositi di mio padre; peraltro i predetti erano già da me conosciuti quali militanti del movimento Fiamma che si riuniva in piazza Goldoni, movimento operante anche all’epoca della collaborazione con mio padre, forti della propria conoscenza armeologica e speleologica. Io li avevo conosciuti nel 1947 ed avevo io insegnato loro la tecnica di andare in grotta e poi nel 1954 sono andato in Inghilterra (…) Con il passare del tempo ed ascoltando mio padre ho capito che lui era strumentalizzato da detto gruppo che aveva cominciato a collaborare con papà nel 1961, 1962”.
Il Potossi successivamente cercò di convincere de Henriquez a conservare per conto suo dei fucili “asseritamente antichi”, ma che il professore si rifiutò di prendere in consegna, dato che erano invece perfettamente funzionanti. Successivamente alcuni elementi del gruppo sarebbero stati processati (tra cui lo stesso de Henriquez), ma non viene detto il motivo di questo processo. Invece, grazie ai contatti di de Henriquez con mercanti di armi antiche e moderne, il gruppo riuscì ad entrare in possesso di armi: e qui il figlio del professore dice che lo stesso Carlo Cicuttini avrebbe acquistato in questo modo una pistola. Quando avvenne l’attentato di Peteano, così avrebbe detto il prof. de Henriquez: “credo di conoscere gli elementi ultimi coinvolti in questa strage (…) io li ho sempre aiutati a fin di bene e mai a fin di male” .
Tornando al filmato di Heinichen, un’altra “superficialità” l’abbiamo rilevata in una dichiarazione fatta da Alfonso de Henriquez, che ha affermato, tra le tante cose che ha detto, che il commissario Collotti, “che mandava la gente in Risiera per conto dei tedeschi” (un’imprecisione questa sulla quale però si può sorvolare) fu insignito della “medaglia d’oro al valore partigiano il 1° maggio 1945”, cosa invece che non sta né in cielo né in terra (nessuno fu insignito di medaglie d’oro il 1° maggio 1945! e Collotti ricevette la medaglia di bronzo al valor militare nel 1954, dalla Repubblica italiana). Heinichen, se proprio non voleva tagliare la frase, avrebbe quantomeno potuto precisare che quanto detto non corrispondeva al vero: anche perché di fronte ad una sparata simile, un osservatore critico si chiede quali delle affermazioni del figlio del professore morto siano effettivamente attendibili, o se, stando a quanto detto di Collotti, la persona era del tutto inaffidabile come teste.
Anche perché c’è un’altra affermazione di Alfonso de Henriquez, fatta nel corso della presentazione del libro di Silvio Maranzana “Le armi per Trieste italiana”, nel gennaio 2004, che, se corrisponde al vero, rappresenta un ulteriore tassello per avvalorare l’ipotesi di un “complotto” deciso da alte sfere per l’eliminazione di suo padre. Alfonso de Henriquez ha detto che la notte in cui suo padre trovò la morte, il proprio numero di telefono era stato cambiato, senza che gli fosse stata data comunicazione, infatti chi cercava di avvisarlo della disgrazia non riuscì a farlo fino al mattino dopo.
Una delle teorie sulla morte di de Henriquez, che pare venire avallata da Heinichen nella sua indagine, è che sia stato ucciso perché era necessario fare sparire i famosi “diari” nei quali comparivano i nomi dei collaborazionisti della Risiera. Il curatore del museo, Dugulin, afferma però che non manca nessuno dei “diari” di de Henriquez; invece un sospetto ci viene da un articolo di Pietro Spirito nel quale leggiamo che “le pagine del diario del collezionista datate 2 maggio 1974, il giorno del decesso, che vengono consegnate (consegnate da chi, n.d.r.?) ai carabinieri il 16/4/75, quasi un anno dopo il fatto”
Dunque quello che sarebbe sparito e poi ricomparso (ma non sappiamo se integralmente o no) sarebbe l’ultimo dei diari del professore. Possiamo pensare che, se lo studioso è stato ucciso è più probabile che lo sia stato per qualcosa che era accaduto di recente e non per qualcosa che era noto da trent’anni, come i suoi “diari”, copia dei quali era stata anche depositata presso un notaio a cura delle associazioni ebraiche.
C’è un racconto che ci è stato fatto da una persona che all’epoca aveva frequentato de Henriquez, e che lo aveva incontrato, eccitato e sconvolto allo stesso tempo, pochi giorni prima della morte. Lo studioso aveva con sé delle foto di rastrellamenti operati nella Jugoslavia occupata, e sosteneva che in alcune di queste foto si riconosceva, in colui che dava gli ordini, un noto professionista triestino. La persona ci ha anche detto che non le sembravano riconoscibili i volti di nessuno in quella foto, però sta di fatto che qualche giorno dopo De Henriquez è morto bruciato, e le foto che lui aveva con sé sono bruciate assieme a lui.

Tenendo conto che in tutti questi anni non solo non è mai stata fatta chiarezza sulla misteriosa morte di Diego de Henriquez, ma che anche le notizie che esistono sono rare e frammentarie, e si limitano a brevi articoli di giornale o pochi accenni in alcune pubblicazioni, pensiamo che sia un peccato che il filmato di Heinichen abbia risollevato il problema senza però andare a fondo delle varie vicende che si collegano alla vita ed alla morte del professore. Però queste ombre lunghe della morte potrebbero rappresentare l’occasione buona per riprendere in mano la vicenda e studiarla un po’ più organicamente, grazie anche ai vari interessanti spunti che ci vengono offerti.

(luglio 2005)

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